Per sostenere gli spazi culturali dobbiamo riguardare i luoghi a cui appartengono: il caso del museo MULA+ di Latronico

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Quando il MULA+ Museo di Latronico non era ancora il MULA+ (sarebbero trascorsi molti decenni prima che ciò avvenisse), ed eravamo agli inizi degli anni ‘30 del Novecento, nella frazione di Latronico chiamata Calda per la temperatura delle sue acque minerali, d’estate accadeva qualcosa di speciale. Ma neppure tanto speciale, a pensarci bene, perché quel posto, da sempre o da tanto, aveva svolto un ruolo centrale nella comunicazione e negli scambi tra Jonio e Tirreno.

Latronico e la Valle del Sinni già in tempi remoti fungevano da tramite, da cerniera tra diverse culture. A testimoniarlo le ceramiche ritrovate nelle grotte di Calda, le cui lavorazioni mostravano chiaramente i segni dello scambio e della reciproca influenza.

Nel secolo scorso, quando il primo stabilimento termale cominciò a funzionare e a richiamare gente, specialmente dai paesi limitrofi per curare varie malattie, Calda si affermò sempre più come luogo di incontro, socializzazione, scambio. I “Bagni”, come venivano chiamati dai locali, erano spazi interni ed esterni dove si faceva esperienza di accoglienza, di incontro con la diversità (anche solo una diversità di paesi di provenienza, ma stiamo parlando di un periodo in cui le minime distanze significavano ancora qualcosa). Nello stabilimento termale, e intorno a esso, si costruivano momenti di comunità.

Non stiamo raccontando qualcosa di unico o raro ma ci piace pensare, e questo pensiero si fonda su basi abbastanza solide, che Calda abbia sempre praticato la dimensione della socialità e dell’accoglienza e che, chi è arrivato, abbia trovato qualcosa che appartiene profondamente al genere umano.

Pensiamo a questa “sopravvivenza” del passato come a un’eredità che l’associazione ArtePollino ha voluto raccogliere e rileggere in chiave contemporanea, intorno alla quale ha voluto costruire un modo di stare insieme che ha chiamato “Bellezza mia!”, realizzato grazie al sostegno di politiche pubbliche mirate.

La funzione che quel luogo ha avuto in passato nel territorio è stata ripresa e reinterpretata con lo stesso obiettivo di favorire e incrementare l’incontro tra persone, storie, saperi, ambienti, a ogni livello. Gli stessi organizzatori, per realizzare il programma culturale, hanno dovuto interagire con persone, luoghi, esperienze, creando una fitta rete di relazioni.

Il programma “Bellezza mia!”, pensato per ri-generare e ri-animare quest’area marginale di una regione a sua volta marginale, come la Basilicata, aveva e ha come obiettivo l’arricchimento culturale e umano non solo di chi, più o meno intenzionalmente, si trova a passare da queste parti, ma soprattutto di chi vive qui. E al contempo far sì che chi vi risiede possa incontrare chi è di passaggio.

Siamo abituati a pensare e programmare le attività culturali durante l’estate, quando nei nostri piccoli centri arrivano i “turisti” e riteniamo necessario fare bella mostra di noi stessi, mettendo in scena qualcosa che, invece, durante l’anno, accade sporadicamente o quasi mai.

ArtePollino ha voluto mettere al centro chi è rimasto, chi è tornato, chi vive qui dodici mesi all’anno, in particolar modo durante i duri e lunghi mesi invernali, senza per questo dimenticare i graditi visitatori. Per tutti è stato costruito un programma culturale capace di contenere linguaggi artistici differenti, teatro, musica, letteratura, arti visive, e di offrire momenti in cui potersi “raccogliere in maniera poetica”1F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, p. 25, sperimentare in prima persona, momenti di dialogo, approfondimento e di conoscenza.

“Giardino degli dei”, Parco Nazionale del Pollino, è possibile ammirare il Pino Loricato

Per molte persone, questi momenti si sono caricati di un significato particolare, sono stati attesi di volta in volta, anche se in maniera diversa, e apprezzati. La partecipazione costante di persone provenienti da tanti paesi ne è stata la prova.

Le aree interne sono luoghi che perdono popolazione, invecchiano, diventano povere, perdono servizi e occupati. Sono luoghi bui, come dice Lidia Decandia2 L. Decandia, C. Cannaos, L. Lutzoni, I territori marginali e la quarta rivoluzione urbana, Guerini e Associati, 2017, p. 167, di fronte ai quali dobbiamo sostare per vedere che qualcosa si muove e scintilla, qualcosa che può nutrire il nostro presente.

È difficile e faticoso fermarsi e riuscire a vedere questa scintilla, oggi più che mai, soprattutto se in un’area interna ci vivi e non ci vai in vacanza o per partecipare all’ennesimo convegno sulle periferie come relatore, come studioso o come pubblico. Ritrovarsi in piazza e contarsi, vedere ripetutamente attività lavorative chiudere dopo qualche anno, il numero dei bambini iscritti alla classe prima affievolirsi costantemente, avere l’impressione di essere sempre all’anno zero e che non ci sia continuità in quasi nessun settore, è scoraggiante. Il rischio demotivazione è sempre dietro l’angolo.

Ma, dopo anni, lo sguardo si è affinato. Abbiamo iniziato a “riguardare i luoghi” a sentire addosso l’obbligo che abbiamo verso di essi, ad averne cura. Questi luoghi, con la loro natura pervasiva, i tanti vuoti che li caratterizzano, specialmente per la bassissima densità abitativa, le poche nascite e per la nuova stagione di emigrazione, abbiamo imparato ad amarli. Ad amarli non a mitizzarli, quindi ad accettarne anche le ombre, le contraddizioni, i limiti, le ferite, i conflitti. Perché avere cura dei luoghi vuol dire anche “farsi carico delle verità drammatiche, quelle che tutti vorremmo tacere […], cura è saper fare i conti con il dolore”.

Non ci piace raccontare questa terra attraverso un’immagine fiabesca, banale, secondo la quale in questi paesi hai ancora la possibilità di avvicinarti a un mondo rurale, che richiama nostalgicamente un tempo che non esiste più, ma che forse non mai è esistito, dove tutto era bello. Non è così, non per noi.

Questo luogo non è il migliore del mondo ma è il luogo dove ancora si può scegliere di vivere, o di tornare, come è accaduto a otto persone, quasi tutte giovani, che abbiamo intervistato durante il laboratorio di storia/storie di vita e che ci hanno raccontato la loro esperienza. Persone attive, con un elevato titolo di studio, che in alcuni casi hanno avviato un’attività innovativa e, in altri, hanno proseguito nell’impresa di famiglia ma in una logica di cambiamento e innovazione.

Restanti, li chiamerebbe Vito Teti, o ritornanti direbbe qualcun altro. In queste persone abbiamo trovato quella “volontà di guardare dentro e fuori di sé, per scorgere le bellezze, ma anche le ombre, il buio, le devastazioni, le rovine e le macerie.” Abbiamo trovato persone che non si sentono vittime e neppure eroi ma che semplicemente vivono laddove hanno scelto di farlo, per “riscoprire la bellezza della sosta, della lentezza, del silenzio, di un complesso e faticoso raccoglimento” sebbene restare sia anche “legato all’esperienza dell’essere sempre fuori luogo, proprio nel posto in cui si è nati e si vive.”

Oltre a viverla per quello che è, di questa terra ci piace raccontare la storia e, al contempo, osare immaginarne il futuro in un momento in cui questa operazione potrebbe sembrare azzardata e folle. Ci abbiamo provato, ad esempio, insieme a una quarantina di persone, durante il Re-birth Forum, in collaborazione con Cittadellarte Fondazione Pistoletto.

In questo “altrove” marginale rispetto ai flussi economici e culturali, vissuto oramai dai residenti come luogo scartato dalla modernità, abbiamo provato a mettere a punto un congegno capace di ri-attivare il desiderio di incontro, di scambio, di contatto umano e condivisione di bellezza. Quel desiderio che pare si stia affievolendo, anche laddove i rapporti umani sarebbero favoriti dalla prossimità.

È stato probabilmente questo desiderio a spingere moltissime persone a partecipare ai laboratori, ai concerti, agli spettacoli, agli incontri con gli autori, ai workshop e convegni, al gruppo di lettura.

Al MULA+, in quello che negli ultimi tre anni, è diventato uno spazio polifunzionale, di sperimentazione, di studio, di creazione artistica, abbiamo accolto, di volta in volta, un pubblico appassionato e curioso. E, contrariamente alle previsioni, abbiamo visto arrivare molte persone, moltissime tornare e stringerci le mani, ringraziandoci.
“La conferma che si può produrre lietezza anche con il lavoro culturale”.

Quella lietezza è anche nostra e siamo noi a dover ringraziare tutti per aver permesso che ciò accadesse: dagli enti che hanno sostenuto e condiviso il progetto al pubblico presente, dagli artisti, relatori, scrittori, fino agli instancabili e resistenti soci di ArtePollino.

In questo momento così particolare una domanda si impone. Ci stiamo interrogando sul futuro dei piccoli spazi culturali, come il nostro, nelle aree remote dell’Italia, dopo la fine dell’emergenza coronavirus. Lo scenario non è dei migliori e probabilmente questo virus agirà a lungo sulle famiglie e sulle loro future priorità. Quante di loro avranno la possibilità di poter destinare parte del bilancio alla cultura, per partecipare a uno spettacolo, un concerto, una mostra?

E allora ci chiediamo: quali saranno, se ci saranno, le strategie e le priorità che il governo e le regioni metteranno in campo per sostenere gli spazi culturali, in particolare nelle aree interne? Ci sarà la capacità e la volontà di sostenere le “aree marginali” e quelle attività, che già normalmente vengono definite “accessorie” perché mettono al centro temi come l’arte e la cultura, in territori in cui sempre più spesso vengono a mancare i servizi di base?

L’auspicio è che nella condivisione si possa trovare la strada per superare anche questo ostacolo e ripartire con nuove energie e nuove economie, più sostenibili. Superata l’emergenza, sarà necessario salvaguardare la biodiversità culturale delle aree marginali e far sì che diventi modello per una nuova ripartenza.


In copertina: “Earth Cinema”, lavoro dell’artista Anish Kapoor

Note