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Cosa succede se dopo esserti formato e aver lanciato la tua nuova startup il lavoro non arriva?

Negli Stati Uniti non era mai successo dal lancio del web che le startup crescessero così tanto in così poco tempo: hanno registrato un 40% in più. Così come durante la crisi del 2008, pare che la prima idea che hai avuto dall’arrivo della pandemia sia stata aggrapparti all’online per cercare di mantenerti a pelo d’acqua nello tsunami causato dalla crisi economica che presto ti travolgerà. Per ora l’Europa regge con politiche che tendono a salvaguardare i posti di lavoro (non le persone) ma c’è ti domandi anche per quanto tempo potranno funzionare queste soluzioni temporanee. La seconda idea per salvarti potrebbe essere quella di lanciarti nella formazione o come studente o come prof di qualche cosa.

Lì dove è stato perso il lavoro, imparare a fare nuovi mestieri, imparare a farli meglio, apre uno spiraglio mentale di luce verso il futuro. Potresti provarci anche tu. Altrimenti, se sei esperto di qualche cosa, potresti offrire un corso online. Un collegamento internet ce l’hai, un computer anche. Basta solo scendere sotto casa a comprare l’aureola al neon per le dirette IG e il gioco è fatto.

Ma cosa succede se dopo esserti formato e dopo aver lanciato la tua nuova fiammante startup online, il lavoro comunque non entra? Beh, intanto preparati perché la responsabilità del fracasso sarà sempre e solo tua: non sei bravo o brava abbastanza, non ti sai vendere o forse sei troppo vecchio o troppo giovane.

Nonostante tutto, la speranza è l’ultima a morire e quindi prima di gettare definitivamente la spugna quello che farai sarà probabilmente iscriverti ad altri corsi.

Vorrai provarci ancora, provarci meglio.

Corsi di lingua. Potrebbe essere. Sapere le lingue ti aprirebbe a più mercati. Ma poi inizi a pensarci meglio, a informarti e scopri che l’intelligenza artificiale è così raffinata da poter facilmente tradurre al posto tuo.

Corsi di scrittura, allora. Occuparsi di contenuti avrebbe senso, sarebbe facile. Si può fare da casa. Ma poi scopri che l’intelligenza artificiale è così raffinata da poter essere tanto creativa quanto te.

Sarà in quel momento che nella tua testa apparirà lo scenario più temuto: ti troverai a essere pagato per fare il lavoro che era stato pensato per i robot. Se le nuove generazioni stanno già crescendo senza scuola è molto probabile che ora, in questo preciso momento, mentre stai leggendo, esista già un robot che ne sa più di tuo figlio o di tuo nipote, o dei figli dei tuoi vicini.

Ci si aggrappa al digitale, all’online come l’unica zattera di salvataggio perché è la soluzione più semplice. Ma sei sicuro che sia la più efficace? La più umanamente sostenibile?

Quando ho iniziato a occuparmi di contenuti agli inizi degli anni ’90 ricordo perfettamente l’ossessione che si aveva per la perfezione, per il cercare di scrivere storie meravigliose. Bisognava farlo perché questo era quello che il mercato ti richiedeva in quel momento: se non eri capace di scrivere non ti avrebbero pubblicata o non avresti lavorato in televisione o non avresti visto il tuo film realizzato e distribuito nei cinema e così via. Se dovessi riiniziare ora a fare il mio lavoro, chissà come sarebbe, come mi sentirei.

A parità di capacità creativa, il mio lavoro sarebbe più veloce per gli strumenti che avrei a disposizione. Sarebbe anche più semplice per i contatti che potrei generare in un solo click. Forse avrei più possibilità di diversificarlo facendo cose che prima non avrei mai immaginato di fare. Probabilmente non avrei bisogno di spostarmi da una città all’altra e quindi risparmierei tempo, denaro e moltissime energie (hai presente “traslocare”? O cambiare Stato e dover imparare due lingue contemporaneamente?) che potrei investire nel mio lavoro. Ma c’è una cosa sulla quale sto ragionando ultimamente e che fa davvero la differenza: la forma forse non sarebbe più così importante come quando ho iniziato a lanciarmi nel mercato.

Dalla rivoluzione digitale a oggi molto è cambiato nel mio lavoro. Tutti scrivono, tutti pubblicano. I famosi cassetti dove prima qualcuno teneva nascosta la propria opera maestra, non solo sono aperti, non solo sono vuoti ma sono proprio del tutto scomparsi.

Chi si occupa di contenuti deve concorrere con chi si occupa di contenuti e lo fa gratuitamente, cioè tutti coloro che hanno un tool digitale e un profilo in un qualsiasi canale social. Il mercato sarà scosso da un nuovo terremoto, ora che l’intelligenza artificiale è in grado non solo di tradurre ma anche di scrivere un magnifico pezzo giornalistico pronto per essere pubblicato dal New York Times.

Insomma, produciamo e condividiamo in continuazione e pertanto che cosa ci rimane tra le mani? Che cosa stringiamo tra le mani ora che l’idea di produrre contenuti perfetti nella forma e nel contenuto è scomparsa?

Che cosa esattamente ci rimane da fare? E come, soprattutto?

Se il prodotto vale molto meno o non vale niente perché c’è gente (o un robot) che lo offre gratuitamente, che cosa ci rimane da fare?

Una delle cose che potremmo fare, tanto per cominciare, è scrollarci di dosso la pressione di produrre contenuti per l’appunto. Se l’unica cosa che vuoi è produrre un tuo progetto, fallo. Punto. Anche se viene storto. Anche se ti sembra ridicolo. Fallo e basta. Fallo nel tuo quartiere. Fallo coinvolgendo le persone che sono vicino a te, tanto per cominciare.

Il nostro lavoro o la nostra missione non è più generare qualcosa, fosse anche un’opera d’arte permanente, duratura e eterna (la permanenza prima si è fatta liquida e poi è evaporata), ma piuttosto entrare in contatto profondo con il perché ci dedichiamo a fare qualche cosa, sia esso scrivere, documentare, fotografare, suonare uno strumento, dipingere, disegnare, zappare la terra, preparare una cena.

Lo facciamo per una sola ragione: è in quel momento che tessiamo relazioni.

In quel momento ritorniamo al senso profondo che quel gesto – quello di narrare – aveva quando iniziò. Non era sufficiente il solo fuoco per scaldare il nostro corpo. Abbiamo sempre avuto bisogno di qualcosa in più. Abbiamo sempre avuto bisogno delle storie. Di condividere storie. Storie che abbiamo vissuto, storie che ci siamo inventati e poco importa se queste storie arrivano sotto forma di una cena ben preparata o di un ortaggio amorevolmente coltivato.

Le persone come noi – vale a dire gli esseri umani, l’umanità intera e non più solo gli scrittori, i fotografi, i musicisti – che continuano a tessere relazioni mentre partoriscono altro considerano che non è solo per il fatto di avere un corpo che ci sentiamo vivi.

Ci sentiamo vivi perché tessiamo delle relazioni.

Tessiamo delle relazioni perché in questo modo possiamo prenderci cura gli uni degli altri.

Pertanto l’opera maestra, la nostra opera maestra se pensiamo al nostro lavoro nel futuro digitale che tanto ci spaventa, non sarà più l’oggetto che produrremo ma saranno le relazioni umane che tesseremo mentre ci staremo occupando di fare qualcos’altro.

E quanto più ci prenderemo cura a tutti i livelli delle relazioni che la produzione di qualcosa genera, tanto più degna dei nostri applausi sarà l’opera maestra che ne risulterà. In questo modo tutte le esperienze che ci portano a un momento di creazione e di condivisione si trasformeranno in un capolavoro, perché torneranno a riflettere nella loro perfetta imperfezione quello che siamo: esseri umani.

D’altronde, pensiamoci bene: che tipo di intelligenza accetta non solo di non essere pagata ma anche di essere maltrattata mentre sta producendo?