Perché il lavoro cognitivo è soprattutto riproduttivo, e ha bisogno di un reddito universale

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Non so più a che giorno di quarantena siamo. La produzione di merci non si è mai fermata, Governo e Confidustria non la interrompono, la riproduzione è garantita dal lavoro gratuito eseguito soprattutto dalle donne, costrette ad andare a lavoro, a lavorare on/offline in casa, a prendersi cura di figl*, nipot*, compagni e anzian*. Rileggo il libro di Brunella Casalini, Il femminismo e le sfide del neoliberismo, ai tempi del Cov-2, e mi chiedo quanto ne avremmo guadagnato tutt* se avessimo ridiscusso le forme e la distribuzione del lavoro di cura quando ce lo chiedevano le femministe. Mi chiedo: se avessimo dato il giusto valore alle loro teorie e pratiche, anche molto diverse le une dalle altre, ci saremmo forse accort* prima che sarebbe stato lo stesso smantellamento del sistema sanitario pubblico a causare l’emergenza sanitaria, ci saremmo forse dotate di un diverso stato-sociale?

Oggi paghiamo lo scotto di una rimozione che dura da secoli. Abbiamo ignorato che la riproduzione e la cura della vita fossero un bene comune, le abbiamo considerate troppo a lungo una faccenda privata, gestibile in “famiglia”. Abbiamo invisibilizzato e individualizzato sia la riproduzione sociale sia la riproduzione biologica, trascurandole come ambiti di indagine e analisi teorica, dunque di intervento culturale, normativo, economico, in ultima istanza politico.

Abbiamo ignorato che la riproduzione e la cura della vita fossero un bene comune

Almeno fino a quando il neoliberismo non ha suggerito di mettere a valore anche il privato, il personale. Il marxismo cieco alle differenze di genere è stato paradossalmente meno capace del neoliberalismo di contestualizzare l’importanza della riproduzione. Fatta eccezione per il femminismo marxista, si può dire che il neomarxismo abbia provato, ma non sia davvero riuscito a mettere a tema la trasversalità e la centralità del lavoro riproduttivo. Rimetterlo a tema vuol dire per me oggi ripensare le categorie di capitalismo immateriale, cognitariato, biocapitalismo cognitivo e capitale umano, alla luce dell’importanza che da sempre i corpi, non solo umani, rivestono in ogni economia (ringrazio Morini e Fumagalli per i contributi che da sempre danno in questa direzione). Adottare acriticamente queste categorie sarebbe come correre su un crinale. Il rischio, quando si dice “il capitalismo è cognitivo”, l’“economia è immateriale”, è quello di avallare nefaste distinzioni: le dicotomie materiale vs immateriale, mente vs corpo, natura vs cultura.

Nella prospettiva aperta dal femminismo cyborg e neomaterialista, naturacultura si legge e si scrive tutto attaccato, esistono teorie e pratiche che non oppongono la mente al corpo, che li ritengono coestensivi. È da questo posizionamento che scrivo della mia vita catturata nelle maglie dell’ipeproduttivismo universitario. Il capitalismo avanzato in occidente e not only si nutre dei corpi e dei suoi fluidi, di tessuti e cellule, anche quando sembra interessato alla nostra “produttività intellettuale” (si vedano sul punto Haraway, Cooper, Waldby e Braidotti).

Il “precariato della conoscenza” non brevetta e non scrive dall’iperuranio e paga a caro prezzo la rimozione del corpo: spesso in termini di cervicale e oculista. Il lavoro digitale continuato, cioè quello in cui siamo tutt* lavorator* non pagat* di social e app (non solo quello de* lavorator* della conoscenza), è innervato di rischi per la salute psicofisica. Ma non è questo il solo risvolto materiale a interessarmi. Credo, infatti, che oltre a rimuovere la presenza attiva dei nostri corpi nei processi ri/produttivi, la categoria di capitalismo immateriale ci faccia perdere di vista anche le questioni dei mezzi di produzione e delle materie prime, che ai tempi di neoliberismo e nuove tecnologie si presentano come scenari inediti, territori da esplorare (il grazie qui è all’apripista collettivo Ippolita).

Da questo posizionamento radicato, ancorata (e obbligata dalla quarantena) alla mia doppia scrivania virtualemateriale, non posso fare a meno di notare che ancora non siamo capaci di scrivere libri nel nostro cervello e scambiarceli telepaticamente. Per soddisfare quello che in Spinoza è il nostro conatus, il desiderio di conoscenza, noi i libri li scriviamo sul silicio e ce li scambiamo via cobalto. Non fingiamo di ignorare che per il loro reperimento si stia procedendo a mezzo di debito e nuove colonizzazioni, perché sotto il Wi-Fi c’è il silicio, sotto l’i-phone il cobalto.

Non è solo il cervello umano a essere messo a valore. Innanzitutto perché il “capitale umano” non è etereo, è un composto terroso e umidiccio dove affetti e capacità relazionali/comunicativo/linguistiche si mescolano e scorrono insieme a tutti i fluidi corporei. In secondo luogo perché, a voler citare proprio Marx e Engels, il presupposto di ogni storia è la riproduzione materiale della vita stessa: «per poter far storia gli uomini devono essere in grado di vivere»1K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 18..

Non esiste lavoro cognitivo che non sia sempre lavoro corporeo, lavoro da mammiferi, lavoro terrestre, così come non esiste un capitale che sarebbe più interessato a mettere a valore le idee che i corpi.

Fase 2. Do i numeri. Su cura e università. Vediamo il lavoro chi lo fa

Ora che siamo tutt* corpo, le donne non sono ancora ragione. Mi spiego meglio. In Occidente dalla fine degli anni Settanta a oggi, cioè da quando siamo state legalmente intitolate al “pari salario pari lavoro” (legalmente non vuol dire materialmente, né globalmente), il valore del lavoro è drasticamente diminuito, la sua durata ricopre l’intero arco delle nostre vite, ci sono sempre meno tutele collettive e sempre più assunzioni individuali dei rischi.

Il settore in cui le donne trovano maggiormente impiego rimane quello terziario, perché il terziario è il settore che nasce con l’esternalizzazione del lavoro riproduttivo

Suppongo che le femministe che negli anni Settanta rivendicavano accesso a reddito e sfera pubblica non intendessero questo: a 50 anni di distanza dalle loro lotte fenomeni come quelli della segregazione verticale e orizzontale sono ancora troppo stringenti. Di fatto, le scienze rimangono appannaggio degli uomini, dal momento che solo il 30% delle donne a livello globale lavora in ambiti tecnoscientifici.

Il rapporto dell’International Labor Organization (ILO), Women at Work: Trends, attesta inoltre che ancora oggi a livello globale: «Le donne rimangono sovra-rappresentate come coadiuvanti familiari o in occupazioni (come il lavoro domestico) spesso inquadrate con accordi di lavoro informale, cosa che ne impedisce l’accesso alla protezione sociale».

Stando al World Employment Social Outlook Trends for Women 2018 Global Snapshot (ILO), il settore in cui le donne trovano maggiormente impiego, anche quando ci spostiamo sul piano del lavoro formale, rimane quello terziario, perché il terziario è il settore che nasce con l’esternalizzazione del lavoro riproduttivo. Anche se fuori dalla propria casa, le donne continuano ad assistere, trasformare gli alimenti, lavare, stirare…solo che lo fanno in case di cura, ristoranti, lavanderie. E se consideriamo gli ambiti della formazione e dell’educazione notiamo subito che le donne sono maggiormente impiegate nei ruoli più prossimi alla cura, sono di norma insegnanti di scuole primarie e secondarie e faticano ad affermarsi in università e centri di ricerca. Le poche che riescono ad accedere all’accademia, lavorano in maggioranza come precarie. Si pensi che a livello della EU-28 meno del 30% delle donne riesce a divenire Full Professor. In Italia, i professori ordinari e associati sono il 18,9% del personale al lavoro in università. Titolar* di assegni e ricercator* lo sapete vero che noi siamo il 51,3%, ossia la base?

Il maschile “professori” non è universale inclusivo: la maggior parte sono uomini, sopra i 50 anni. Gli assegni di ricerca invece li fanno firmare alle donne (il 50,7% del totale). Ops, più si sale più scompariamo: solo il 23,7% può dirsi docente ordinaria. Peccato che alla base, ma proprio alla base di tutto, ci laureiamo prima e con voti migliori. Il trend è europeo, si veda She Figures 2018.
Con tutta evidenza, le dicotomie concettuali della filosofia occidentale informano ancora i modi in cui performiamo i generi, vale a dire che le norme socio-culturali alla base dell’atavica distinzione oppositiva “donna uguale passione vs uomo uguale ragione”, sono ancora troppo spesso riprodotte dalle stesse soggettività incarnate e funzionali alla tenuta di mercati del lavoro e politiche degli stati-nazione.

Fase 1. Mi espongo. Vediamo quali sono le condizioni di lavoro (o sfruttamento?) 

Sono da 5 anni assegnista di ricerca e non sono mai riuscita a capire quanto vale il mio lavoro, ma so benissimo che per continuare ad accedere a un reddito non devo incrinare il rapporto iperindividualizzato che c’è tra me e il docente ordinario. Le ore non le conto perché è frustrante visto che non mi pagano a ora. Le ferie non le chiedo perché non le ho, poi se la Commissione Europea fissa la deadline al 15 aprile e io devo chiudere la ricerca scientifica, far quadrare il budget, coordinare il consorzio, parlare ai convegni (gli stessi che organizzo curando tutto, dal coffee break al proiettore) e preparare pure draft/ppt/survey del docente ordinario mi sa che manco la religione cristiana mi salva. Ma sono a casa certo. Sono a casa a lavorare con i mezzi di produzione e con l’abbonamento internet che mi pago da sola, e poi finisce pure che durante la riunione su Teams mi dicono “ma che connessione lenta, è assolutamente necessario che tu passi a Fastweb”. Le ricerche che amo e che non sono dettate dalle leggi del profitto le faccio di notte così di giorno sono available per fare la ghost.

In tempi di “normalità”, se mi ammalo per più di due mesi il mio contratto prevede la sospensione dell’assegno fino alla fine della malattia

Nel frattempo voi strappacuor* fate domande, ci chiedete le #tesi/l’aiutoperildottorato/laletturadelmese. Io vi amo e rispondo, perché quale sarebbe lo scopo se non far circolare saperi, sostenervi nei vostri percorsi formativi, costruirci/decostruirci con voi? Però bisogna che voi sappiate: noi assegnist* abbiamo contratti di 12 mesi, se non riusciamo ad aiutarvi a trovare dei dottorati è forse perché: a) ce ne sono sempre meno b) siamo occupat* a trovare il prossimo bando per arrivare viv* alla fine del prossimo anno. E quando siamo docenti a contratto siamo mess* peggio: ci sono atenei dove la docenza a contratto è così sottopagata che non arriva a 600 euro netti per 30 ore di lezione e fuori dalle ore di lezione sottopagate c’è una quantità di lavoro non pagato impressionante: tesi, ricevimenti, esami, la piattaforma online, i registri and so on.

In tempi di “normalità” (quella a cui non vorremmo tornare), se mi ammalo per più di due mesi il mio contratto prevede la sospensione dell’assegno fino alla fine della malattia. In sintesi sto 2/3/4 mesi malata e senza un euro e siccome devo continuare a pagare l’affitto ho un serissimo problema. Quando finalmente guarisco il mio assegno riprende, ma nel frattempo mi sono indebitata, devo auto-sfruttarmi per rimettermi in pari.

E così passo un anno a stralavorare, non chiudo il sabato e la domenica e in questo loop altaleno fortune e incertezze, me la cavo mantenendo un medio livello di vita garantito solo dal corpo su cui posso ancora contare, corpo a cui ordino ogni giorno di essere abbastanza performante e produttivo perché se no come altro potrei sopravvivere? In tempi di pandemia, non so a voi, ma a me viene difficile. Ci sono giorni in cui il corpomente in lockdown grida: burnout.

Fase 0. Cospiro. Ascolto i racconti delle altre e partecipo all’assemblea

Giro questi veloci pensieri alle mie sorelle, visto che tra i miei desideri non rientra quello alla maternità, voglio apprendere dal loro vissuto. Imparo che metti caso una creatura la facessi dopo ci aspetterebbe lo stesso loop: ancora lavoro, ancora debiti. Le mie sorelle/colleghe in maternità hanno comunque dovuto lavorare con la paura che al rientro l’assegno non venisse rinnovato. Dico proprio lavorare, sebbene il paradosso più lampante risieda nel fatto che noi non siamo considerat* lavorator*: le nostre sono considerate “borse di studio”, ragion per cui facciamo una settimana di trasferta all’estero ma abbiamo metà della diaria di un ordinario e quando rientriamo non c’è diritto allo smontante.

A 35/40 anni viviamo di “borse di studio”, cosa che ci penalizza anche “solo” per le graduatorie all’asilo nido. Ma voi immaginatevela questa assegnista madre a cui viene chiesto di andare 3 giorni a Bruxelles e magari lei è single e non ha parenti/amici che le tengano la creatura: avrà il coraggio di dire no? Perché dire no in università quando in mano hai un assegno di ricerca – è bene che si sappia – vuol dire essere escluse dai giochi. Figurarsi dire no senza neppure essere madre.

Quali sarebbero i tuoi validi motivi per non lavorare nei week end? E vai di richieste last minute: “cara mi aiuteresti in…”. Devo ammettere: mi hanno sempre ringraziata, ma i grazie non fanno continuità di reddito. E per quanto ci sembra di dare sempre il meglio, poi ops loro ci appendono sempre. Arrivi all’Anno VI dell’assegno e fai acido tipo kefir fuori frigo. Perché “sai un RDT, sai il dipartimento non ha i fondi, poi sai ti serve l’abilitazione scientifica”.

Lo studio è affetto, la mente è il corpo e questa non è una questione salariale: è una rivendicazione di reddito universale

Certo, ma mi dovete spiegare: a) come facciamo a passarla se non ci date il tempo di costruirci un nostro cv visto che dobbiamo fare ghostwriting per docenti ordinari; b) dove stanno merito e trasparenza in un sistema feudale basato sull’arbitrarietà della commissione, c) come facciamo noi dei gender/postcolonial/+++ study a passarla se avete segregato il sapere disciplinandolo in settori divisi in compartimenti a tenuta stagna. E non ho detto nulla ancora sull’infantilizzazione, sul collega che ha continuato a chiamarmi bimba e non Angela, non dottoressa, ma proprio bimba, bella bimba per 3 anni di dottorato. La divisione sessuale del lavoro e l’eteronormatività non si fermano fuori le porte dell’università. Assegnist*, tutor, docenti a contratto: noi siamo invisibili, in questo vicinissim* alle donne che da sempre riproducono il mondo senza vedersi riconosciuto lo statuto di lavoratrici, dovremmo saperlo bene.

Si dice “le donne “rinunciano alla carriera universitaria”.  Uno dei peggiori ritornelli che siamo costrette a sentire. La verità è che o ci escludono o abbandoniamo perché il prezzo da pagare non vale la carriera: ci avete mai pensato? Avete mai pensato che molt* di noi non vorrebbero neppure fare carriera, ma solo continuità di reddito e possibilità di dedicarsi alla ricerca e alla didattica?

Ma la retorica da pinkwashing in università ripete “le donne non riescono a bilanciare tra vita privata e lavoro” e allora vai di lactation room, come se bastasse una stanza per allattamento per risolvere un problema che è strutturale: il lavoro oggi si mangia la vita tutta, nessun bilanciamento è possibile. L’unica via praticabile, certo solo collettivamente, è il rovesciamento, se vogliamo vivere serenamente tutte le “fasi” della vita: malattia, genitorialità, magari una quotidianità fatta di relazioni e legami non basati sulla famiglia eterosessuale.

Dopo tutto lo studio è affetto, la mente è il corpo e questa non è una questione salariale: è una rivendicazione di reddito universale. Certo ma proprio oggi, mi si dirà, da dove vuoi ricominciare?

Da sola mi sa proprio da nessuna parte: al singolare fa tutto più paura. Uscire dall’isolamento in cui ci confinano contratti/tagli/sistemabaronale/privatizzazioni, incontrare altr* precar* della ricerca e della didattica: questa è la Fase 0. Dunque ricomincio da un invito che ho appena ricevuto, quello a partecipare all’assemblea del 6 maggio, La ricerca precaria nella pandemia #Unicovid2020.

Note