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13 Settembre 2019

Chi è la persona giusta per raccontare l’Ex Villaggio Eni di Borca di Cadore

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L’Italia ha bisogno di una nuova biografia culturale: insieme a Il Saggiatore e con il sostegno di MiBACT e SIAE e il loro progetto ‘Per Chi Crea’, abbiamo BAGLIORE, un programma di 6 residenze artistiche per scriverla — una delle residenze si terrà a Borca di Cadore nell’Ex Villaggio Eni, un progetto di riattivazione permanente nelle Dolomiti gestito dal Progetto Borca.

Si tratta di una piattaforma di rigenerazione, avviata nel 2014 sull’Ex Villaggi Eni da Dolomiti Contemporanee insieme alla proprietà, la Società Minoter, e alla rete dei partner di Dolomiti Contemporanee. BAGLIORE offre 6 borse di residenza a 6 scrittrici e scrittori under 35 residenti in Italia — 5 mesi di programma, 15 giorni di residenza artistica a 1.600€ lordi di contributo.


Le candidature sono aperte fino al 4 ottobre e per aiutare i candidati a scegliere meglio e a raccontarsi meglio, abbiamo chiesto ai nuovi centri culturali che ospiteranno BAGLIORE di dirci, secondo loro, che tipo di persona sarebbe la più adatta a raccontare le loro iniziative.

Continuiamo con Gianluca d’Incà Levis, dell’Ex Villaggio Eni di Borca di Cadore.

Vuoi saperne di più? Nella nostra colonna di ricerca I Nuovi Modi di Fare Cultura abbiamo scoperto cos’è Dolomiti Contemporanee.

Cosa accade nel tuo centro culturale?
Subito un chiarimento. Dolomiti Contemporanee non è un centro culturale. E’ piuttosto una leva, un sistema policentrico delle dislocazioni, e riallocazioni, di contenuti salienti; un progetto culturale critico e aggressivo; un editore della montagna.  Scriviamo un testo, ogni giorno: ma questo testo non è una teoria, né un’invenzione narrativa: è una pratica, esitentiva prima ancora che culturale (viviamo nelle fabbriche e nei siti smorti, dei quali vediamo chiaro il potenziale di rigenerazione; operiamo dal loro interno, li attrezziamo con le Residenza internazionali), è una meccanica del linguaggio (farsi della parola in atto), è un alpinismo culturale: si sale, per non star sotterra. Si porta in luce ciò che è piombato nell’ombra, o nella tenebra. 

Dal 2011 dunque riattiviamo fabbriche abbandonate, siti importanti -grandi nel volume o nel significato- nelle regione delle Dolomiti Unesco. Non le riattiviamo per rivenderle. Non si ristabilisce il corretto valore di un Bene per commercializzarlo. Lo si fa perché si crede nel valore, che è un assoluto universale (da esplodere), non un prodotto particolare (da far proprio). A chiunque appartenga il sito, soggetto pubblico o privato che sia, noi non lavoriamo per lui, ma insieme a lui, e con tutti gli altri (abbiamo centinaia di partner, ovvero di persone convinte rispetto a modalità della prassi e fini, che collaborano e sostengono: è il territorio che condivide l’istanza). 

Lo facciamo per aver cura del paesaggio che li ospita, questi siti, e del quale essi, ad oggi, costituiscono spazi perduti, improcessati, irresponsabilmente abbandonati dall’uomo, che non li sa pensare – che non sa più cosa farne. Che li perde. O che li imprigiona in una memoria paralizzante, retroversa, priva di proiezioni costruttive, ablatrice. Noi invece lo sappiamo, cosa farne. In questo momento, i siti sintomatici (altri sono in fase di quiescenza), sono quattro: l’ex Scuola elementare di Casso al Vajont, dal 2012 Nuovo Spazio di Casso; l’ex Villaggio Eni di Corte, dal 2014 corpo di Progetto Borca (corpo, non sede); il Forte di Monte Ricco a Pieve di Cadore, dove nacque Tiziano Vecellio; il Museo Diocesano di Feltre, dove stiamo per avviare un’iniziativa (ottobre 2019). Su molti altri elaboriamo strategie, che matureranno.

Diversi siti sono attivi contemporaneamente, o secondo una successione organica dei processi, e una logica della rigenerazione culturale e funzionale dei siti stessi, e, ancor prima, del loro contesto. Il contesto è ambientale (la montagna), politico, sociale, culturale, storico, post-patrimoniale, e così via. Nessun sito è prevalente rispetto agli altri. I siti sono in rete, interconnessi, perché la mentalità è neurale, il processo politico, la visione sistemica, niente monadi, tutte porte. Una geografia, mobile, della ri-processazione delle risorse perdute, nel paesaggio sovente piuttosto ridicolo delle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità. Perché ridicolo? Perché l’umanità, che sa esser ben ridicola, ne fa una caricatura. L’identità della montagna è, spesso, deficitaria. Un luogo d’eccezionale valore naturale: cosa farne quindi? Ma un grande negozio, no? Una tavola di larice coi nodi, imbandita per i turisti d’agosto, no?

Foto d’epoca del Villaggio di Borca di Cadore.

Questi siti spenti (in tutto o in parte), vengono ora attrezzati dalla cultura-vettore-trasformativo (non panneggio esornativo). Spinsero, poi cessarono di spingere, entrando in stato d’inerzia. Li trasformiamo in osservatori sul paesaggio, stazioni operative, Centri sperimentali della produzione intellettuale e culturale e artistica, dove le genti sensibili s’incontrano, e fan qualcosa per contribuire alla riabilitazione dei corpi esangui. Che però non sono morti, ma in attesa. L’ex Villaggio Eni di Borca è uno di questi siti. Anch’esso, non va trattato come una sorta di sepolcro miliare, mausoleo o cenotafio, in cui si alimenti un morboso culto dei morti (Enrico Mattei, Edoardo Gellner, Carlo Scarpa). Il Villaggio è vastissimo: nella dimensione fisica, nella storia, nel valore culturale, nel rapporto serrato tra visione, architettura, paesaggio, natura selvaggia.

Qual è il tuo candidato ideale?
Gli artisti, come gli architetti e i designer, gli scienziati della foresta e i climatologi, i pensatori e gli scrittori, sono a casa loro qui, dove li accogliamo di continuo. Questo è un luogo speciale in sé, ma, come dicevamo, è anche parte d’un insieme, e questo insieme è un’idea di riscossa, di coltivazione, di attenzione, di cura, di qualità. Di lavoro e di risveglio.  Borca è un Campo base, da cui muovere nelle Dolomiti Contemporanee, per proiettarsi nei paesaggi, passati (ma non fossili), presenti (ma non inchiodati), futuri (ma non sul banco del fruttivendolo). 

Non serve qui uno scrittore-agiografo. Non serve un ospite in trascrizione. Il Villaggio è un gran divoratore: attento a non farti mangiare. Serve il Bagliore d’ognuno. Lo scrittore che verrà a Borca, e che forse non starà solo a Borca, avrà a disposizione il sito, gli altri siti, il territorio, la foresta –coi suoi schianti-, la montagna, il nostro armamento concettuale, le pratiche in atto. Credo che dovrà capire se essere un reporter, o una parte del processo trasformativo. Un osservatore o un attore. Un estraneo, o una parte del meccanismo (neurale). Rovelli da antropologo? Certo, anche. Non cerchiamo un candidato partigiano. Cerchiamo, sempre, uomini disposti al cimento. E così via. Di più non si può dire. Non c’è alcun protocollo, o programma. Si viene, si entra, si fa. Se si fa bene, non serve solo a sé. Nulla è privato qui.

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