David Freedberg a Palermo: iconoclastia e iconofilia nell’era digitale, ma manca il digitale

Annotazioni sparse intorno all’intervento di Davd Freedberg all’Università di Palermo

David Freedberg arriva a Palermo a fine 2019 passando per Messina… il noto studioso è stato ospite dell’Università di Messina come visiting professor e ha “allungato” verso il capoluogo regionale per dedicarci una sua lezione. Ed eccomi lì in aula ad ascoltare lo storico dell’arte che dirige l’Italian Academy for Advanced Studies alla Columbia University a New York. Ma non ho intenzione di tracciare un profilo di Freedberg, basti ricordare che si tratta di un noto storico dell’arte che con il suo più famoso saggio dal titolo Il potere delle immagini (Einaudi) si è ritagliato un posto centrale nella storia della Visual Culture assieme a mostri sacri come Hans Belting, William J. Mitchell e Georges Didi-Huberman. La svolta più significativa di Freedberg ha a che fare con il suo interesse per il rapporto tra neuroscienze (si segnala una stretta collaborazione con Vittorio Gallese) e arte a cui ha dedicato diversi interventi e soprattutto una serie di seminari alla Columbia.

La lezione si è concentrata sulle immagini innanzitutto, con una intrigante uscita dagli stretti confini della storia dell’arte per occuparsene nella loro ampiezza, vastità e complessità. Freedberg passa in rassegna immagini che non si situano nell’arte e che non fanno parte del sistema dell’arte, come nel caso degli ex voto, delle raffigurazioni, delle vignette, dei manifesti, dei video e così via. E infatti nella lezione palermitana si susseguono raffigurazioni tratte da libri antichi, iscrizioni, immagini sepolcrali, rituali, etniche e video dell’Isis.

Il focus del suo intervento è l’iconoclastia: immagini che vengono aggredite e addirittura vilipese

Il focus del suo intervento è l’iconoclastia: immagini che vengono aggredite ed eliminate, e addirittura vilipese, una rassegna che parte dai già citati video dell’Isis che vedono combattenti intenti a distruggere opere nei musei, abbattere statue raffiguranti Buddha per arrivare a video inerenti alla decisione del governo statunitense di rimuovere le statue dei generali confederati nei luoghi pubblici. Una scorribanda nell’iconoclastia, segnalando in particolare il legame fisico con l’immagine.

Questo è lo snodo fondamentale per Freedberg, cioè il legame che si instaura con le immagini, un legame che non può essere spiegato come una semplice questione culturale ma che chiama in causa un rapporto fisico, fisiologico, per cui le immagini nel nostro primo impatto sostituiscono il reale, non semplicemente come visione del reale, ma anche come facilitatori di rapporti sensoriali. Vediamo l’immagine con la biologia insomma. E su questo Freedberg è quasi intransigente: a quanti chiamano in causa la questione culturale, risponde che si tratta di un aspetto secondario rispetto all’accesso sensoriale delle immagini.

Freedberg forse estremizza il discorso: l’immagine come prodotto e processo tecnologico porta con sé comunque sempre un atto culturale che non è mai disgiunto da quello biologico. Anzi, il fattore biologico è già implicato nell’atto di produrre e vedere le immagini ed è questo che definisce il nostro atteggiamento culturale.

Quello che colpisce è come l’agire sull’immagine possa ritenersi una pulsione assolutamente analoga a quella dell’agire sul piano fisico. In questo senso c’è un legame forte tra lo studio della “psicologia della rappresentazione” di Ernst Gombrich e quello di molti antropologi che focalizzano l’attenzione sul potere delle immagini. Non nel senso di un potere emozionale, ma proprio di un potere fisico, reale.

Gli studi di James G. Frazer (Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione – Bollati Boringhieri) ci ripropongono proprio la questione dell’immagine, non come mera rappresentazione, bensì come potente legame tra il reale e il virtuale, con la possibilità di intervenire su di essa per intervenire sul piano fisico. Ma basta scorrere i più significativi manuali di magia naturale come quello di Cornelio Agrippa (De Occulta Philososphia), il Picatrix o Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium
di Giovanni Battista della Porta per trovare numerosi esempi del ruolo dell’immagine come sostituto del reale su cui agire fisicamente e con cui instaurare legami fisiologici.

La tecnologia non è solo uno strumento è qualcosa che è inerente alla nostra stessa biologia

In fin dei conti il discorso sulle immagini è anche (e forse soprattutto) un discorso sullo sguardo, come ci ricorda anche Luca Dal Pozzolo nel suo recente volume Esercizi di sguardo. Cultura e percezione del quotidiano (Editrice Bibliografica). E sguardo significa spazi e luoghi, connessioni, relazioni e partecipazione. La questione non è affatto semplice, bensì complessa. Come ricorda Franco Farinelli nella Introduzione al saggio di Dal Pozzolo, senza un “vedere insieme” l’immagine non si dà. Questo significa che l’immagine sta nel bel mezzo di una serie di relazioni sociali e culturali e implica un coinvolgimento non solo emotivo ma più specificatamente fisico, per l’appunto.

Un discorso analogo andrebbe fatto anche a proposito delle macchine ottiche e sui mezzi di rappresentazione. Lavorare sulla macchina visiva significa lavorare sul portato sociale e culturale, ma anche piscologico e fisico dell’immagine. La tecnologia non è solo uno strumento, non è semplicemente un apparato che ci aiuta, ci sostiene, amplifica i nostri sensi (come ci ricordava Marshall McLuhan a proposito dei media), è qualcosa che è inerente alla nostra stessa biologia. Lavorando sulle macchine visive saremmo quindi anche in grado di costruire una storia dell’ottica come mezzo di alterazione del reale, oltre che di duplicazione del reale. Un’alterazione che parte da noi, è in noi, si configura nel nostro stesso corpo.

In questo senso proprio l’aspetto tecnologico è mancato nel discorso di Freedberg. Ma si potrebbe anche dire, certo, è una sua scelta, un taglio. Ovvio! Non fosse però che il titolo del suo intervento recitasse: Iconoclastia e iconofilia nell’era digitale.

È Freedberg stesso a evocare un paradigma tecnologico. E proprio quel “digitale” che fa capolino segna la differenza, soprattutto perché poi nell’intervento non ve n’è traccia e menzione. Eppure svolge un compito nel titolo, definisce un ambito, designa un territorio. Insomma: costituisce una definizione per contrapposizione… l’analogico, il ‘900, il meccanico.

Ho provato a ricostruire cosa può essere accaduto.

Da una parte ho pensato che Freedberg desse per scontato che ci troviamo nell’era digitale e quindi usasse il termine come pure marcatura cronologica. Mi parrebbe però un approccio po’ superficiale. Poi mi sono reso conto che la lezione iniziava con le immagini dell’Isis, quelle fatte circolare sui social… probabilmente Freedberg dava per scontato che quello era il mondo digitale in cui andava a collocare il suo discorso. Ma non facendone menzione, non andando a individuarlo, decifrarlo, evitava però ogni implicazione tecnologica, non definiva e demarcava i diversi statuti digitali… quelli dell’immagine e del dispositivo ma anche quelli della società digitale che ne è innervata.

Quanto di biologico, viene da chiedersi, allora, è digitale. E questa è una questione che a me incuriosisce molto, proprio nel momento in cui la tecnologia si propone in tutta la sua potenza (para)biologica. Nel bel volume di Francesco Parisi La tecnologia che siamo (Codice) è ben evidenziato questo fondamentale punto: quanto cioè la tecnologia digitale è sempre più qualcosa che siamo, che si innerva nella biologia, che cerca un dialogo, che si struttura sempre più come simbiosi.

Ecco, su questo punto si aprono orizzonti di ricerca che implicano il biologico davvero ampi e solo parzialmente esplorati. Si pensi a un termine che ritorna sempre più spesso nei discorsi sull’arte, e cioè quello di “post-digitale”.

Un termine che sta proprio a evidenziare un superamento del digitale inteso come un pacchetto di tecnologie e una serie di discorsi già definiti intorno a esso. Il digitale non importa più… “siamo già digitali” potremmo dire parafrasando Nicholas Negroponte. Ma la cosa non è assolutamente così semplice, proprio marcare l’aspetto digitale, inteso come riferimento tecnologico e culturale, implica uno specifico discorso sull’immagine, sulla sua produzione e la relazione che intrattiene con lo sguardo e con il corpo.