La bolla dell’overtourism si è sgonfiata, ma tornerà presto a crescere: intervista a Marco d’Eramo

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

image_pdfimage_print

Diffida degli annunci di palingenesi sociale, Marco d’Eramo, saggista e autore de Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo. L’idea che dopo la pandemia il mondo dovrà necessariamente cambiare, e in meglio, gli appare ingenua. Così anche l’idea che la pandemia possa trasformare un’economia intrinsecamente espansiva come quella turistica, riconducendola dentro parametri di sostenibilità sociale ed ecologica. La bolla dell’overtourism si è sgonfiata, ma tornerà presto a crescere. Presto torneremo a consumare il pianeta, le città globali quanto gli angoli più sperduti. Perché “anche chi si estasia per il canto degli uccellini in città sbava per andare in aereo, riprendere l’automobile e lasciare dietro di sé tracce chimiche”. E “il più grande esperimento di ingegneria sociale della storia” – quello in cui siamo immersi a causa della pandemia – “verrà presto dimenticato”.

foto di Mathery Studio da Unsplash

Un “guscio vuoto”, un “fondale di teatro” sul quale viene messo in atto lo spettacolo del turismo. È così che ne Il selfie del mondo descrive Roma, città devota al turismo che nelle ultime settimane, come molte altre, si è trasformata a causa della pandemia. Che impressione le fa vedere le quinte vuote?

L’immagine di Roma che abbiamo visto nelle scorse settimane rimane dentro l’immaginario turistico, e rimanda alla parte del mio libro sulla coscienza infelice del turista, il quale vuole sempre stare dove non ci sono altri turisti, dove non c’è lui. La sua massima ispirazione è stare dove non ci sono altri suoi simili, ma è impossibile. La Roma che si presenta ai nostri occhi è dunque doppiamente turistica, una sorta di spiaggia dei Caraibi dalla sabbia fine e immacolata, finalmente deserta, ma talmente deserta da non poter accogliere neanche gli abitanti. Riflette la stessa contraddizione del turismo in generale.

Lei sostiene che quella turistica è “un’economica intrinsecamente espansiva”, che crea distruggendo le condizioni della propria crescita. Ora, immaginare la fine del turismo è ingenuo, ma è anche vero – seguendo Marx – che un salto quantitativo ne produce anche uno qualitativo: non possiamo immaginare cambiamenti profondi nel turismo, una sorta di “transizione di fase” che non sia soltanto provvisoria, legata alla pandemia?

Il turismo è un settore talmente importante che non potrà rimanere fermo a lungo. Senza turismo non c’è industria aeronautica, automobilistica, edilizia. È un’industria davvero intrinsecamente espansiva, ed innesca le altre. Sono convinto che il turismo non crollerà. Intanto perché è l’altra faccia della globalizzazione, e buttare giù la globalizzazione non è affatto semplice. In secondo luogo perché la libertà di movimento fa parte della costituzione materiale della modernità. Chi ci rinuncerebbe? L’altro aspetto importante è che si sottovaluta la capacità di dimenticare. Siamo tutti troppo immersi nel presente. Dopo la prima guerra mondiale, dopo 20 milioni di morti, si diceva: “mai più guerra, è l’ultima”, e ne erano tutti convinti. Così come dopo la crisi del 2008 fior di sociologi annunciavano la fine del capitalismo.

La libertà di movimento fa parte della costituzione materiale della modernità. Chi ci rinuncerebbe?

D’altronde quando ci rompiamo una gamba vediamo tutti zoppicare, ma una volta tolto il gesso non ce ne accorgiamo più. Come non ci accorgiamo che sono gli stessi imperativi dell’economia a uccidere le persone: “non c’è guerra senza commercio e non c’è commercio senza guerra”, si diceva al tempo della compagnia olandese delle Indie orientali. Serve un po’ di cinismo: in queste settimane siamo stati sommersi dai buoni sentimenti – gli eroi, i sacrifici, etc – ma sono cinquemila anni che la gente uccide per denaro, per potere, senza alcun rispetto per la vita umana. È utile non dimenticarsene. Mentre il più grande esperimento di ingegneria sociale della storia umana – quello in cui siamo immersi – verrà presto dimenticato. Scommetterei che a luglio i ristoranti torneranno pieni. In caso contrario falliranno Paesi come la Francia, potenza nucleare, o città come Londra, tra le prime destinazioni turistiche al mondo insieme a Parigi. La verità è che vogliamo vivere un’epoca immaginaria, con i vantaggi del mondo industriale ma senza gli svantaggi. Vogliamo essere turisti senza turisti.

Eppure qualcuno prevede che la pandemia condizionerà anche i processi di globalizzazione economica, rafforzando per esempio quei processi di “balcanizzazione e frammentazione” già in corso. Se turismo e globalizzazione sono legati, e se la pandemia produce forme di deglobalizzazione, non possiamo immaginare cambiamenti anche nell’economia politica del turismo?

Il turismo è il frutto di due rivoluzioni, una tecnologica, delle telecomunicazioni e dei trasporti, che è poi la rivoluzione del capitalismo (uccidere lo spazio per mezzo del tempo), la quale ha reso possibile il viaggio, e la rivoluzione sociale che ha reso possibili i viaggiatori: l’introduzione del tempo libero retribuito, piuttosto recente. Prima della metà dell’Ottocento non c’era mai stato qualcosa del genere, c’erano i nobili che disponevano di tempo libero perché vivevano di rendita. Nel 99% dei casi oggi i turisti sono pensionati o lavoratori salariati in ferie, le due principali forme di tempo libero retribuito. Al contrario di Slavoj Žižek, non credo che un virus possa provocare una rivoluzione. Credo che a mandare in tilt il turismo – che tornerà prerogativa dei benestanti – sarà semmai lo smantellamento del tempo libero retribuito.

Se non sul piano dell’economia politica, le cose potrebbero cambiare su quello dell’immaginario, delle percezioni: nel libro spiega che “l’inebriante sensazione di poter avere il mondo a disposizione si fa pensabile, concepibile, con la prima globalizzazione precoce”, con la rivoluzione delle comunicazioni nell’Ottocento. Con la pandemia scopriamo però che il mondo non è a nostra portata, non è del tutto addomesticabile. Questo non potrebbe modificare il nostro rapporto con il mondo, il senso del turismo e del viaggiare?

L’umanità ha convissuto con la sifilide per 400 anni, senza antibiotici, senza preservativi, e ha continuato a scopare. Ha convissuto e convive con l’Aids, un morbo peggiore del Covid. L’essere umano è una bestia incredibilmente adattativa. Siamo diventati ipersensibili alla morte, anche alla singola morte. Un’ipersensibilità tipica di un’umanità che per generazioni non ha conosciuto la guerra. Ma la morte è costitutiva, fa parte dell’esperienza umana. Può capitare che gli esseri umani per una volta non siano predatori, ma cibo per il virus. Intendo dire che le pulsioni fondamentali rimarranno le stesse, anche se potrebbero cambiare le supply chains, le linee globali di rifornimento, perché la situazione dimostra che alcune cose si possono razionalizzare meglio. D’altronde il problema di Napoleone nella battaglia di Beresina era di avere linee di rifornimento troppo lunghe: dovevano portarsi i cappotti dalla Francia per non morire di freddo. L’immaginario è più profondo, non nasce in qualche mese, ha bisogno di stratificazione.

A proposito di stratificazione. Lei sostiene che il turismo sia “una strategia globale del moderno” per fronteggiare l’irruzione dell’altro da sé, successiva alla rivoluzione delle comunicazioni e dei trasporti. E che il turista, come l’antropologo, è animato dalla curiosità verso l’altro. Oggi però la paura del contagio trasforma la curiosità in sospetto, diffidenza, paura. Se cambia il rapporto io-altro, non ci saranno conseguenze?

Quest’idea dell’altro è propria dei fascisti: l’ebreo e lo zingaro sono l’altro pericoloso, portatore di malattie. Tra i filmati della propaganda nazista ce n’è uno che descrive i focolai degli ebrei, come torme di topi che invadono ogni luogo, portando la peste. L’idea che l’altro da sé sia portatore di peste e di morte, che sia un untore, è tipica dell’immaginario fascista. Dall’altra parte c’è la cultura neopuritana della Nuova Inghilterra. Il rischio è un mondo di puritani asettici del 600 bostoniano: detta in soldoni le streghe, satana che ti tocca, la sporcizia che ti minaccia, l’idea della pulizia e di un mondo asettico, inodore.

Ripeto: siamo di fronte a un esperimento sociale. Non si era mai vista una simile mobilitazione universale, con il blocco dell’economia mondiale, per così pochi morti, statisticamente

Tornano in mente le pagine che Ivan Illich ha dedicato alla de-odorizzazione dell’Occidente, la tendenza a distaccarsi sempre di più dai cinque sensi. La pandemia potrebbe provocare tendenze neopuritane, d’altronde ci provano in continuazione: l’Aids, arrivato subito dopo la liberazione sessuale, consentiva di dire che si trattava di una punizione divina per quella libertà acquisita. Ma poi la gente se ne è fregata, pur senza un vaccino, e oggi i ragazzi fanno sesso senza preservativo. Perché ci si dimentica presto. Ripeto: siamo di fronte a un esperimento sociale. Non si era mai vista una simile mobilitazione universale, con il blocco dell’economia mondiale, per così pochi morti, statisticamente.

In un suo recente articolo per la New Left Review scrive che 40 anni fa una simile mobilitazione non sarebbe stata possibile…

Perché allora il mondo non era ancora così globalizzato come ora, non era ancora neoliberale e non era ancora avvenuta l’unificazione culturale del mondo sotto la bandiera americana. Non c’era ancora un’unica ecosfera culturale. Oggi siamo tutti americani, anche quando siamo italiani. Un vero thriller sta sempre a Brooklyn, mai a Segrate. L’immaginario sta lì, negli Stati Uniti.

Nel Selfie del mondo spiega che il principio informatore dell’urbanità, caratteristico del turismo e dell’industria, è quello dello zoning, fondato sull’uso esclusivo, non “promiscuo”, monofunzionale dello spazio (che è anche una prima “forma di biopolitica”). Rischiamo che, nel post-pandemia, “l’urbanista demiurgo”, che vuole mettere ogni tempo e ogni vita al posto suo, ci conduca verso città più controllate, asettiche e sterilizzate?

Siamo 7 miliardi e mezzo di persone. Il distanziamento sociale non si può fare. L’Italia è tra i Paesi con la più alta densità abitativa al mondo. Togliendo le montagne, circa 500 persone al chilometro quadrato. Insisto nel dire che siamo troppi immersi nel presente, assolutizziamo l’istante, dilatandolo. Siamo anche di fronte alla totale disfatta degli epidemiologi, che hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto, dimostrando di non aver alcuna idea della psicologia sociale. Dall’essere umano non si può eliminare la corporeità. È un ideale malsano, urbanofobico. Anche il virus odia la città, tutto ciò che è urbano, la stessa urbanità.

Ma molto di ciò che è positivo nella storia umana è emerso dall’urbanità. Non si è mai vista una rivoluzione fuori dalle città. La stessa politica, come dice giustamente Manconi, è assembramento, contatti tra i corpi. I capitalisti dividono, isolano, si sforzano di tenere separati gli altri, perché hanno il terrore della massa, della moltitudine. La letteratura contro lo stare insieme è sterminata, ma voglio proprio vedere chi riesce a dimostrare che lo stare separati abbia effetti salutari sul pianeta e sull’umanità.

Nella pandemia non c’è spazio per la defezione, perché è totale

Certo, il pianeta starebbe bene anche senza esseri umani, ma su questo Spinoza dice due cose utili. La prima è che non c’è l’uomo da una parte e la natura dall’altra: ciò che fa l’uomo, inclusa la distruzione del pianeta, è un prodotto della natura. La seconda è che l’uomo non è un animale razionale, e le passioni vizi. Al contrario, i vizi sono nella natura umana quanto la ragione. Sono sicuro che il mondo starebbe meglio senza l’umanità, ma dovremmo trovare un modo per gestire questo rapporto mantenendo la nostra umanità, non disumanizzandoci.

In queste settimane qualcuno si è sentito “disumanizzato”, quanto meno “infantilizzato”, per così dire. Mi viene in mente quel che lei scrive a proposito delle “vie d’uscita” dalla civiltà dello zoning, una civiltà che “traduce in geografia urbana la struttura disciplinare della società”: alla lunga le persone si ribellano “non tanto per protesta quanto per defezione”. La pandemia irrobustisce la civiltà dello zoning o favorisce la defezione?

Nella pandemia non c’è spazio per la defezione, perché è totale. Non c’è un altrove dove scappare. Il problema vero è che nessuno ha protestato davvero. Non c’è stata né defezione né protesta. Si comincerà a protestare tra poco, quando la gente uscirà di casa e non avrà più lavoro, quando ci saranno milioni disoccupati in più. Allora sì che la gente si incazzerà. La distanza sociale è vera, concreta, è distanza tra le classi.

Noi siamo quelli che possono starsene tranquilli a casa, con il frigorifero pieno, ma la linea del traffico di molte città – riportata dal Guardian – dimostra che in tanti casi il traffico non è mai sceso sotto la soglia del 50% rispetto alla media: metà della popolazione, quella più sfigata, non aveva altra scelta che continuare a lavorare, fuori. La pandemia evidenza una spaccatura sociale enorme.

Le uniche proteste sono quelle degli americani che dicono di voler morire, manipolate da Trump, oppure quella sintetizzata dall’ex ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in un’intervista a Tagesspiegel: la costituzione tedesca garantisce il diritto alla dignità umana, sostiene Schäuble, ma questo non equivale alla vita. Si tratta di un modo nobile, schilleriano, di articolare la questione dell’optimum amount di fatalities di cui parlava Ronald Coase.

Ci spiega meglio questa questione dell’optimum amount di Ronald Coase?

L’articolo fondamentale per la teoria neoliberale della giustizia – “The Problem of Social Cost” – è stato scritto nel 1960 da Ronald Coase, a cui sarebbe stato poi assegnato il premio Nobel in Scienze economiche. La sua tesi è che quando una fabbrica inquina, uccide i pesci e manda in rovina il pescatore il problema non è eliminare l’inquinamento, ma trovare l’optimum amount di inquinamento, che consenta il massimo della produzione minimizzando i danni per tutti. È un criterio che applichiamo in continuazione, pur senza accorgercene, come nel caso delle automobili che provocano ogni anno circa 3,000 morti in Italia. Lo stesso vale per il coronavirus: il problema è trovare l’optimum amount di fatalities. Sono sicuro che verrà trovato anche nel caso del turismo post-pandemia.

Nel suo libro è molto scettico sul turismo sostenibile, “un vero ossimoro”. E sembra scettico anche sull’idea che il problema dell’overtourism si possa risolvere con il turismo di prossimità, di vicinato, a impatto zero, con quello che qualcuno definisce “turismo povero”…

Con il turismo povero la gente si spara. Il turismo rappresenta una porzione importantissima del Pil di molti Paesi, in Francia per esempio è il 10-12% del Pil, più di quanto rappresenta l’industria automobilistica per la Germania. Non si risolve tutto con il turismo di prossimità, con gli agriturismo e le capre che belano. Credo che assisteremo a una grande operazione dei mass media per minimizzare i nuovi decessi. Moriremo quanto oggi, ma l’asse del “consentito” verrà spostato. Per ora, comunque, chi si estasia per il canto degli uccellini in città sbava per andare in aereo, riprendere l’automobile e lasciare dietro di sé tracce chimiche. Altro che turismo sostenibile.

Dietro di noi ci lasciamo anche debiti enormi, come ricorda nell’articolo sulla New Left Review. Dobbiamo aspettarci – e preoccuparci – del momento in cui ci verranno chiesti indietro i soldi?

La quantità di denaro sborsato è pazzesca. Trilioni e trilioni di dollari. E le cifre saliranno. Terminata la pandemia ci sono due opzioni. La prima è che non vogliano i soldi indietro, ma così facendo verrebbe stabilito un precedente pericoloso: i debiti possono non essere ripagati. Una prospettiva inaccettabile, per chi comanda. Se invece volessero farci pagare i debiti, si tratterebbe di una quantità di soldi talmente alta da costringere all’austerità popolazioni intere, oggi ricche, come Germania, Inghilterra, Italia, Spagna, Francia, Olanda.

Il debito sarebbe così alto da compromettere la possibilità di spesa, la ripartenza economica. Siamo dunque in un “double bind”. Se accettano che una parte del debito venga condonato, è la fine dell’ordine neoliberale, basato sul debito come strumento di dominio.

Il debito è stato “inventato” dopo la seconda guerra mondiale. Usato contro la Germania, si è rivelato un boomerang, è stato dunque abbandonato e poi ritirato fuori per neutralizzare le indipendenze post-coloniali. Dopo la fine della guerra fredda è stato usato per mettere sotto anche tutti gli altri. Oggi è lo strumento principale di dominio sullo scacchiere mondiale. Il paradosso è questo: se dici che si può non pagare, è la fine dell’ordine neoliberale. Ma se la gente deve ripagare il debito, è un gran casino. Ci vorranno mesi e mesi per capire come andrà a finire.

Note