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Cosa significa autorappresentarsi, da Rousseau a Chiara Ferragni

Quando scrisse la prima prefazione alle Confessioni, a Neuchâtel negli anni Sessanta del Settecento, Rousseau si fece un punto d’onore di precisare, fin dalla soglia della sua opera, di essere un innovatore: il primo uomo da che mondo è mondo, a mostrarsi con assoluta, integrale, totale onestà. Forse, questo mostrarsi così estremo, questa esposizione al limite dell’impudico, era in effetti per lui quasi un chiodo fisso, una piccola mania, a dar retta proprio alle Confessioni, alla pagina, in verità piuttosto buffa, in cui racconta di quando, giovanotto, a Torino, si produceva in atti di esibizionismo mostrando i rousseauviani genitali, come un vero buon selvaggio, alle ignare passanti.

Sta di fatto che la sua autobiografia, un testo di una bellezza purissima, deve molto del suo fascino proprio a questa tensione a esporsi che l’autore dispiega in ogni passaggio, e che ha qualcosa di profondamente ipnotico. È vero anche che si tratta di un’opera innovativa, come dichiarava la prefazione di Neuchâtel, perché rispetto alla tradizione delle autobiografie scritte fino ad allora, a una delle quali – forse la più celebre – Rousseau è debitore persino del titolo, mostra una differenza importante: non è né un testo apologetico (come la meravigliosa Vita di Cellini, dedicata a Cosimo De’ Medici perché, sedotto dal racconto avventuroso, megalomane, rocambolesco e qua e là malandrino, si impietosisse della sorte dell’autore e gli condonasse la sua condanna per sodomia), né la storia di una conversione, sul modello delle Confessioni di Sant’Agostino.

C’era stata, fin lì, solo un’eccezione, e rispetto a questa eccezione Rousseau si mostra – forse volutamente, chissà – un poco ingenuo. Si tratta dei Saggi di Montaigne; non un’autobiografia vera e propria, non il racconto cronologico di una vita e dello sviluppo di una personalità, ma un “autoritratto in movimento” che esplora il paradosso della vita nel suo costante mutamento, che osserva il mistero dell’identità dell’io cogliendone la metamorfosi perpetua. Se Rousseau avesse scritto che Montaigne, a differenza sua, si era raccontato disordinatamente, sarebbe stato impossibile obiettargli alcunché. Invece, nella sua prima prefazione scrive che il signor di Montaigne si è ritratto da sé, sì, ma di profilo; e, insinua, chissà mai se sulla guancia rimasta in ombra non nascondesse un qualche segno, un difetto, un’imperfezione, una cicatrice che ha tenuto segreta?

A questa insinuazione di Rousseau penso sempre quando sento chicchessia accusare qualcun altro di non essere “autentico” nel mostrarsi, nel rappresentarsi. Perché, certo, capisco molto bene quello che intendono le persone quando muovono questo tipo di critiche; d’altra parte, però, qualsiasi racconto di sé, anche quello che si vuole più onesto, più spontaneo, più aperto, è un modo di mettersi in posa, è la costruzione di un’immagine. Può darsi che Montaigne abbia nascosto nelle pieghe del racconto una cicatrice che non voleva mostrare; ma anche l’esporsi nature alla Rousseau è una maniera di indirizzare lo sguardo. E il punto è che non c’è proprio niente di male: anche il modo in cui costruiamo un racconto di noi è rivelatore, ha una sua sincerità non voluta – visibile solo a chi ha occhi per vederla, certo – che supera la sincerità dichiarata e, in genere, insincera.

Anche il modo in cui costruiamo un racconto di noi è rivelatore, ha una sua sincerità non voluta – visibile solo a chi ha occhi per vederla, certo – che supera la sincerità dichiarata e, in genere, insincera.

D’altra parte, persona, in latino, vuol dire maschera. Non avremmo, se non fosse per le maschere, nemmeno un frammento del lessico della personalità che tanto ci piace ricondurre a ideali regolatori di autenticità. Costruire un racconto di sé è un modo per dare una forma alla nostra identità: qualcosa di per sé mutevole, indefinibile, su cui è molto difficile, da un lato, accettare lo sguardo degli altri, e dall’altro, rendersi conto che quello sguardo probabilmente non collimerà mai con il nostro.

Sentire la nostra voce registrata, come fosse una voce qualsiasi, una voce che non è più la sola che percepiamo dall’interno; vederci in una fotografia che ci pare brutta perché ci coglie impreparati, ignari, diversi da come ci vediamo nello specchio, sono minuscole esperienze traumatiche che rendono conto della facilità con cui ci può ferire questa mancata coincidenza di sguardi. È perfettamente comprensibile, allora, che venga spontaneo non mostrarci come siamo, ma cercare un compromesso, per illuderci almeno un poco di essere riusciti a far convergere gli sguardi altrui, e il nostro, su noi stessi.

Certo, se il “self-fashioning”, la costruzione di un’immagine di sé che risponda a requisiti estetici e culturali ben precisi, è in voga per lo meno dai tempi di Montaigne, come dimostra un bellissimo saggio dello storico Stephen Greenblatt (Renaissance Self-fashioning), è vero che oggi esistono mezzi potentissimi per cadere preda di quest’illusione di onnipotenza nel plasmarci.

Fotografarsi con filtri che deformano l’immagine, facendola somigliare a un canone ideale o stravolgendola in modi spiritosi ma standardizzati, controllati, è una pratica comune; un po’ più inquietante è il pensiero che cresca sempre più la domanda di interventi di chirurgia estetica che modifichino i lineamenti per renderli più simili all’immagine rimandata dai filtri.

Come spiega molto bene Lucrezia Ercoli in Chiara Ferragni – filosofia di un’influencer, un saggio uscito per il Melangolo che ha in copertina la Simonetta Vespucci che Botticelli trasformò nella sua Venere, Chiara Ferragni ha costruito la sua fortuna su un perfetto dominio della narrazione del sé su Instagram, svelando fra post e stories una “verità” luminosa fatta di miraggi, che mette in luce il positivo, il felice, e rimuove il conflitto dalla rappresentazione di una vita quotidiana che si dichiara semplice, autentica, “fatta in casa” e quindi potenzialmente imitabile, nonostante sia il frutto del lavoro di squadre di esperti. Ma anche quella dell’“autenticità” è una posa: lo sapeva Rousseau e lo sa, probabilmente, anche Ferragni.

Non avevo mai pensato a quanto tempo, quanta energia, soprattutto quanta costruzione narrativa del mio io mi richiedano ormai i miei profili social.

Io sinceramente non vedo niente di male nel condividere una cronaca della propria vita fatto di parole e immagini: quello che ognuno fa di sé, usando più o meno consapevolmente i mezzi che ha a disposizione o che si inventa all’uopo, è un racconto affascinante proprio per il fatto di essere un racconto; ragion per cui sono grata a Ercoli per non aver scritto un pamphlet moralistico sulla famosa influencer, per averla osservata in maniera sobria e obiettiva.

È indubbio, però, che la rivoluzione innescata dallo smartphone abbia delle conseguenze profonde nel modo in cui percepiamo, coltiviamo, raccontiamo il nostro io, anzi, soprattutto un’immagine del nostro io, quella in cui ci riconosciamo e pretendiamo che ci riconoscano gli altri; credo che questo generi un’ansia di controllo – dell’immagine che diffondiamo, del riconoscimento che quell’immagine riscuote – che nell’era analogica doveva avere una diffusione molto minore.

Quando venire male in una fotografia era possibile, anzi, era frequente – lo dimostrano persino filmini e foto di Ferragni adolescente, catturati dalla mamma, che baluginano nel montaggio del documentario Unposted di Elisa Amoruso – ed era una scoperta che si faceva solo dopo aver portato a sviluppare le fotografie, che non c’era modo di correggere, perché ormai il momento in cui erano state scattate era lontano, era passato; quando ci capitava di non riconoscerci, di ritrovarci immortalati con una smorfia goffa, o un brufoletto, o i capelli sporchi ben evidenti, e non ce ne preoccupavamo più di tanto. Perché capitava a tutti, anche ai bellissimi; e anche perché non era grave: quelle fotografie sarebbero finite al massimo in un album, più probabilmente in un cassetto, in attesa che dieci, quindici, vent’anni dopo qualche sadico compagno delle medie postasse sui social rullini stampati nel 1999.

Oggi, essere colti in un’attitudine che – stabiliamo noi – non ci appartiene, è più raro, e dunque ci appare più grave; cresce l’ansia di tenere sotto controllo la nostra immagine, insieme alla possibilità di farlo. E la cosa non riguarda solo le fotografie. Perché poi, alla fin fine, quella della cicatrice di Montaigne è una metafora, essere fotogenici non è tutto.

Esposti al ricatto emotivo dei like, dei cuori, dell’approvazione quantificabile nelle notifiche (Instagram avrà pure reso invisibile il numero dei cuoricini sotto i post, ma non è cambiato troppo: l’idea è sempre quella di un’approvazione a portata di mano, di un’interazione che proprio sull’approvazione fa perno) sentiamo la pressione a rendere fotogenico anche quello che pensiamo, il nostro modo di vivere, di essere, di scrivere.

Giulio Armeni, uno scrittore dall’evidente talento comico che gode anche di una solida reputazione di memer, nel suo ultimo libro uscito per Momo Edizioni, Romeo likes Juliet, mette in scena la tragedia shakespeariana sullo sfondo di una società-social in cui si vive, effettivamente, di like. Il risultato è esilarante perché lo è lo spirito dell’autore; allo stesso tempo mi ha costretta a riflettere su qualcosa che avevo confinato in un angolo della mia testa.

Non avevo mai pensato a quanto tempo, quanta energia, soprattutto quanta costruzione narrativa del mio io mi richiedano ormai i miei profili social; che spesso dichiaro di voler abbandonare, soprattutto nei periodi in cui mi ritrovo subissata di messaggi di sconosciuti che mettono a dura prova la mia buona educazione bersagliandomi di allegati non richiesti: manoscritti, poesie, fotografie qualche volta tendenti all’osceno, un po’ come il Rousseau di Torino, ma in digitale. D’altra parte, mi dico poi, ha senso rinunciare proprio ora a seguire lo sviluppo affascinante – perché ancora non sappiamo, almeno io non so, vedere a cosa porterà – di questa possibilità virtuale di raccontarsi usando un’infinità di mezzi, parole, immagini, citazioni?

E alla fine, un po’ per inerzia, un po’ per curiosità, rimango ad abitare queste contrade virtuali, quasi passivamente, com’è, credo, nel mio carattere. Ma non smetto di chiedermi se ne valga la pena; soprattutto – non solo, ovviamente – per chi fa un lavoro creativo, per chi in qualche modo si trova a misurarsi con un impegno artistico: quanto può essere castrante l’imperativo alla fotogenia? Me lo chiedo spesso: da scrittrice, e da donna trentenne.

Sono cresciuta con l’idea di poter diventare quello che volevo; ho scoperto, crescendo, che diventare quello che si vuole è un’idea astratta e sorprendentemente repressiva. Si diventa quello che si è, anche in opposizione agli ostacoli che si incontrano. Ma se questi ostacoli nascono dal potere di plasmarci un’immagine che somigli a una versione ideale di noi, che succede? Mi domando – e me lo domando sinceramente, tanto che non trovo una risposta – quanto possa nuocere alle cose che scrivo, alla loro profondità (che qualche volta deve attraversare anche lo sforzo della vergogna, il dilemma e il dolore dell’esporsi), la possibilità di controllare la mia immagine, di renderla patinata, presentabile, simile alla fantasticheria di essere buona, conforme, regolare. Che ne è della ferita, della deformità che mi spinge a scrivere, se poi sui social sono una brava bambina?

Forse l’unica via davvero feconda, davvero interessante, è quella che porta a riflettere su questi meccanismi di controllo e di auto-narrazione cogliendoli nel loro farsi; forse è importante provare a rifletterci in segreto, in ombra. In un saggio pubblicato da Castelvecchi, Parole mie con voce tua, Sara Gomel traccia un’etica della scrittura diaristica raccontando Etty Hillesum, la scrittrice olandese morta ad Auschwitz nemmeno trentenne lasciando un Diario che è prima di tutto un autoritratto, un racconto, ma un racconto privato, del sé. Forse, nell’epoca degli album fotografici aperti ai quattro venti, che pure possono essere esercizi importanti, creativi, a loro modo profondi, abbiamo bisogno di riscoprire la forma più segreta e più pudica della scrittura?

Mi viene in mente un brano che ho letto da adolescente, in un romanzo di Leonard Cohen, Il gioco preferito: non è così difficile mostrare una cicatrice. Difficile è mostrare un brufolo, diceva Cohen. È vero: a meno che non diventi qualcosa che è bello, giusto, “di tendenza”, sbandierare; e allora, possiamo starne certi, qualcos’altro prenderà il posto del brufolo.