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20 Novembre 2019

Appunti da una residenza d’artista a Pechino: l’incredibile storia di Green Diamond

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La prima volta che sono arrivata a Pechino non avevo avuto veramente tempo di informarmi sulla città: nella mia immaginazione si mischiavano, senza forma, solamente infiniti grattacieli grigi tra una nube di smog, tuk tuk di latta e la cantante dei Grimes coi capelli rosa (chissà perché).

Era il giugno del 2018 e il biglietto aereo era stato coperto dalla borsa di studio di Nctm e l’arte. Quasi mai partecipo a bandi di residenze, penso che il problema sia soprattutto l’impossibilità di sfuggire alla richiesta di un progetto definito dai vari enti: quasi mai so che cosa farò, e se lo so, spesso cambia una volta arrivata in un luogo. Sembrerà näif, e forse lo è, ma per una strana forma di misteriosa scaramanzia, non parlo (e tantomeno scrivo) mai di un lavoro che non ho ancora cominciato, come se a prevederne il risultato ne guastassi il sapore.

Nctm e l’arte è una delle uniche borse di studio italiane in cui le condizioni di partecipazione sono solo una lettera d’invito di un ente e il portfolio: era per questo che avevo deciso di provarlo. La mia lettera proveniva dall’I: project space, uno spazio espositivo e di residenze in centro a Pechino, situato in un vecchio Hutong vicino a Beixinqiao. Fondato da due ragazze tedesche poco più che trentenni, Anna-Viktoria Eschbach e Antonie Angerer, mi sembrava un posto affascinante. Bravi artisti, dalle pratiche differenti ma con un’attitudine profondamente contemporanea, si alternavano in uno spazio antico: una corte di basse case dalla struttura secolare circondavano un vecchio orto dove le giganti zucchine del signor Lorain (il “guardiano” della corte, un vispo signore cinese sulla settantina) sembravano spuntate da un cartone animato.

Pechino assomiglia molto all’I:project space: mondi agli antipodi coesistono in modo liquido e naturale, come se i luoghi fossero delle piattaforme di coesistenza e non delle zone di delimitazione. Così, all’I:project Space, può succedere che mentre una ragazza dai capelli blu presenta un’opera di videogiochi in realtà aumentata, il figlio di un anno dell’abitante dell’Hutong vaghi in mutande nel suo trattore di plastica come se niente fosse, tra giovani visitatori che sembrano usciti da una sfilata di Balenciaga e anziane signore cinesi sdentate venute a trovare Lorain, per cucinare una zuppa o visitare il suo bizzarro allevamento di tarantole.

Non si stratta di gentifricazione, ma di coesistenza di mondi: questa è una differenza per me fondamentale. Penso che il pensiero cinese, (ne parla spesso, tra l’altro, Francois Jullien, uno dei più importanti sinologi francesi) sia più incline ad un adattamento alle contingenze, alla ricerca di un equilibrio nel presente: solo qui, ad esempio, all’ombra di grattacieli infiniti, vecchi contadini analfabeti guidano fatiscenti Bajaji di latta che fanno pagare attraverso il QR code di Wechat. Il futuro e il passato coesistono senza aver bisogno di strutture, in una forma di adattamento costante ai cambiamenti.

Nell’estate del 2018, ho così potuto immergermi nella città senza l’obbligo di dover produrre qualcosa; un lusso davvero unico ma fondamentale. La tentazione di partire per un mese verso l’altra parte del mondo e tornare con un lavoro finito era forte, ma lontano dalla mia pratica.

Già da subito volevo creare qualcosa che fosse concepito per un pubblico sia orientale che occidentale, accettando una lettura magari diversa da parte di entrambi, ma accessibile in egual misura, e questo coincideva col prendersi molto tempo. Volevo lavorare su questa città, che dopo due settimane mi aveva rapita in un ritmo instancabile, ma non volevo vampirizzarne lo spirito e la cultura.

Così, durante l’estate 2018 ho vagato per la città, in una labirintica esplorazione che non accettava dubbi o tentennamenti, passando da un gara di di droni futuristici all’istituto svizzero (che, appena varcato il confine aereo dell’ambasciata, cadevano al suolo, per il divieto di utilizzo di droni su territorio cinese) ad un villaggio fatiscente in cui le persone vivevano in capanne destinate alla demolizione da una X rossa inconfondibile, e ancora, Piazza Tienanmen e subito dopo un club proibito nascosto dietro un’innocente porta a specchio: un talk su vite del futuro registrate 24 ore su 24. Sarà possibile ricreare delle vite umane? Quale algoritmo sarà in grado di selezionare i momenti più importanti di un’esistenza in prima persona totalmente digitalizzata? E ancora lunghe passeggiate nella residenza estiva dell’imperatore, tra fiori di loto e ponti centenari. Un vagare che mi sarebbe stato difficile e apparso schizofrenico in Europa, ma lì invece era coerente con ciò che mi circondava, nelle sue contraddizioni che lì erano semplicemente differenze.

Nel frattempo è seguita una serie incessanti di incontri: un talk all’Istituto Italiano di Cultura (seguito in streaming da 3847 persone, numero impensabile in Europa), un talk al B-Side Festival Edition, e un talk all’I:project space, dove ho incontrato Tiange Yang, uno dei curatori dell’Inside Out Museum, che mi avrebbe invitata in seguito alla residenza del 2019. I talk sono stati importanti, perché hanno testato il mio lavoro in contesti diversi con persone nuove, in una pratica rivolta più a un dare che un prendere.

Il vero momento di svolta è arrivato però con l’incontro con Alessandro Rolandi: tutto è iniziato al Confucio Cafè, dove un veloce incontro rubato ai mille impegni si è trasformato in una chiacchierata di oltre quattro ore. Alessandro è stato tra le uniche persone che sono riuscite veramente a farmi entrare nelle contraddizioni politiche e sociali della Cina, a darmi degli spunti e dei testi critici fondamentali per capire i meccanismi che percepivo senza riuscire davvero a iscrivere in una forma finita.

Alessandro, oltre ad essere un artista che vive a Pechino da più di dieci anni, è il fondatore del Social Sensibility Department di Bernard Controls: un dipartimento d’arte in un’azienda di componenti nucleari a Pechino (recentemente anche presso la sede di Parigi): nato nel 2011 – invitando sia artisti a lavorare progetti propri, sia coinvolgendo allo stesso tempo gli operai nella creazione di opere d’arte – si costituisce come il primo progetto a lungo termine di arte-in-azienda capace di lavorare con gli operai in un modo profondamente strutturato e radicale, ma anche totalmente naturale e spontaneo.

Fumando sigarette insieme e varcando le soglie dell’ufficio di Alessandro, al piano superiore della fabbrica, gli operai sono invitati a raccontare idee, confrontarsi liberamente su questioni poetiche e collaborare con gli artisti o proporre loro stessi dei progetti. Negli anni sono nati dei lavori incredibili, che quasi sembrano impossibili se pensati come opere prodotte da degli operai specializzati.

Uno dei lavori che mi aveva colpito maggiormente era stato quello di Wu Shuqing: un’operaia che aveva catalogato i suoi gesti ordinari in catena di montaggio e li aveva estratti dal contesto, andando a creare, grazie a una coreografa, una vera e propria danza contemporanea. Certi gesti erano stati prelevati anche dal suo contesto privato: ad esempio, il gesto di spostare il lenzuolo da parte del marito nei pochi frammenti di tempo rimasti, manteneva vivo l’amore tra di loro e si aggiungeva dunque ai gesti già catalogati e inscenati nella coreografia.

Affascinata dai lavori degli operai, dalle mie giornate senza pause e da un’immersione sempre più profonda nella cultura, già dalla terza settimana del mio viaggio era iniziato in me il desiderio di lavorare su un ribaltamento degli stereotipi che mi ero portata con me dall’Europa e che sentivo sempre più lontani e vacillanti: davvero Pechino è solo inquinamento? E davvero è impossibile immaginare una Pechino all’avanguardia green in un futuro non troppo lontano?

La velocità nella quale vive e si sviluppa non solo è impossibile per la nostra mentalità, ma è anche frutto di un regime politico che dispone di una totale libertà di movimento in vista di un un programma a lungo termine.

Inoltre, qual è il confine al di là del quale un racconto sul futuro (tecnologico e green) risulta fantascientifico o meno, e come cambia la soglia della credibilità rispetto a chi guarda, ovvero rispetto a uno spettatore europeo e cinese?

Tutte queste domande mi hanno portata, a metà del 2018, a concepire Green Diamond. Tornata in Italia, durante l’inverno 2018, ho iniziato a ragionare su quello che avevo percepito (ovvero la strana sensazione di essere in un futuro che non sa ancora di esserlo) e a studiare, passando da riviste di bio-tecnologie, ad articoli di sinologi e romanzi, e tenendo infine monitorate in modo costante le notifiche di Wechat. Finalmente sentivo di avere in mano qualcosa, era però necessario tornare e rivivere la città con questa nuova consapevolezza: questo voleva dire trovare un modo per avere un alloggio a Pechino, un supporto logistico e dei fondi per farlo.

Ho deciso di applicare per la residenza presso l’Inside Out Museum, (una residenza ad invito, gratuita, particolarmente selettiva) e, poco dopo, grazie al bando Movin’Up 2019 (bando per la mobilità dei giovani artisti) e alla vincita del premio internazionale a totale copertura delle spese, tra giugno 2019 e ottobre 2019 ho trovato il modo di tornare due volte a Pechino per lunghi periodi, e dare vita al primo capitolo di Green Diamond.

La prima fase, ovvero quella estiva, ha coinciso con una totale immersione presso la Bernard Controls: tra il caldo afoso e la confusione del traffico, i miei Didi (degli uber cinesi) mi portavano verso la zona tecnologica della città, deserta e azzurro-grigia, con i grattacieli che creavano un paesaggio futurista. Ho passato moltissimo tempo con gli operai a collezionare pensieri sulla natura: una natura possibile, futura e passata: parlavamo di luoghi di pace della loro infanzia tanto quanto di oasi immaginate durante il lavoro in catena di montaggio.

È stato durante questa fase, e la successiva, in autunno, quando la mia casa era ormai il grande e luminoso loft del museo Inside Out, che è nata la storia di Gao Yue (高跃) e Li Jian Ping (李建平).

Come in questo estratto dal comunicato stampa della mia personale presso lo I:project Space, questa storia è il resoconto di una lungo lavoro tra l’archivio e la ricostruzione, avvenuta grazie anche agli operai della Bernard Control: “Green Diamond è un’azienda esistita a Pechino tra il 1995 e la metà del 1999, la cui sede centrale si trovava nella zona di sviluppo economico e tecnologico in Jinghai Road.

Green Diamond era una un’azienda di sofisticatissima tecnologia hi-tech, il cui scopo era lo sviluppo di raffinati microchip in polvere di diamante, chiamati “sensori GD”, capaci di provocare nel corpo umano sensazioni e percezioni legate al mondo naturale.

Grazie a una serie di gesti, combinati con sensori impiantati in precise parti del corpo e l’uso di lenti a contatto virtuali e onde a ultrasuoni, l’utente “Green Diamond” sarebbe stato in grado di esperire sensazioni come il calore del sole sulla pelle o la sensazione di aria fresca nel volto. Li Jian Ping (李建平) era un operaio che venne assunto dall’azienda tra il 1994 e il 1999, il suo ruolo era quello di pulire i sensori GD nella fase finale di produzione. Tra il 1998 e il 1999, la compagnia assunse Gao Yue (高跃), una delle più promettenti acrobate della scuola acrobatica di Pechino, il cui compito era quello di testare i sensori e lavorare ai nuovi “GD gestures”, ovvero i gesti Green Diamond.

Per circa nove mesi, Gao Yue e Li Jian Ping ebbero una relazione, e ciò portò Li Jian Ping a collezionare gran parte delle loro conversazioni e un grosso numero di documenti sul lavoro che Gao Yue portava avanti quotidianamente nell’azienda.

Quando Li Jian Ping lasciò l’azienda, tutte le mail aziendali e ogni tipo di documento web venne immediatamente cancellato, sia online che nel suo computer. Li Jian Ping, però, aveva conservato diverse mail stampate e video e fotografie per costruire un piccolo libro per Gao Yue in occasione del loro primo anno di relazione, che oggi è la reale fonte di ricerca nella ricostruzione di Green Diamond.”

Come dare una forma a questa storia? Tutto il lavoro è ruotato intorno alla costruzione di una sito che funziona come un archivio, ma anche come un moodboard per un film. Mischiando documenti, video, trascrizioni di mail e informazioni tecniche, il sito è una sorta di piccolo labirinto, in cui immergersi in una realtà fantascientifica che invece di rivolgersi al futuro si rivolge al passato.

La mostra si componeva dunque dal sito, da vari documenti e da un video realizzato negli spazi della Bernard Controls, in cui due acrobate gemelle della scuola del teatro Er Qi, si muovevano tra gli spazi dell’azienda, facendo rivivere il passato di Green Diamond.

In mostra, spettatori cinesi, europei e americani, reagivano in modo talvolta opposto e inaspettato: increduli per l’esistenza di una simile storia (alcune immagini), oppure totalmente a loro agio ad immaginare un simile avvenimento nella loro città solo 20 anni prima. Si rendevano in qualche modo co-autori, di un lavoro che si pone in bilico tra il possibile e l’improbabile, tra la fantascienza e la documentazione.

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