Almanacco > Inediti
19 Febbraio 2019

Lavorare con le città: una conversazione con Simone Menegoi, direttore di Arte Fiera Bologna 2019

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

La centralità dell’immagine nella costruzione nei nostri percorsi di senso è ormai un fatto assodato. È l’immagine il nuovo testo, il nuovo orizzonte di senso, il senso stesso dell’orizzonte. È che l’occhio funge da primo cervello: era sottoutilizzato e solo nel presente la tecnologia ha permesso il compimento di una rivoluzione.

Il testo scritto resta, non scompare: ma resta come esperienza immersiva, nirvana o ritiro spirituale, blackout speciale in mezzo al flusso martellante di stimoli visivi di diverso cabotaggio, narcissici, narcotici e istantanei, come nella consultazione scorrevole e scorribanda di Instagram, porno-erotici o sclerotici, come nell’invadenza pubblicitaria che colonizza gli spazi abitati, fluorescenti, immersivi e dialoganti, come nell’immagine espressiva che ambisce a forare il poliuretano dell’abitudine e sedimentare dopo aver creato il cortocircuito poetico, il “fatto nuovo”, che è proprio dell’arte. “L’esperienza ottica che cresce in noi” di cui parlava Cezanne nel 1905 (dallo splendido Storia dello sguardo, Mark Cousins, Il Saggiatore, 2018), si è infinitamente accresciuta.

A Bologna, durante i giorni di Arte Fiera 2019 (25 gennaio – 3 febbraio), il potenziale dirompente dell’arte visiva è stato il “fatto nuovo” in grado di permeare la città, una week-art che si poneva l’obiettivo di costruire una costellazione visiva in grado di accogliere nel firmamento gallerie, collezionisti, appassionati e grande pubblico, con la maggior fusione possibile tra il polo fieristico e la bellezza pulsante della città.

Materializzare tale connubio, scandendone gli equilibri, è stato il grande merito di Arte Fiera 2019 e dei suoi organizzatori, in grado di innescare un gioco di sponde tra la centralità delle gallerie italiane e delle loro proposte in fiera, e la vocazione globale della proposta di fruizione in città, culminata con la mostra evento di Mika Rottenberg al MAMbo, e con il progetto, ricco di percorsi, eventi, e stazionamenti reali o virtuali intitolato Oplà. Performing Activities, a cura di Silvia Fanti, con artisti come Vascellari o Pietroiusti.

Il giusto completamento, insomma, ai due percorsi fieristici: la main section organizzata per aree di interesse (moderno, arte postbellica, contemporaneo di ricerca), con più di 50 espositori, e lo spazio Fotografia e Immagini in movimento curato ottimamente dalla piattaforma Fantom, il cui allestimento puntava a restituire uno sguardo esauriente (e al contempo discontinuo), fatto di continue contaminazioni tra discipline, intermittenze e modulazioni di frequenza, sull’interazione immagine/realtà e il processo di rinnovamento che viviamo, che è continuo, irreversibile e ambivalente.

“Focalizzare le energie sui punti di forza che esistono già, senza rivoluzioni, ma ponendosi l’obiettivo di dare spazio, rilanciare e affinare ciò che c’era di buono.“

In questo senso, significativo è parso l’incontro tra artisti emergenti e grandi sperimentatori, talvolta uniti in un vero e proprio invisibile fil-rouge, come per esempio accade tra Luca Lupi (Galleria Cardelli e Fontana di Sarzana), che espande il punto di vista sui paesaggi per coglierne le trasformazioni equiparando l’orizzonte visivo a quello temporale, e Mario Cresci (Galleria Matèria di due bravi e giovanissimi galleristi romani), che da sempre indaga la concatenazione tra uomo e realtà, e il suo tradursi in un continuo generarsi di forme illusorie.

Mario Cresci – Lightbooks, 2011. Courtesy of Matèria and the artist.jpg

Italianità, vocazione al coinvolgimento, dialogo tra forze emergenti e grandi certezze: ecco gli obiettivi primari di Arte Fiera 2019, come ci ha confermato in un’ampia intervista Simone Menegoi, critico e curatore d’arte contemporanea, direttore alla prima esperienza ma investito di un mandato triennale.

Direttore Menegoi, sotto la sua direzione artistica l’edizione di Arte Fiera 2019 si è contraddistinta per molti cambiamenti. Mi racconta il suo approccio e i suoi obiettivi?

Parlerei di una visione “strategica”, che mi era balenata in mente in forma vaga quando ho deciso di accettare l’incarico, e che poi si è cristallizzata attraverso il confronto e il dialogo con lo staff, a partire da Gloria Bartoli, la vicedirettrice artistica, una preziosa new entry del gruppo.

Una strategia che troverà compimento nelle prossime edizioni, e che si può riassumere con il principio di focalizzare le energie sui punti di forza che esistono già, senza rivoluzioni, ma ponendosi l’obiettivo di dare spazio, rilanciare e affinare ciò che nelle edizioni precedenti c’era di buono.

Abbiamo scommesso su una fiera connotata come fortemente italiana, un intento che è stato capito e condiviso dalla stampa e dagli addetti ai lavori: italianità non come limite, ma come risorsa. Credo che per Arte Fiera sia questo il modo migliore di connotarsi, distinguersi e perfino di conquistarsi una dimensione internazionale: valorizzare un’identità e una tradizione forte che nessun’altra fiera in Italia può vantare.

In un momento in cui c’è grande interesse per l’arte italiana, tanto verso i maestri della prima metà del XX secolo quanto verso i tanti autori già storicizzati del secondo dopoguerra, l’italianità può essere assunta come un valore centrale. Questo non significa che non ci saranno nei prossimi anni gallerie straniere; ma si tratterà di inviti mirati, che andranno a integrare e ad articolare maggiormente un’offerta basata essenzialmente sull’arte e sulle gallerie italiane.

La sezione principale di Arte Fiera 2019 è stata dedicata al concetto di “Fotografia e immagini in movimento”. Estremamente interessante, dal mio punto di vista, anche perché si crea un cortocircuito, una dialettica con la schizofrenia che contraddistingue il rapporto tra tempo contemporaneo e immagine. Quando la fotografia diventa arte? C’è un momento preciso?

Grazie al cielo no, non c’è un momento preciso. Esiste un’ampia zona grigia fra la fotografia come gioco alla portata di chiunque abbia uno smartphone, oppure come pratica utilitaria, e la fotografia come “arte” – e va benissimo così. Il video e la fotografia sono ormai enormemente presenti nella nostra vita, e quindi la sfida degli artisti che ne vogliono fare uno strumento di espressione è, per certi versi, sempre più difficile.

Il video e la fotografia sono ormai enormemente presenti nella nostra vita, e quindi la sfida degli artisti che ne vogliono fare uno strumento di espressione è sempre più difficile

La sezione di Fotografia e immagini in movimento è stata molto significativa da parecchi punti di vista, non escluso quello del rapporto con il presente dal punto di vista estetico e sociale: abbiamo avuto una selezione di proposte la cui gamma andava dalla rivalutazione del supporto materiale della fotografia (penso ad esempio alle polaroid ossidate di Paola di Bello, che il tempo ha reso specchianti, nello stand di Renata Bianconi) fino a un’estetica volutamente povera, più quotidiana e a ridosso dei modelli dei social e di Internet (per esempio Kenta Kobayashi da Metronom, o Emilio Vavarella presentato da Gallleria Più). Una gamma affascinante.

Esiste un’esigenza commerciale nell’ideazione di Arte Fiera 2019?

L’elemento commerciale è il motivo per cui si fanno le fiere, e quindi per l’edizione appena conclusa e per quella che cominciamo a preparare, i ragionamenti intorno alle esigenze del mercato sono stati e saranno centrali. L’obiettivo è portare i migliori collezionisti in fiera lavorando sulla qualità, sull’armonia tra domanda e offerta, anche facendo uno sforzo organizzativo ed economico per offrire ospitalità ai collezionisti più importanti, sia italiani che stranieri.

Quanto è segnica l’arte contemporanea, ovvero quanto un artista acquisisce valore in base alla sua capacità di legare un’esperienza estetica o materica al discorso della moda o dello spettacolo? Mi viene in mente, in questo senso, l’opera dello scultore Fabio Viale per esempio, che per me è stata impressionante dal punto di vista dell’impatto visivo, per bellezza ed efficacia simbolica, salvo poi agitarmi con delle domande alle quali non sono riuscito ancora a dare risposta. Quanto emerge la creazione libera, e quanto conta l’effetto vertigine, l’idea di stupefazione, il lato “provocatorio” di un lavoro artistico?

Indubbiamente “surfare” il flusso dei segni del presente, specie quelli più vistosi e superficiali, può aiutare a creare attenzione su di sé, ma non è automatico che questo crei valore – e con valore, intendo tanto valore culturale, quanto valore di mercato, spesso – non sempre, ma spesso – strettamente legati.

La creazione dell’uno e dell’altro nasce da una complessa negoziazione fra istituzioni, collezionisti privati di alto livello e (ancora, si spera) la critica: e non è detto che questi attori si muovano su gusti o percezioni vicini a quelli del grande pubblico. Anzi, come ben sappiamo, spesso è vero l’inverso.

Eccoci al legame tra città e fiera. Tantissimi eventi interessanti, tantissimi spazi a disposizione. Qual è il bilancio di questa edizione? Quanto, a suo giudizio, la città deve essere parte integrante, diegetica, in un evento come Arte Fiera?

Sono estremamente soddisfatto della partecipazione della città, che trova la sua espressione più evidente nel circuito Art City.

Sapere di poter contare su una città che si presenta all’appuntamento della fiera con una simile offerta di mostre ed eventi mi ha sicuramente aiutato ad accettare la sfida della direzione artistica. La fiera, del resto, contribuisce essa stesa al programma, con un investimento economico che sostiene tanto le mostre, quanto il coordinamento e la comunicazione del cartellone.

Dal prossimo anno mi auguro e spero che il rapporto di collaborazione con Art City possa crescere e investire anche il piano dei contenuti: io e Lorenzo Balbi, direttore del MamBO e coordinatore di Art City, siamo vicini generazionalmente e per gusto, e con lui il dialogo è stato fin dal principio costruttivo. Ma il legame con la città e con il territorio è una componente fondamentale per noi anche al di là di Art City.

A questo proposito, vorrei citare Solo figura e sfondo la grande mostra di opere delle collezioni istituzionali, pubbliche e private, di Bologna e dell’Emilia Romagna curata da Davide Ferri, che spero sia la prima di un ciclo, e le tante collaborazioni con istituzioni cittadine, dal Teatro Comunale alla Fondazione Golinelli, dall’Università all’associazione Xing, una delle cui fondatrici, Silvia Fanti, ha curato per noi un bel programma di “performing activities” dal titolo Oplà.


L’immagine di copertina e quelle in pagina sono state gentilmente concesse da Arte Fiera Media

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Innovazione culturale

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Appunti da una residenza d’artista a Pechino: l’incredibile storia di Green Diamond

20 Novembre 2019
scrittura, abruzzese

Formicolii / La fine della scrittura nella polverizzazione dei linguaggi

27 Ottobre 2019

Iconologie del tatuaggio: scritture del corpo e oscillazioni identitarie

8 Ottobre 2019