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20 Maggio 2016

Anonymous: nuovi spazi per l’attivismo digitale

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“Anonymous ha sempre amato il rischio e giocato col fuoco e non sorprende perciò che il collettivo alla fine abbia preso fuoco, illuminando il percorso per qualcun altro”. È con queste sintetiche parole della stessa autrice che possiamo riassumere il senso del libro I mille volti di Anonymous: la vera storia del gruppo Hacker più provocatorio del mondo, che raccoglie una lunga ricerca svolta da Gabriella ‘Biella’ Coleman, professoressa di antropologia della McGill University di Montreal. Non c’è dubbio, infatti, che dal 2010 in avanti Anonymous abbia appiccato un gran bel fuoco globale nel mondo dell’attivismo digitale, irrompendo come uno dei principali protagonisti nei conflitti che ruotano attorno alla rete, all’uso dei media digitali e soprattutto alla difesa della privacy di cittadini da parte delle intrusioni dei governi e multinazionali.

Pubblicata nel 2014 negli Usa e da poco tradotta in italiano per i tipi di Stampa Alternativa, il libro della Coleman riesce in modo straordinariamente diretto, grazie anche al suo taglio esplicitamente etnografico, ad illuminarci sui meccanismi, le motivazioni, le culture nonché le vicende giudiziarie, che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo di questo sfuggente e opaco collettivo globale di geeks e attivisti. La ricostruzione della storia di Anonymous che ritroviamo nel libro contribuisce a mettere in luce i contorni di una traiettoria politica originale e innovativa, allorché non priva di contraddizioni, limiti e problemi.

Proviamo dunque a fare il punto sugli aspetti più interessanti che emergono sulle attività di Anonymous da questo ampio libro, ma anche a ragionare sul modo in cui come questa storia è in grado di aiutarci più in generale a comprendere le attuali trasformazioni e sfide che investono il rapporto tra l’uso dei media digitali e le nuove modalità dell’attivismo politico.

Iniziamo a vedere come è costruito il racconto fatto da “Biella” (questo il nick utilizzato nelle chat dall’autrice durante il suo fieldwork). La ricerca è una dettagliatissima descrizione etnografica della nascita e dell’evoluzione del collettivo di Anonymous, alle cui attività la Coleman ha in parte partecipato direttamente, sia come frequentatrice delle chat anonime, che costituiscono la dimensione principale delle interazioni del gruppo; sia come simpatizzante di alcune delle idee e dei valori portati avanti da questo sfuggevole movimento, soprattutto per quanto riguarda la sua capacità di incarnare una nuova modalità di resistenza nei confronti della società della sorveglianza e del controllo digitale.

Le vicende di Anonymous sono così raccontate con una prospettiva in-between (un po’ da dentro, un po’ da fuori), ricostruendo in primo luogo le origini di Anonymous, caratterizzate da una peculiare metamorfosi: nato attorno al 2006 del magma caotico delle chat anonime basate sul trolling e su uno spirito di provocazione e di beffa (anche cattiva), intorno al 2010 Anonymous iniziò a trasformarsi in un soggetto politico pronto, invece, ad intervenire a favore di cause politiche progressiste, in difesa della libertà di espressione e a sostegno di sollevazioni democratiche in giro per il mondo. Nel corso del libro vengono ripercorse in dettaglio le varie fasi di questa metamorfosi: dalle iniziali azioni di basso profilo messe in atto a partire dal 2006, alla prima occasione di ampia visibilità ottenuta in seguito all’attacco nei confronti della chiesa di Scientology (2011), per passare poi alle operazioni di impatto globale, come quelle a sostegno di Wikileaks (2011), e di supporto ai movimenti democratici protagonisti della Primavera Araba (2013), fino ad arrivare alla descrizione della sfilza di arresti, incriminazioni e condanne subite da centinaia di partecipanti di Anonymous un po’ in tutto il mondo.

anonymous

Gabriella Coleman

Nel ricostruire i dettagli di questa evoluzione, la Coleman offre un fondamentale contributo per la comprensione di questo sfuggevole e difficilmente classificabile fenomeno: quello di dissipare molti dei pregiudizi e dei concetti erronei che negli anni sono stati creati attorno ad Anonymous, portando invece alla luce le motivazioni politiche, le modalità di lavoro, nonché alcuni dei meccanismi propriamente mediatici che hanno avuto un ruolo fondamentale per il suo successo (ma anche per i molti fallimenti). La dettagliata ricostruzione, ricca di aspetti di backstage organizzativo del gruppo, permette così di dare spazio a molteplici questioni rilevanti. In primo luogo, ci mostra che i membri di Anonymous non sono stati soprattutto – come è stato spesso suggerito da stampa e governi – adolescenti irresponsabili e fuori controllo, risucchiati dal “lato oscuro della forza”; scopriamo invece che molti dei partecipanti, poi spesso arrestati e condannati per le loro azioni, sono stati il più delle volte cittadini e attivisti, mossi da valori progressisti e da un profondo senso di giustizia, che li ha spinti a intraprendere azioni certo spesso illegali, ma per le quali si sono assunti la responsabilità davanti ai tribunali. Certamente, una dimensione caotica e la passione per la beffa (chiamata in gergo il “lulz”) sono stati ingredienti fondamentali nella storia del movimento; ma riconoscere la matrice profondamente politica alla base delle azioni di Anonymous rappresenta il primo indispensabile passo per comprenderne la più generale portata trasformativa nei confronti delle pratiche e delle modalità dell’attivismo politico nel mondo della rete e delle tecnologie digitali.

Allo stesso tempo, dando spazio al proprio background propriamente antropologico, il lavoro della Coleman riesce ad intercettare un’altra e meno ovvia dimensione: la radice mitica e ancestrale alla base delle azioni e dell’identità di Anonymous come fenomeno sociale. A ben vedere, infatti, la nascita del collettivo nell’universo apparentemente disimpegnato delle beffe e del trolling online rimanda a figure legate alla dimensione buffonesca ben radicate in differenti culture ed epoche: dalla mitologia greco-romana (Hermes) al folklore dei Caraibi e dell’Africa, dai miti dei nativi americani (il Raven) fino alle saghe nord-europee (Loki).

Tutte queste figure condividono con Anonymous – come scrive la Coleman – l’essere dei “provocatori e sabotatori, che smantellano ogni convenzione mentre occupano una zona liminare” dello spazio sociale. Nello spirito di Anonymous, l’importanza della beffa prende forma, in particolare, attraverso quello che viene definito il “lulz”, ovvero un particolare senso della beffa, anche di cattivo gusto, che costituisce qui uno degli orizzonti motivazionali, nonché uno dei registri stilistici, delle azioni politiche di Anonymous. E questa dimensione mitica del collettivo non riguarda solo le sue origini, ma serve anche a comprendere alcuni dei meccanismi alla base della circolazione mediatica delle sue azioni. In particolare, l’uso da parte degli attivisti della maschera usata dal protagonista del fumetto di Alan Moore V for Vendetta, a sua volta ispirato alla figura dell’anarchico inglese Guy Fawkes, è forse l’aspetto più evidente di come un meccanismo mitico sia diventato strumento centrale per la comunicazione, e dunque per l’identità politica, di Anonymous.

Ma è importante notare anche che il mito e gli strumenti organizzativi del gruppo vadano a strettamente a braccetto. La maschera rimarca anche l’adesione al principio dell’anonimato e del rifiuto esplicito della visibilità personale all’interno del movimento, che rimane anonimo per definizione, mettendo così in luce un’ulteriore dimensione di discontinuità con le pratiche sociali e politiche a cui siamo più abituati. L’anonimato, infatti, rappresenta una scelta che si pone in chiaro contrasto con modalità culturali oggi dominanti, incentrate – anche nel modo della politica e dell’attivismo – sul primato dell’individualità, sulle carriere personali e sulla visibilità del leader carismatico. Gli elementi di ordine culturale si saldano infatti, nel racconto della Coleman, con un’attenta analisi delle modalità organizzative di lavoro del collettivo, un tema particolarmente significativo per ragionare sull’evoluzione delle forme di resistenza e di protesta nel mondo di internet.

Da questo punto di vista, è sorprendente in primo luogo osservare come i “gruppi di lavoro” di Anonymous, costituiti da persone sparse in giro per il mondo che non si conoscono tra loro, siano riusciti, nonostante tutto ciò, a sviluppare campagne mediatico-politiche altamente raffinate su una scala fondamentalmente globale, riuscendo a tenere testa a governi, multinazionali e polizie federali. La descrizione delle modalità (dis)organizzative del lavoro di Anonymous porta alla luce una serie di questioni fondamentali per riflettere sulle forme emergenti di azione politica dal basso: le modalità di costruzione del consenso in gruppi in cui manca una struttura formale, le implicazioni della mancanza di una vera gerarchia, la costruzione della leadership in situazioni di anonimato, le possibilità di sedimentazione di una cultura politica in contesti altamente mutevoli, sono tutti aspetti attraverso i quali l’esperienza di Anonymous introduce punti di profonda discontinuità con le modalità tradizionali dei movimenti politici progressisti di sinistra. Un breve esempio su tutti è l’enfasi sulla “do-ocracy” (“il governo basato sul fare”), una modalità di formazione delle decisioni, mutuata dal mondo dell’hacking, in base alla quale sono coloro che mettono più energie, risorse e impegno nei progetti ad avere maggior voce in capitolo sulle decisioni collettive.

Chiaramente, le spinte e le modalità alternative incarnate da Anonymous non rappresentano certo una soluzione magica ai problemi che oggi affliggono le possibilità di aggregazione politica dei nuovi movimenti sociali. Anche Anonymous, per esempio, ha toccato con mano quella che, già negli anni ’70, la femminista americana Jo Freeman definì come la “tirannia dell’assenza di struttura”, un’ideologia politica basata sulla decentralizzazione delle decisioni, che può però diventare una retorica capace di occultare i veri centri di potere in cui sono effettivamente prese le decisioni importanti (un’idea che calza molto bene all’esperienza del nostrano Movimento 5 Stelle). Tuttavia, non vi è dubbio che le modalità alternative di aggregazione e collaborazione di Anonymous possano espandere e rinnovare il dibattito sull’impasse delle forme tradizionali di mobilitazione politica dal basso ai tempi di internet, un’epoca in cui anche i più radicati tra gli attori politici appaiono sempre più schiacciati dentro le logiche mediatiche dei “like” su Facebook e del numero di “followers” su Twitter.

Questi sono solo alcuni degli ingredienti di un libro allo stesso tempo raffinato nella capacità di analisi e affascinante nella costruzione di un racconto seducente, in grado di offrire molteplici spunti per ragionare sulle attuali convergenze tra resistenza politica, hacking e uso delle tecnologie digitali. A tal riguardo, se ci soffermiamo a riflettere sulle forme di resistenza e di attivismo politico più popolari in questi ultimi anni, non possiamo che notare come i più significativi protagonisti dell’attivismo politico – quantomeno nel mondo occidentale – appartengano proprio al mondo dell’uso sovversivo delle tecnologie della comunicazione digitale.

L’hacker Julian Assange, l’ex-analista informatico della CIA Edward Snowden, il programmatore-attivista Aaron Swartz (solo per citare quelli che hanno occupato le prime pagine dei giornali globali) sono diventati senza dubbio i nuovi punti di riferimento di un crescente numero di simpatizzanti e attivisti. La consapevolezza che muove questa nuova moltitudine politica non è tanto che la rete è divenuta – abbastanza ovviamente – uno strumento cruciale per l’azione politica; ma lo è invece il fatto che le tecnologie digitali rappresentano esse stesse il nuovo terreno di conflitto e resistenza, alla stregua di come lo sono state in altre epoche la fabbrica, la piazza o gli spazi occupati.

Così, una delle idee che il libro della Coleman ci lascia è proprio che, se è vero che il caso di Anonymous – eclatante ma spesso caotico e destrutturato – non è certo la soluzione ai problemi della partecipazione politica di oggigiorno, tuttavia l’esperienza costruita da questo movimento ci consegna un territorio dissodato e fertilizzato per coltivare nuove e future forme di aggregazione collettiva, di conflitto politico e di partecipazione civile. Probabilmente, almeno in parte, sotto forma di un qualche anonimato.

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