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Svegliarsi negli anni Venti: il metodo di uno scrittore per immaginare il futuro

Organismo divenuto oltremodo obeso e frenetico, nutrito da un flusso informativo da bulimici e da una meccanica sincopata di indigestioni e rigetti, il mondo contemporaneo si inchina al virus, virus traumatico collettivo, e lo fa in modo compatto, univoco, congiunto, attraverso la condivisione forzata di un evento che è più mondiale persino delle due guerre mondiali. Nel cortocircuito, in questo rallentamento cosmico, si apre uno spazio tutto nuovo che è quello della riflessione verticale, del bilancio, non più quotidiano, come ci siamo abituati a causa della necrosi giornalistica e della computazione social, ma epocale. Si chiude un’epoca? Forse. O forse il desiderio di individuare la fine di un’epoca è solo un residuo umanistico di quell’uomo visivo, bisognoso di razionalità, sequenziale e culturale di cui Marshall McLuhan, nel suo Il villaggio globale, preconizzava la fine?

Eppure, al di là del pretesto rassicurante, che ambisce a sancire o rimandare questa transizione tra epoche, mai come in questo momento una riflessione di ampio respiro sul tempo che viviamo sembra fondamentale, e Paolo di Paolo, nel suo Svegliarsi negli anni Venti la compie nel modo più efficace possibile, ovvero ponendosi nella posizione del medium di altri media e sciorinando il suo metodo di lavoro da scrittore per quello che è e che sempre dovrebbe essere, un metodo di rapportarsi al mondo contemporaneo per assorbirlo e restituirlo più vitale, secondo una prospettiva arricchente.

Lo scrittore è per Di Paolo una sonda, è lo sguardo investigativo che segue ogni piccolo dettaglio, che colleziona giornali o luoghi di passaggio di grandi interpreti del proprio tempo, che si rifugia in soffitta alla ricerca di apparizioni casuali che possano aiutarlo nella sua impresa titanica. Quale? Comprendere il caos, o, nel caso di questo libro, preconizzare il monco che ci aspetta, un mondo che ha iniziato a costruirsi per quello che è adesso negli anni venti del ‘900 e che negli anni venti del terzo millennio si appresta a modificarsi ancora in modo irreparabile, o comunque secondo cambiamenti così rilevanti da lanciare una vera e propria sfida interpretativa all’unica arma, demodé, che sembra poterlo confinare: la parola, la letteratura.

Studiare il passato per comprendere il presente e immaginare il futuro può apparire una frase fatta o un artificio retorico solo se non lo si fa per davvero, giorno dopo giorno, impiegando tempo, risorse intellettive e una fluorescente intelligenza emotiva, tutte energie che trasbordano da questo libro.

Il viaggio di Di Paolo è al contempo fisico e statico, reale e immaginario, immerso nei luoghi e nella coscienza, tra i cartoni di una soffitta o nel mare magnum della letteratura, ma il suo metodo investigativo è talmente appassionato che ognuno di questi luoghi sa fondersi con ciascuno degli altri, e trasformarsi egualmente in un’apertura tematica su temi urgenti, profondamente legati ai bisogni identitari della psiche. Governare il tempo, attraverso l’accumulo di oggetti, riviste, fumetti, giornali. Conoscere o ignorare l’altro da sé, il proprio vicino di casa, che probabilmente è immerso in una schizofrenia da social di tonalità passivo-aggressiva. Indagare le nuove generazioni e il loro bisogno di “rivoluzione” troncato sul nascere dall’assenza di parole nuove che possano descriverla. Interpretare il mondo globalizzato, con le sue diseguaglianze e i suoi paradossi, uscendo dalla perniciosa dinamica degli estremi che uccide ogni intelligenza. Scoprire che futuro può ancora ritagliarsi l’umanesimo in un tempo che lo considera una zavorra lenta, un pachiderma che rallenta, che può solo impantanare come fa il fango della steppa russa d’inverno, mentre la strategia delle apparenze che governa lo spirito del tempo deve imperversare rapida, fulminea, inafferrabile.

Di Paolo si sveglia negli anni venti e pone queste domande a Siri e Alexa, voci più integrate di quelle integrate, algoritmiche eppure, scopriremo, talvolta, più riflessive di quelle umane in un processo in corso d’interscambio di flussi di coscienze, sempre più aspiranti all’umano quelle dei supporti, sempre più binarie e governate da regole mediatico informatiche quelle umane – esprimersi via status sempre in posa, secondo le grammatiche e i codici del medium che è sempre il vero messaggio, aderire in toto a sistemi di pensiero chiusi, pavloviani, manualizzabili, in grado di cucire addosso identità pronte a essere indossate come outfit perfetti per un selfie su Instagram.

Poi, sorpreso o deluso, parte verso luoghi oggi in ombra, le case o le pagine di grandi autori o testi del passato e più raramente del presente: Mann, Hemingway, Valery, Henry Miller, Freud, nella Vienna degli anni venti, o in una Parigi in cui ogni momento della vita sembra essenziale e non superfluo come per noi. E ancora Olivia Laing, David Foster Wallace, Houellebecq, lucciole di pensiero che compongono una costellazione terrena, un pastiche che è sempre vivo, prolifico, e che descrive la tellurica di un’anima che alla parola, alla curiosità, alla scoperta, all’uscita da sé per afferrare e nutrirsi di esperienze altrui, vuole affidarsi religiosamente. Un metodo di lettura oltre che di scrittura, un metodo di esistenza perfino: cercare il senso ultimo nelle cose nella cultura, unica via per riempire i vuoti.

E come è sempre bene che accada, alla fine è Kafka a indicare il percorso, cogliendo uno dei minimi comuni denominatori dei nostri giorni, e anzi del nostro tempo ossessionato dalla rappresentazione. Kafka è preoccupato dalle lettere “che generano solo spettri”, e le innalza a sineddoche di un mondo che è divenuto vastissimo e costringe gli uomini a combattere i rapporti spettrali, a distanza, uomini che comunicano con altri uomini senza la naturalità dell’hic et nunc, senza l’implicazione emotiva dello stare a contatto fisico. Uno stato di cose ora più che mai universale e parossistico, ma che a ben vedere è estendibile al processo di creazione della maggior parte delle nostre conoscenze, e credenze, in questo tempo dove live possiamo incantarci, a Roma o Milano, di fronte alle immagini di un accadimento che si svolge a Washington o in Libia con l’illusione di afferrarlo nella sua complessità.

Una pseudo-realtà diceva Walter Lippmann, fatta di spettri. Sempre più manipolabile. La rappresentazione che precede il reale e lo piega ai nostri bisogni prospettici. È questo, senza dubbio, il Leviatano che l’uomo della prossima epoca dovrà provare a fronteggiare, e il metodo che Di Paolo adopera, che spiega, che trasmette e che fa amare, sembra una delle poche resistenze possibili.