Chi sono i Changemaker, i futuri protagonisti dell’economia industriosa

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

image_pdfimage_print

Da oggi è disponibile in libreria Changemaker? Il futuro industrioso dell’economia digitale (Luca Sossella editore, a cura di cheFare), un testo di Adam Arvidsson di cui pubblichiamo qui un estratto. Un’analisi delle nuove forze del cambiamento nella nostra società, un libro di grande interesse per studenti e studiosi di sociologia, politica e studi sui media e culturali, nonché per chiunque sia interessato all’impatto delle tecnologie digitali e del futuro del capitalismo. Online è acquistabile su Amazon, Ibs, LaFeltrinelli, Libreria universitaria.

I nostri tempi sono contrassegnati da un pessimismo dell’intelligenza e un ottimismo della volontà, per riprendere un vecchio adagio di gramsciana memoria. Il nostro pessimismo intellettuale si manifesta nel fatto che nessuno sembra avere un’alternativa seria alla difficile situazione in cui ci troviamo, eppure il nostro cocciuto ottimismo fa sì che, nonostante l’assenza di alternative, continui a esserci un desiderio generale di cambiamento. Cambiare il mondo è diventata la parola d’ordine di una nuova generazione.

Lavoratori della conoscenza con formazione universitaria investono molto lavoro in start-up e imprese sociali e si dedicano a progetti di peer production e a nuove crypto venture nella speranza di avere un impatto che vada oltre la prospettiva, spesso sfuggente, di un guadagno economico. E anche se lavorano nel settore d’impresa, la speranza è che i loro sforzi contribuiranno a determinare una qualche trasformazione generale.

Da contesti del tutto insinceri (quando il desiderio di cambiamento viene fatto proprio dagli slogan di imprese i cui obiettivi sono tutt’altro che progressisti), passando poi per manifestazioni alle volte assurde (come i Post-it workshop), e fino ad arrivare al duro lavoro onesto e sincero di molti, essere un changemaker è diventata un’aspirazione comune.

Chiaramente, il mondo ha bisogno di un cambiamento. Praticamente tutti gli osservatori più seri sono concordi nel dire che, se continuiamo così, ci si prospetta un futuro davvero tetro. Ma come va cambiato il mondo?

In parte, la difficoltà nell’immaginare una direzione per il cambiamento deriva da una colonizzazione pressoché completa dell’immaginario da parte della cultura commerciale e dal concomitante declino della politica e di quella che una volta veninva definita come ‘sfera pubblica’. una condizione che Mark Fisher ha definito in termini di “realismo capitalista”.

Un’altra motivazione sta nella natura radicale della crisi ecologica in arrivo: questa è, infatti, una vera e propria singolarità nel senso più autentico del termine, un fattore su cui non è più possibile fare previsioni e oltre al quale siamo incapaci di guardare.

Tuttavia, un altro motivo per cui non riusciamo a immaginare un futuro diverso potrebbe stare nel fatto che i tempi sono ancora prematuri.

Il desiderio di cambiare il mondo senza sapere esattamente come non è una condizione storica nuova. Piuttosto, è una caratteristica di quella che io definisco come la modernità industriosa, ossia un tipo di esperienza moderna che è già esistita in passato e che accompagnò la transizione verso il capitalismo industriale in Occidente (e, probabilmente, interessò anche altre parti del mondo preindustriale).

La modernità industriosa è stata l’esperienza alla base di quel lungo XVI secolo in Europa (e, per certi versi, della rivoluzione commerciale del Medioevo che lo ha preceduto) che interessò non solo un’emergente società civile urbana organizzata in corporazioni e confraternite e costruita attorno a nuove idee di giustizia e libertà ma anche la “moltitudine” di soldati, marinai, mendicanti, detenuti e altri emarginati di un ordine feudale in fase di sgretolamento che, assieme ai nuovi commoner, sfidarono nozioni radicate di gerarchia e privilegio.

A cominciare dalle guerre dei contadini nella Germania del XVI secolo, i protestanti riunirono queste diverse esperienze in un movimento comune per il “cambiamento” che finì per dominare la scena politica emergente dell’Europa settentrionale e degli Stati Uniti coloniali. Secondo Max Weber, i protestanti inaugurarono la modernità industriale con la loro industriosità assoluta, il loro duro lavoro e il loro senso di abnegazione. Questi volevano migliorare se stessi e il mondo che li circondava senza però sapere con chiarezza verso quali obiettivi puntare. Piuttosto, il loro impegno era ammantato dal concetto mistico della “vocazione divina”.

Proprio come noi, i protestanti avevano solo un’idea molto vaga della direzione in cui si erano avviati ed è possibile che, se avessero conosciuto i risultati dei loro sforzi, non li avrebbero trovati di loro gradimento. Per dirla semplicemente, non erano in grado di vedere il futuro che stavano costruendo. Oggi che la “gabbia d’acciaio” della modernità industriale si sta sgretolando, torna ad affermarsi nuovamente un’esperienza simile di modernità industriosa.

Per certi versi, il ritorno della modernità industriosa è un fatto culturale. È il risultato del successivo smantellamento delle narrative grandiose che hanno caratterizzato la modernità industriale – come, per esempio, il comunismo, la democrazia liberale o la società di consumo – oltre che dei movimenti sociali che le hanno ispirate. Tuttavia, la modernità industriosa è supportata anche da una particolare condizione materiale. La vita nella modernità industriale era forse alienante e noiosa, una vita per specialisti senza spirito, edonisti senza cuore, come scrisse Weber nelle pagine finali del suo saggio su L’etica protestante.

Tuttavia, la sicurezza esistenziale dei singoli era in un certo senso protetta. Gli individui potevano dedicarsi al proprio lavoro d’impresa fiduciosi del fatto che, in qualche modo e nel grande disegno delle cose, il loro lavoro era importante e contribuiva a una causa più grande di loro.

Quando queste narrative grandiose sono evaporate, la natura “di merda” di molti lavori d’impresa divenne evidente. E infatti, David Graeber, che ha coniato l’espressione bullshit jobs (ossia, “lavori di merda”), suggerisce che circa il 40% dei lavoratori in posizioni manageriali di livello intermedio in settori come le pubbliche relazioni, le risorse umane, la gestione del marchio o la consulenza finanziari sostiene che il proprio lavoro sia “senza senso”.

Al momento, molti rifuggono da questi lavori, se possibile. Inoltre, sempre più persone vengono espulse dai lavori d’impresa a causa di esuberi oppure perché le loro mansioni sono state esternalizzate e quindi devono a cominciare a lavorare come freelance oppure, infine, perché non sono nemmeno riusciti a mettere i primi passi nel mondo del lavoro nonostante i costosi titoli di studio universitari conseguiti. Tutti questi emarginati devono affrontare direttamente le minacce esistenziali poste da una simile esistenza precaria. Costoro devono sopravvivere in una situazione intermedia, fra una realtà di disoccupazione e la sicurezza di un lavoro stabile. “Cambiare il mondo” è la politica – o, forse, l’inconscio politico – che risulta da tale precarietà.

È un modo per convincersi, a torto o a ragione, che quanto si sta facendo è utile e che la propria esistenza ha senso. Anche le sette protestanti di cui parla Weber operavano in maniera non dissimile.

Inoltre, questa condizione di industriosità sta diventando sempre più comune. Indubbiamente, processi simili fanno parte da sempre dell’esperienza moderna per la gente comune. Anche nelle società organizzate della modernità industriale, molti operavano al di fuori di mercati del lavoro regolati o impieghi sicuri. Basti pensare ai ristoranti o alle piccole pensioni a gestione familiare onnipresenti nei quartieri del ceto operaio d’Europa fino a non molto tempo fa oppure alle cucine ambulanti nelle strade di Singapore o Mumbai oppure ai magliari napoletani che viaggiavano indisturbati tra Berlino e Parigi per vendere tessuti contraffatti nel bel mezzo della seconda guerra mondiale oppure, ovviamente, all’economia informale che alle volte offre merci e servizi illeciti.

Questa economia industriosa – di piccola scala, flessibile e semi-formale di piccola scala e ad alta intensità di manodopera- rappresenta oggi un’opportunità per un numero sempre crescente di attori. La scomparsa di lavori industriali stabili in Occidente (e, in maniera crescente, anche in Asia man mano che le fabbriche vengono automatizzate) e la trasformazione delle zone rurali africane e sudamericane in seguito all’appropriazione fondiaria e al cambiamento climatico stanno allontanando un’intera generazione da modi di vita tradizionali.

Molti emigrano, spesso non solo per necessità ma anche perché sentono di meritare una vita migliore per se stessi e le proprie famiglie. Probabilmente il sogno di una vita migliore non è mai stato così diffuso e tangibile come negli ultimi anni, ora che le caratteristiche prominenti di una vita vissuta con l’ultimo modello di iPhone in mano sono visibili sugli schermi a poco prezzo ormai onnipresenti anche nelle abitazioni più povere. Molti provano a farcela in megalopoli in forte espansione che però non riescono ad assorbire questo flusso all’interno di un mercato del lavoro ufficiale in contrazione.

Molti tentano il rischioso viaggio alla volta dell’Europa, degli Stati Uniti o di altre aree al centro della modernità industriale. Per la maggior parte, una soluzione imprenditoriale continua a essere l’unica alternativa possibile a un lavoro servile in fabbriche tessili o nei campi di pomodori dell’Italia meridionale oppure a una pericolosa gavetta nel mondo dell’economia criminale. Per la maggior parte, l’aspirazione e quella di avviare una propria attività, di essere padroni (o padrone) di se stessi e di condurre una vita un po’ migliore, un po’ più dignitosa e un po’ più significativa. La vera novità sta nel fatto che questi industriosi imprenditori popolari sono ora sempre più spesso affiancati da laureati del ceto medio che, in passato, preferivano impieghi stabili ai rischi del mondo imprenditoriale.

Questa imprenditorialità dei lavoratori della conoscenza è spesso una necessità. Altrettanto spesso, però, è anche una scelta. Per molti, la natura “di merda” di un lavoro d’impresa diventa evidente solo dopo alcuni anni, quando subentra l’aspirazione a fare qualcosa di diverso che sia più soddisfacente e creativo o che, semplicemente, offra maggiore libertà. Per molti, l’imperativo etico ed esistenziale racchiuso nell’idea di cambiare il mondo trova espressione nell’imprenditorialità. Queste tendenze diventeranno probabilmente ancora più pronunciate in futuro, man mano che l’automazione e la contrazione economica faranno sì che gli impieghi d’impresa, siano questi di ceto medio o proletario, diventino sempre più rari.

La ristrutturazione capitalista ha spostato l’economia industriosa dai margini a una posizione di centralità. Tuttavia, l’affermazione del settore industrioso è dovuta anche ai nuovi beni comuni che derivano dalla digitalizzazione e dalla globalizzazione della produzione e della cultura capitalista, oltre che all’affermazione di una serie di alternative come i software free o open source oppure le comunità di peer production.

Questi nuovi beni comuni rendono più semplice ed economica l’organizzazione di operazioni aziendali complesse. Con poca spesa, è possibile avviare una start-up oppure importare e distribuire elettronica a basso costo sui mercati popolari europei e africani tramite il complesso coordinamento di una serie di produttori e intermediari su piccola scala. Proprio come i beni comuni che sostennero le “piccole aziende” nella creazione di un’emergente società di mercato in Europa durante il Medioevo, i nuovi beni comuni digitali hanno conferito una particolare forza all’imprenditoria industriosa contemporanea.

L’economia industriosa non ha gli strumenti necessari per essere coinvolta in un’innovazione autenticamente disruptive (non è qui che verranno sviluppate la fusione nucleare o l’informatica quantistica!) ma è molto brava, e spesso migliore dei giganti d’impresa dall’età industriale ancora in circolazione, ad adattare soluzioni tecnologiche preesistenti alle esigenze popolari e a nuove nicchie di mercato.

In questo senso, è forse possibile che nuove tecnologie ampiamente disponibili come blockchain e simili tecnologie distribuite renderanno questa economia industriosa su piccola scala ancora più innovativa. All’orizzonte, possiamo forse intravedere dubbi imprenditori clandestini che sfornano semi di pomodoro modificati geneticamente per sopravvivere alle condizioni alterate dell’antropocene.

Note