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19 Maggio 2016

Beni comuni, contratto sociale e governance cooperativa dei servizi pubblici locali

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Questo contributo offre una giustificazione per la gestione cooperativa dei servizi pubblici locali. Intendo discutere due problemi. Il primo è quale relazione esista tra la proposta di gestione cooperativistica dei servizi pubblici locali (come i servizi idrici) e i “beni comuni”, intesi come beni di possesso comune, gestiti secondo il criterio dell’open access e della non escludibilità di nessun utente potenziale, entro un certo ambito convenzionalmente definito. E quindi se la riflessione che è stata proposta da economisti e scienziati sociali negli ultimi vent’anni sul tema della governance dei commons attraverso l’autogoverno degli utenti possa insegnarci qualcosa per disegnare meglio tale proposta, cioè se questa letteratura contenga insegnamenti di natura generale, oppure sia inestricabilmente legata all’esperienza di piccole comunità in paesi in via di sviluppo (realtà che sarebbero troppo lontane dai problemi posti da organizzazioni economiche moderne quali le imprese). Da questo punto di vista la letteratura più recente suggerisce che la trattazione del governo dei beni comuni che deriva dalla scuola riunitasi attorno a Elinor Ostrom deve essere integrata da altri concetti, e tuttavia essa offre elementi generalizzabili anche al nostro caso.

Il secondo problema è se la proposta di gestione cooperativistica dei servizi pubblici locali costituisca una soluzione di governance più efficiente delle alternative – la gestione privata, attraverso l’impresa capitalistica regolamentata, e la gestione burocratica da parte di enti pubblici. Io però vorrei non limitarmi a enfatizzare le inefficienze delle soluzioni alternative, ma affrontare il problema specifico che potrebbe affossare la gestione cooperativa, cioè la formazione di una grande impresa manageriale la cui base sociale siano bensì gli utenti, ma in cui – se la democrazia cooperativistica non funzionasse – il controllo da parte di questi stessi utenti sarebbe troppo debole. Il mio argomento principale a tale proposito è che gli sviluppi di economia comportamentale (behavioral economcis) applicati alle organizzazioni, che sono in continuità con quanto abbiamo appreso da Elinor Ostrom sulle forme di autorganizzazione cooperativa degli utenti di beni comuni, ma si spingono ormai ben oltre, suggeriscono varie ragioni per affermare che la gestione cooperativistica e muti-stakeholder dei servizi pubblici locali, delle risorse naturali e delle infrastrutture pubbliche, intese come commons, sarebbe effettivamente efficiente.

Per dimostrarlo però dobbiamo non solo pensare approfonditamente al disegno della governance democratica della cooperativa multi-stakeholder. In aggiunta abbiamo bisogno della riposta al primo problema. Abbiamo cioè bisogno di intendere queste “pubbliche utilità” in quanto “beni comuni”, nel senso di “beni principali”. Per farlo necessitiamo di un termine economico ulteriore (ma molto vicino al nostro esempio empirico principale: la rete idrica), cioè quello di “infrastruttura”. Dobbiamo definire le infrastrutture come mezzi per generare molteplici ulteriori attività e benefici, tra cui beni pubblici, beni sociali e meritori che possono essere visti come “spillover”, ricadute esterne dell’impiego dell’infrastruttura. E dobbiamo riconoscere (passando dall’ingegneria, all’economia e infine alla filosofia politica) che questo concetto è quasi sovrapponibile a quello di “beni principali” definito da Rawls, cioè mezzi per molti scopi, beni necessari ai molteplici piani di vita, molti dei quali imprevedibili e quindi da trattare “dietro ad un velo di ignoranza” (o in condizione di incertezza).

Così definiti i beni comuni sono oggetto del contratto sociale sulle istituzioni fondamentali della società che stabilisce a quali condizioni e con quali diritti (ad esempio diritti all’accesso a beni comuni) entriamo in società come cittadini. Tale contratto sociale non è solo una finzione concettuale che ci serve a spiegare come sia possibile la società bene ordinata, ma prende corpo nei principi e nelle forme di governo e gestione delle istituzioni che provvedono alla fornitura e distribuzione dei vari beni comuni/principali. Così la cooperativa di utenti è essa stessa parte di tale contratto sociale, ed è basata su forme deliberative coerenti con l’idea di su un contratto sociale locale per la produzione e distribuzione di un particolare bene comune (servizio pubblico locale).

Beni comuni. Una definizione

Con “bene comune” intendo risorse naturali, come i bacini d’acqua, i boschi e le foreste, o il paesaggio e il patrimonio storico-culturale e ambientale, oppure risorse artificiali come le infrastrutture fisiche (l’acquedotto, le vie di comunicazione) o informatiche (internet o altre reti), o immateriali come la conoscenza e il sistema di relazioni e comunicazione attraverso il quale essa circola, a condizione che esse siano qualificate da una certa modalità di governance e di gestione. Grazie a tale modalità tra la risorsa, chi la custodisce e contribuisce al suo mantenimento, riproduzione o sviluppo, e gli utenti della risorsa stessa si stabilisce una certa relazione. Una relazione caratterizzata dall’uso condiviso o appropriazione comune della risorsa e dall’accesso libero (open access) e uguale per chiunque, graduato solo dall’estensione territoriale (spaziale) entro cui la risorsa è disponibile o capiente, ovvero a livello locale, nazionale o internazionale secondo i casi. (…) La caratteristica necessaria è dunque una forma di governance. Può essere bene comune ogni bene o risorsa che, per qualche regione, noi decidiamo mediante una scelta collettiva di trattare come utilizzabile in modo condiviso e con accesso aperto.

 

Tratto da:
Sacconi L., Ottone S. (2015), Beni comuni e cooperazione, Il Mulino, Bologna.

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