Divario digitale e isolamento educativo: alcune pratiche possibili per ridurlo

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Quando si parla di “digital divide” o “divario digitale” si fa riferimento alla differenza tra persone che utilizzano quotidianamente le TIC (letecnologie per l’informazione e la comunicazione) per soddisfare le loro esigenze personali e quelle che non possono farlo o non sanno come farlo.

In altre parole il digital divide ha a che fare con problemi di accesso in mancanza di computer o di dispositivi tecnologici adeguati, di Internet a casa o di dati sufficienti, e/o di utilizzo di tali computer non sapendo come usarli in modo efficace o anche solo in modo molto limitato. Nello stato di emergenza che stiamo vivendo il divario digitale ostacola particolarmente il diritto ad un’educazione scolastica paritaria, inclusiva e accessibile a tutte le persone in età scolare. In questo reportage si mettono in luce alcune strategie d’emergenza attivate dal basso in diverse città.

In questo reportage si mettono in luce alcune strategie d’emergenza attivate dal basso in diverse città

Quando in molte città di diverse parti del mondo iniziarono a organizzarsi le prime reti di mutuo soccorso per aiutare le persone che presto sarebbero rimaste a casa senza alcun aiuto, alle volontarie e ai volontari di queste reti è stato chiaro fin dall’inizio che utilizzando solo la tecnologia come mezzo di comunicazione molte persone sarebbero rimaste senza alcun sostegno.

Per questo motivo parte importante del lavoro è stato quello di stampare manifesti in diverse lingue per appenderli distribuirli in strada, appenderli nei negozi dei quartieri, negli ingressi degli edifici, così che le persone senza accesso a Internet o senza cellulare potessero chiamare il numero attivato per assisterli nelle loro richieste più urgenti: fare la spesa, andare in farmacia, buttare la spazzatura, portare a spasso il cane.

Seguendo il protocollo sanitario è stato difficile immaginare un modo per sostenere le madri lavoratrici – ora tele-lavoratrici – con bambini e ragazzi a carico. La situazione per loro è stata ancora più complicata quando è risultato chiaro che le scuole sarebbero rimaste chiuse e che avrebbero dovuto sostenere i propri figli aiutandoli anche a seguire le lezioni online.

Ma quante persone erano non solo senza connessione a Internet, ma senza un computer, un tablet, un cellulare per connettersi? E pur avendo Internet, tablet, computer e cellulare, quante persone avrebbero saputo come usare questi strumenti? E quante di loro, sapendolo fare, avrebbero avuto il tempo di insegnare ai propri come utilizzarli?

Anche se nel 2011 l’ONU ha dichiarato l’accesso a Internet un diritto umano essendo uno strumento che favorisce la crescita e il progresso della società nel suo complesso, siamo ben lungi dal vedere un’applicazione concreta di questa dichiarazione d’intenti alla vita reale. Quando e se tutti potessero collegarsi a Internet, il divario della conoscenza e delle “abilità digitali” (digital skills) impone il passo da seguire verso una reale possibilità di accedere alla conoscenza, di elaborarla e di condividerla.

La “barriera dell’utilizzo” o “secondo divario digitale” blocca lo sviluppo personale, professionale e le opportunità che le persone possono avere nella vita, relegando l’accesso a Internet al tempo libero, al gioco, al consumo di film, di serie televisive, di musica.

Se da parte degli Stati ci sono risposte limitate che non soddisfano tutte le esigenze generate da un tema così complesso e in un tempo così complicato, in alcuni casi sono le persone – per la maggior parte donne – che cercano di auto-organizzarsi per cercare soluzioni concrete dal basso. Non c’è tempo di aspettare.

Quando il 15 aprile è stato pubblicato in Spagna il decreto legge che imponeva alle persone in età scolare e ai loro insegnanti di seguire e fornire le lezioni del terzo trimestre scolastico via Internet, Itziar Vicuña Berastegui, mediatrice culturale presso la Fondazione del Segretariato Gitano di Pamplona si è resa subito conto che questo sarebbe stato un problema per tutte quelle persone che si sarebbero trovate nel divario digitale nella sua città.

“Con l’attivazione dello stato d’allarme, si è cominciato a parlare di lezioni online … Lezioni online? Ho pensato. Le famiglie con cui lavoro che fanno parte della Fondazione non hanno un computer, non hanno una stampante e se qualcuno possiede un cellulare, ovviamente uno schermo da 5 pollici non gli servirà a niente.

Bisognava trovare un modo per arrivare alle famiglie che non avevano connessione né strumenti per le seguire le lezioni e permettere ai ragazzi e alle ragazze di non rimanere indietro nello studio. La prima settimana sono andata in di 20 appartamenti facendo del mio meglio per compensare questa situazione di disuguaglianza, ma era chiaro che bisognava fare qualcosa per il resto delle famiglie.”

Quante persone erano non solo senza connessione a Internet, ma senza un computer, un tablet, un cellulare per connettersi?

Itziar ha deciso di stampare su carta i compiti, divisi per corsi, per lasciarli nelle cassette delle lettere di ogni famiglia che aveva localizzato grazie alla Fondazione. Quando si è resa conto che questo problema interessava più persone, ha fatto in modo che dalla scuola si facesse un censimento delle famiglie nella stessa situazione. Il direttore della scuola ha contattato la rete di volontariato della città per stampare i compiti utilizzando le stampanti della scuola e, ogni 15 giorni, distribuirli nelle cassette delle lettere di tutte le famiglie senza connessione.

“Ultimamente sto riflettendo molto sul tema del divario digitale – continua Itziar – perché abbiamo la sensazione falsa che se mettiamo in mano un computer alle persone il problema si risolve ma non è così. Si sta facendo un uso massiccio dei drives, dei blog, della posta elettronica e così via, dando per scontato che le famiglie sappiano utilizzare queste risorse in modo innato. Come il diritto all’accesso a Internet, anche il diritto all’istruzione digitale deve essere garantito per tutti.”

A Barcellona Carolina Lopez, consigliera d’educazione nel distretto di Sants-Montjuïc,
madre di un bambino scolarizzato nel quartiere e volontaria della rete di mutuo soccorso del Poble-Sec, commenta che la situazione è molto complessa, soprattutto quando si tratta di raccogliere dati sul numero effettivo dei nuclei familiari che hanno bisogno di sostegno per garantire la parità di accesso all’istruzione.

“Per quanto io abbia informazioni su tutte le scuole, non posso mai fare una fotografia esatta e completa della situazione, perché le casistiche sono così tante e diverse che classificarle è complicato. Qualsiasi numero, per ora, va preso con le pinze. Quando è emersa la necessità di garantire la parità di accesso all’istruzione nel momento di massima emergenza causata dal Covid-19, dal Consorzio d’istruzione – gestito dal governo del Governo della Regione Catalana e da quello del Comune di Barcellona governo del Comune – è stato preparato un sondaggio per le famiglie che è stato inviato attraverso le scuole con l’obiettivo di valutare l’acquisto di materiale informatico.

Nel Poble-Sec sono 2115 le persone scolarizzate dell’anno 2019/2020. Abbiamo scoperto che circa 371 famiglie avevano bisogno di internet o di un terminale o di entrambi. Quando si è iniziato a pensare di acquistare 3000 tablets per distribuirli a Barcellona, ci siamo trovati senza stock perché molte fabbriche e magazzini erano chiusi e quindi è stato difficile procedere velocemente all’acquisto del materiale.

Una volta ricevuto il materiale, distribuirlo durante il confinamento seguendo i protocolli sanitari, ci ha messo in difficoltà e il processo si è ulteriormente rallentato. Mentre aspettavamo l’arrivo dei devices, una professoressa del Poble-Sec si è messa in contatto con la rete di mutuo sostegno del quartiere perché una delle sue studentesse non aveva un computer. La sua intenzione era di sapere se la rete poteva soddisfare questa richiesta.

Essendo io stessa volontaria della rete di mutuo soccorso, abbiamo deciso che un modo per creare un ponte tra la rete, le scuole e le famiglie che si trovavano in questa situazione poteva essere quello di lanciare una campagna di raccolta di computer

Una volta donati dai privati e raccolti dai volontari, avremmo potuto trasferirli alle famiglie a partire dai dati raccolti nelle scuole.”

Grazie alle donazioni, al grande sforzo organizzativo dei volontari e alla capacità di generare un dialogo tra le scuole, le associazioni di madri e genitori degli alunni, i servizi sociali, l’associazione di commercianti, il consorzio per l’istruzione e altri enti pubblici, sono stati distribuiti i primi 34 computer prima del l’arrivo di quelli acquistati dal consorzio. Cioè: dove non è arrivato il consorzio è arrivata la rete di mutuo soccorso, cercando di donare il materiale in modo equo, in base ai dati ottenuti dalla scuola e tenendo conto di molte variabili.

“Quando si parla di diritti digitali – conclude la Carolina – bisogna sapere chiaramente che stiamo parlando di diritti umani perché se non hai accesso a Internet sei in una situazione di disuguaglianza con il resto della società. Dal dipartimento d’istruzione stiamo prendendo in considerazione di cambiare radicalmente l’approccio in materia scolastica per affrontare la vulnerabilità di alcune famiglie da un altro punto di vista.”

Girando il mondo con l’idea di disegnare una mappa di soluzioni per colmare il divario digitale, un progetto gratuito con molti chilometri macinati dietro le spalle è Com-U-Dopt lanciato nel 2007 da John Osha con la convinzione che tutte le persone in età scolare meritino pari accesso all’istruzione e alle opportunità derivate dall’utilizzo di Internet.

Quando John si è reso conto che il ciclo di vita di un computer in un ambiente aziendale è inferiore a tre anni e che in genere viene inviato a discariche o lasciato impolverare nei magazzini ha pensato che questi strumenti quasi nuovi sarebbero potuti diventare un sogno che si avverava per un giovane o una giovane studentessa che volesse ampliare le proprie abilità e conoscenze.

Così Osha ha creato un circolo virtuoso tra le aziende e ha aperto uno sportello permanente e gratuito dedicato alle persone in età scolare che hanno bisogno non solo di un computer ma anche di un corso per imparare ad usarlo.

In questo contesto è difficile non chiedersi come si possa garantire l’accesso alle pari opportunità, se alcune persone in età scolare non solo non possono connettersi perché non hanno un computer o un accesso a Internet, ma non hanno carta, matite o una stanza tutta loro per poter studiare.

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