Creare una futurologia del cinema, trasformare gli spettatori in partecipanti

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    Nei giorni in cui ho iniziato a leggere questo libro, le sale cinematografiche in Italia hanno cominciato a riaprire e sulle bacheche dei social sono comparsi i primi soddisfatti selfie in sale spesso ancora semivuote, immagini che trasmettono un senso di straniante appartenenza – e estraneità al tempo stesso – a un luogo e a una modalità che per molti “è” il cinema stesso.

    Mi ha un po’ colpito questa coincidenza. Mentre molte persone ritrovavano il magico conforto della “scatola nera” (magari per rivedere Il favoloso mondo di Amélie, film già triturato e sminuzzato dall’immaginario collettivo), dalle pagine di questo volume emergevano bagliori di possibilità affascinanti.

    Il libro si chiama Cinema Futuro. Futurologia del cinema (NERO, 256 pp., 18€) e lo ha scritto Simone Arcagni, che da anni studia e racconta i nuovi media e le culture digitali e che mappa qui una serie di esperienze visive contemporanee (e futuribili), evitando di partire dall’assunto della “morte del cinema” (as we know it, come dicevano i REM) per provare piuttosto a riconoscere cosa resta dello stesso cinema “nel momento in cui ne vengono stressati i parametri, ma mantenuta la sua natura di contenuto audiovisivo che si realizza attraverso un linguaggio narrativo declinato diversamente”.

    Come linguaggio che sperimenta continuamente, a partire dalle proprie origini, con le innovazioni tecnologiche, come “macchina” in perenne avanguardia, Arcagni colloca “costituzionalmente” il cinema nel futuro, in una costante prospettiva di ricerca che guarda avanti, continuamente oltre le proprie possibilità.

    E se l’industria legata al cinema ha in qualche modo “formalizzato” una serie di elementi – sia produttivi che di fruizione come la “sala cinematografica” stessa – è al di fuori di questo contesto, laddove si “espande” (per seguire la ben nota definizione del recentemente scomparso Gene Youngblood), diventa “cinematico” e si ibrida con quello che l’arte digitale, il video, l’elettronica gli offrono, che il cinema ridefinisce in modo creativo il proprio sguardo.

    Ecco allora il desiderio e la necessità di individuare tendenze e orientamenti “a partire dal presente con uno sguardo privilegiato sulle tecnologie”, di attivare una vera e propria “futurologia” del cinema.

    Un altro elemento fondante della ricognizione di Aragni è quello onirico e immersivo, che stravolge la linearità narrativa cinematografica di tipo hollywoodiano e che apre non solo verso orizzonti suggestivi, ma anche in grado di presagire quella simbiosi evolutiva tra umano e macchina, tra biologia e cultura, che è tipica del “postdigitale”.

    Interazione, possibilità ologrammatiche connessione a dati e sensorialità, questi gli orizzonti di una ricerca che è interessante non solo e non tanto in un contesto artistico, ma anche perché nel frattempo altri fattori (come le piattaforme online) sono venuti a modificare pesantemente il modello produttivo.

    A partire da questo articolato apparato di riferimenti teorici, Arcagni dedica la seconda parte del libro a una ricca serie di esempi interessanti e variegati – che tra l’altro spingono più volte chi legge a mettere giù il libro per un istante e andare a cercarsi online video e altre notizie, a proposito di ibridazione!

    Incontriamo così l’algoritmo intelligente di Ian Cheng che ridefinisce il ruolo stesso dell’autore, quello ricombinatorio di Jan Bot e, in generale, quei progetti in cui l’apporto artificiale (con le sue “logiche”) stimola un ripensamento della pratica cinematografica stessa.

    E ovviamente la rete, elemento ineliminabile dell’esistenza contemporanea, con la sua predisposizione a stimolare lo spezzettamento e la ricombinazione dei materiali, la fruizione avventurosa e rizomatica, in cui “il cinema è reso modello e prototipo, magazzino di stereotipi e di forme, database, ma anche luogo di saccheggi, omaggi, remake e remix, citazioni e riscritture”.

    Un altro aspetto particolarmente interessante è dato dalla crescente importanza della partecipazione attiva di chi fruisce: non solo il cinema esce sempre di più dalla sala (nell’immaginario, ma anche nelle pratiche performative), ma nel fare questo sottrae lo spettatore dal suo ruolo di semplice recettore e lo proietta – è il caso di dirlo – in una sovrapposizione continua di reale e virtuale che ridefinisce lo statuto stesso di chi partecipa.

    Così come accaduto con lo spazio teatrale tradizionale, anche per il cinema l’uscire dallo spazio codificato attiva infatti un rinnovamento, una riconfigurazione che libera la tensione sperimentativa primigenia, un rinnovamento che può incontrare nuove forme di (non) linearità narrativa o l’utilizzo di dati e informazioni scientifiche, che trova nella realtà aumentata e in quella virtuale delle innovazioni in grado di riattivare lo stupore del cinema delle origini.

    A chi volesse obiettare che il discorso a volte si sbilancia un po’ troppo sull’importanza dell’innovazione tecnologica, Arcagni ricorda che è dall’epoca dei fratelli Lumière che lo spunto è tecnico-commerciale prima ancora che artistico (eppure, ci dice “la storia del cinema è andata in tutt’altra direzione”) e che i prossimi anni saranno una stimolante sfida a inventare nuovi modelli di produzione, distribuzione e fruizione.

    Ibridazione, nuove sensorialità e esperienzialità, olografia e immersività… il quadro di possibilità (già presenti, ma ancora in una fase di felicissima esplorazione ben lontana dalla codificazione di nuovi standard) che Cinema Futuro presenta è una mappa in evoluzione, un grande atto di amore nei confronti del cinema che non deve nemmeno sforzarsi troppo di trovare elementi di sorprendente continuità nel suo naturale desiderio di andare oltre se stesso.

    Perché tra la magia di una sala buia ritrovata e l’occasionalità a basso tasso di coinvolgimento di un film visto su un telefonino mentre si chatta con gli amici, “c’è tutto un mondo intorno” e lo sguardo curioso dell’esplorazione vuole fortemente uscire dalle mura e entrare dentro le nostre reti cognitive.
    Ci sarà da divertirsi!

    Note