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31 Gennaio 2020

Per riappropriarci dei beni comuni abbiamo bisogno di un’arte della guerra per i Commons

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I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


L’1 e 2 febbraio 2020 si terrà la IV Assemblea nazionale beni comuni emergenti e a uso civico a Milano (aMacao e a Ri-Make), nata a partire da un documento (http://www.exasilofilangieri.it/appello-benicomuni/) firmato da diverse realtà di base, associazioni e singoli, che hanno convenuto sulla necessità di rafforzare anche a livello nazionale le lotte sui beni comuni.

1) IL DIRITTO: in dieci anni abbiamo cercato di reinventare il diritto, Cioè di considerare la legge come una cosa viva, crudele ma modificabile. La legge non è mai neutra, ma è un campo di lotta. In questi ultimi dieci anni in italia sono sorti esperienze, istituti, avanzamenti e tante resistenze reazionarie. Quale è lo stato di salute della legge oggi? Il comune ha un diritto o i beni comuni hanno perso i loro diritti?

EB: Una delle critiche che puntualmente riceve il movimento sui Commons è che dopo tutto non è conflittuale, che fa vedere in piccolo quello che la vera politica, chi fa le leggi, lo stato, l’Europa, i grandi poteri economici dovrebbero mettere in pratica su larga scala, trasformandosi se tutto va bene in un movimento riformista di brave persone che danno il buon esempio.

Credo invece che questo mondo non si può riformare: che non bastano i correttivi, non bastano i gruppi di pressione e le buone pratiche che fanno da pungolo ai grandi interessi. Va benissimo che ci siano ma non bastano. E cosa vuol dire che il riformismo non è il punto? Cosa significa intendere i Beni Comuni come una lotta, una macchina da guerra? Quando noi pensiamo di avere diritto ad un altro modo di vivere, sentiamo questa tensione a non accontentarsi di piccoli risultati consolatori. Alcuni processi di transizione in cui siamo, penso soprattutto alle trasformazioni climatiche, sono probabilmente irreversibili, e stare nel problema oggi significa capire radicalmente ciò che sta accadendo e andare fino in fondo nel determinare delle invenzioni, delle nuove alleanze. Il riformismo non è possibile anche perché presuppone di aver già individuato un fine da raggiungere, una certa idea di progresso, una direzione di crescita. Ma questa idea di progresso  è il problema stesso. Il diritto inscritto nella legge dello stato e fra gli stati, il campo della giurisprudenza è molto importante ma deve essere subordinato ad un dibattito molto più ampio. Quindi in questa invenzione bisogna usare tutto, dai piccoli risultati, alle negoziazioni noiose, alle azioni dirette dove non si chiede il permesso a nessuno, bisogna creare legami fra diversi piani, e leggere come un piccolo gesto serve ad un fronte più ampio e viceversa, dobbiamo allenarci a leggere questa potenzialità intersezionale e trasversale. Non è importante definire il proprio territorio in modo identitario, quanto metterci al servizio di un ecosistema potenzialmente molto ampio e rivoluzionario.

NC: Questo è ancora più vero se prendiamo sul serio la lotta per i Beni comuni. Essi, infatti, ci riportano sul grande campo di battaglia della modernità: la proprietà. Intorno a questo baluardo per lungo tempo si è costruito l’edificio del diritto. Dalle prime recinzioni in Inghilterra, alla conquista delle terre nel Nuovo mondo, i beni comuni sono stati messi al bando e con essi quella vasta comunità di umani e non umani che di questi beni viveva. Si è trattato di una vera è propria guerra fra espropriati ed espropriatori. Non dimentichiamo che il motto di Thomas Munzer – Omnia sunt communia – è stato per lungo tempo il motto del movimento contadino tedesco ed europeo prima che fosse tradito dal riformismo farlocco di Martin Lutero e dei principi tedeschi. E non è un caso se in età contemporanea i beni comuni vengono ripresi a  fine anni Novanta dal movimento zapatista e invocati più di recente dalle comunità indigene latino americane o dalle comunità di villaggio in Africa tutte vittime dei nuovi mercati estrattivisti e produttivisti. Da noi in Europa o negli Stati Uniti d’America recuperare la nozione giuridica e politica dei beni comuni significa procurare una rottura epistemologica sia all’interno dei processi di produzione del diritto, sia nel cuore stesso della prassi politica e sociale.

Il binomio economicista Stato-Mercato/Pubblico-Privato non è più in grado di leggere tutto quello che accade nella fitta rete di scambi sociali. Anzi, l’orientamento è quello di sradicare esperienze che sfuggono al paradigma dominante. La finanziarizzazione dell’economia ha trasformato gli Stati in esattori-esecutori e ha preso d’assalto il patrimonio pubblico, di fatto requisendolo attraverso le autorità pubbliche. Cos’altro è l’Agenzia del Demanio se un banco dei pegni; se non uno strumento di espropriazione? Dalla fine degli anni Novanta si parla di razionalizzare il nostro patrimonio; Ma come? Contabilizzandolo, assegnandogli un valore economico, facendone merce a buon mercato. L’obiettivo dichiarato è utilizzare questa “rendicontazione” per saldare il debito. L’Agenzia del Demanio propone addirittura una nuova tassonomia per i beni pubblici ispirata al valore di scambio che possono avere i nostri beni: Beni pubblici necessari (Caserme, acquedotti, strade e poco altro), Beni pubblici sociali (Ospedali, scuole, le case dell’edilizia residenziale pubblica) e beni fruttiferi (tutto il resto). Lo Stato è nella migliore delle ipotesi un prestatore di servizi e un gestore di beni per lo svolgimento delle sue attività amministrative; il popolo sovrano è ridotto a essere mero fruitore, un cliente, un assistito. Tutto l’opposto della prospettiva costituzionale del secondo dopoguerra che indica come compito primario della Repubblica quello di rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e il connesso esercizio delle libertà soggettive, politiche e sociali.

Ora, in questo contesto, se non vogliamo considerare i beni comuni una mera riserva, li dobbiamo innanzitutto pensare un dispositivo ermeneutico e politico che ci permetta di riportare al centro dell’azione politica il valore d’uso dei beni. Ecco la rottura epistemologica. Dal punto di vista dei Beni comuni la produzione giuridica di norme  non è orientata a contabilizzare e contrattualizzare i rapporti di scambio a cui i beni sono soggetti sul mercato globalizzato; il diritto, piuttosto, diviene una lente, un codice, per leggere ciò che accade e si decide intorno ai beni in una logica che non può più essere proprietaria; uno strumento di conoscenza e comunicazione per saper cogliere il nesso profondo che sussiste tra determinati beni e determinati bisogni e diritti della persona umana. Attraverso i Beni comuni il diritto si spazializza, si incarna in soggetti portatori di diritti e diventa esso stesso un mezzo per l’esercizio di questi diritti.

La forza epistemologica di questa nozione culturale, politica e giuridica è di consentire una lettura alternativa dei beni, intesi come materia viva dentro la rete di relazione dei viventi e direi anche dei non più viventi e dei non ancora viventi. Sì, perché i beni sono il segno tangibile del lavoro sociale delle generazioni passate e ciò che noi trasmettiamo alle generazioni future.

2) ECONOMIA:  E’ finito il lavoro? quale economia oltre lo stipendio? Come si fa a mettere in comune le nostre ricchezze? 

EB: Credo che il lavoro non sia per nulla finito anzi è aumentato quasi alla saturazione. Ciò che è finito, o che presto finirà,  è la forma del posto fisso, con lo stipendio e le vacanze pagate. Abbiamo perso il ritmo: 8 ore di lavoro, 8 di tempo libero e 8 di sonno.  Benvenuti nel Precariatocene! dove le forme contrattuali si moltiplicano, la retribuzione è da fame, niente più vacanze e tutto costa di più. Insomma si lavora sempre di più, un lavoro fatto di mille lavoretti e si guadagna poco, in città con gli affitti alle stelle. Dove va questa liquidità invece che tornare a noi? Nei mercati finanziari attraverso i monopoli delle corporations e la quotazione dei debiti pubblici.  Quello che è successo è la conclamata fine del new deal keynesiano. Nello scorso secolo la società si reggeva su di un patto implicito: i padroni facevano lavorare i lavoratori e attraverso il salario gli fornivano la liquidità necessaria a trasformarsi in consumatori a cui vendere i loro prodotti, mentre l’altra metà della popolazione, le donne, lavoravano gratis a casa nella cura e riproduzione. Non andava poi così male al padrone! A metà della gente dava gli stipendi  con l’obbligo di ricomprare sul mercato gli stessi beni prodotti, mentre obbligava l’altra metà a lavorare gratuitamente nella costruzione e la manutenzione della casa e della famiglia.

Questo modello è saltato. Capire come è saltato e che cosa è venuto dopo, è molto importante.  È stato sostituito dall’automazione nelle fabbriche e dall’automazione della società. Da una parte la catena di montaggio non necessita più così tanti lavoratori/rici, dall’altra la profilazione algoritmica dei nostri comportamenti ci sta facendo lavorare 7 giorni su 7 a bassa intensità, per imparare a riprodurre un certo tipo di società. Quale è il problema che nasce in questo nuovo mondo: che la ricchezza, la liquidità non è più distribuita, iniettata nella società attraverso gli stipendi (o per lo meno molto poco rispetto a 40 anni fa), dall’altra attraverso il data mining e la processazione algoritmica viene controllata la riproduzione sociale, determinando quale modello di organizzazione, di relazioni, di identità e di desideri. In sostanza siamo sempre più poveri e funzionalmente stupidi, omologati attraverso un monitoraggio in tempo reale dei nostri comportamenti 24 ore su 24 che noi stessi forniamo. In men che non si dica ci siamo ritrovati senza lavoro, con paghe da fame, a vivere in una stanza in condivisione,  con la testa bassa sul cellulare per controllare quello che dice chi mi sta a fianco.

A tutto ciò, cosa dobbiamo rispondere? A mio parere le risposte sono principalmente tre: vogliamo poter fare,  vogliamo i soldi e vogliamo i sogni. Produciamo cose, inventiamo assemblaggi, e li rendiamo accessibili in una economia della condivisione solidale. Ma per avere i soldi dobbiamo prima di tutto distribuirli in forma di reddito incondizionato, di basic income,  non più come stipendio. La liquidità è un portafoglio comune che dobbiamo distribuire assicurando che tutti abbiano almeno la libertà di vivere. I soldi devono liberare tempo per permetterci di diventare operosi. In terzo luogo dobbiamo poter recuperare il tempo libero e il sonno. Abbiamo diritto all’intermittenza.  Vogliamo poter dire: adesso buonanotte! Reclamiamo la presa di distanza, il diritto a ritirarsi a sognare, non vogliamo essere continuamente saturati, anticipati da una economia dell’attenzione che già predispone, sempre, qualche cosa da fare. È questo anche lo spazio per inventare e avere diritti. Se si coincide con quello che è già stato predisposto non ci sono più tensioni, non c’è più immaginazione, non c’è più il diritto a qualcosa. Ma c’è solo l’implosione sorda nel nostro aspetto macchinico.

NC: Si tratta di una lotta per nuovi tempi e spazi di vita. Negli interstizi spazio-temporali ricavati con la costruzione dei Beni comuni ritorna al centro il tempo della riproduzione sociale. Un tempo – questo – invisibilizzato e colonizzato dai tempi di produzione. Oggi esso va sempre più riducendosi. Lo spazio di riproduzione è lo spazio di cura per eccellenza, cura delle relazioni,  delle economie “domestiche”, è il luogo per praticare quei saperi “radicali” inquanto radicati nelle pratiche di vita, nella materialità dell’esistente. Il movimento femminista e transfemminista ha posto con forza l’esigenza di ripensare le dinamiche economiche e sociali alla luce di questo spazio senza il quale nessun “monte ore” di lavoro sarebbe stato possibile. La segregazione domestica delle donne, la loro casalighizzazione è stata funzionale ai tempi del lavoro salariato con l’effetto di produrre nel proletariato mondiale un colonialismo interno che vedeva il maschio proletarizzato disconoscere il lavoro di cura delle donne e la loro “sapienza”, dando luogo ad una delle più subdoli forme di sfruttamento e miseria. Lo sfruttato nello spazio di produzione diventava il “capo-famiglia” nello spazio di riproduzione. Le donne hanno spezzato – e lo stanno ancora facendo – questo meccanismo di invisibilizzazione e colonizzazione, costruendo in molte parti del mondo spazi di cura di vita in comune. Dall’esperienza delle cucine popolari e degli orti urbani, alla casse di mutuo soccorso e delle economie trasformative – vincolate allo sviluppo della persona umane più che al profitto. La collettivizzazione dello spazio di cura può così rappresentare uno spazio di convergenza di generi, saperi e pratiche di vita in cui  ricomporre ciò che il lavoro salariato e capitalistico ha spezzato: mezzi di produzione e forza lavoro, comunità umane e contesto ecologico.

3) PROPRIETA’: come la co-proprietà si può configurare come strumento di lotta? 

EB: Uno dei principali modi in cui i soldi escono dai mercati finanziari sono gli investimenti immobiliari e il land grabbing. Insomma ogni anno le imprese e i fondi sui mercati finanziari investono triliardi di dollari per comprare case e terra. E da chi comprano? Dalla gente comune che non sa più cosa vendere per poter far studiare i/le figli*, dalle imprese che falliscono perchè non c’è più lavoro, o dagli stati e dalle municipalità che stanno privatizzando per poter pagare i propri debiti, o da* contadin*, dando loro quattro soldi, tanto se non sono d’accordo si può sempre passare alle maniere forti.
In tutto il mondo l’azione più efficace di lotta contro questi processi speculativi ed estrattivi, sono state le cooperative di acquisto, le trust-union, le co-propiretà. Insomma azioni che in diverso modo hanno usato la proprietà come strumento di lotta dal basso. Sono comunità che hanno unito le forze finanziarie, ognuno mettendo quello che può per assicurare palazzi e terre dalla minaccia di essere espropriati. Per farne cosa?

Prima di tutto per affermare che una co-proprietà come bene comune difende il valore d’uso e non il profitto e le plusvalenze. Insomma una cooperativa che acquista un palazzo in città come bene comune lo fa per farci abitare gente ad affitti calmierati, per riattivare la produzione di beni da immettere in un mercato solidale, per aprire un centro antiviolenza, per farci un centro culturale, ecc… non lo fa per rivenderlo fra qualche anno qualora il mercato si è impennato e farci un bel guadagno. Insomma lo rende accessibile e produttivo per il tessuto sociale, e lo esclude dal mercato immobiliare (preferibilmente per sempre). In secondo luogo una co-proprietà come bene comune può essere un laboratorio di invenzione di modalità di governance: si possono trovare dei modi nuovi dove tutte le persone che partecipano ne possono decidere la modalità di utilizzo e la gestione, anche con metodi basati su tavoli di discussione e assemblee di quartiere e basate sul metodo del consenso.

I beni comuni criticano la proprietà privata come paradigma, ma si può hackerare lo strumento della proprietà tanto quanto il percorso degli usi civici utilizza il terreno del diritto pubblico come materiale di assemblaggio e di invenzione di  processi aggregativi che vanno oltre lo stato.

Abbiamo spesso citato a proposito forse il più illuminante esempio di utilizzo del diritto privato contro la logica della privatizzazione: le General Public License nel mondo dei software, dove per non permettere che un prodotto digitale venga chiuso privatizzandolo, é inscritto nel diritto di chi lo possiede l’impossibilità (l’illegalità) a chiuderlo e renderlo esclusivo.

E proprio in italia alcune cose stanno per la prima volta mostrando questa potenza: Rimaflow qui a Milano, la più importante fabbrica occupata dagli operai d’italia, è riuscita da poco a comprare lo stabilimento, Lucha y Siesta a Roma, una importante casa occupata femminista e centro antiviolenza sotto sgombero è da poco riuscita a comprare l’edificio: speriamo sia questo solo l’inizio di un effetto a catena su tutto il territorio.

NC: Che la proprietà sia da considerarsi solo come proprietà esclusiva dei beni è una delle grandi menzogne della modernità giuridica, che si basa sulla rimozione di una lunga tradizione in cui la proprietà collettiva o l’uso collettivo di beni intestati a soggetti diversi dagli utilizzatori era una realtà viva e operosa. L’ossessione per il soggetto giuridico a cui imputare responsabilità amministrative, civili e penali ha spinto gran parte della dottrina ad utilizzare lo schema del contratto privato per regolare le relazioni tra beni e soggetti. Ma oggi la mediazione proprietaria non basta. Abbiamo bisogno di un’altra proprietà, di una non-proprietà, di un altro modo di possedere.

Se noi concepissimo il demanio pubblico e il patrimonio dello Stato come una proprietà collettiva di cui lo Stato costituzionale nelle sue articolazioni si fa garante a tutela degli interessi collettivi; se noi ottenessimo insieme a questa nuova proprietà il riconoscimento della capacità delle comunità di abitanti di farne un uso collettivo regolato da principi elaborati dalle stesse comunità al fine di garantirne una continua rigenerazione, mantenendo sempre aperto l’accesso, l’uso, la cura, la gestione; forse potremmo modificare la nostra relazione con il suolo, con lo spazio, con i beni, con le utilità che le continue interazioni generano.

Una proprietà inclusiva, potrebbe rappresentare una matrice che consustanzia le diverse forme di vita. Questo avrebbe effetti dirompenti sulla pianificazione territoriale. Penso alla mancata riforma urbanistica che ci ha lasciati inchiodati ad una legge del 1942; una riforma mancata perché non si è riusciti a sostenere l’idea di separare il diritto di proprietà del suolo dal diritto di edificare. Questa idea fu avanzata nel 1968 da Fiorentino Sullo e da allora si è gareggiato a rimuovere questa ipotesi dal dibattito politico. Quanta edilizia mortificante ci saremmo evitati e quanto spazio avremmo avuto a disposizione. Penso pure ad una legge sul consumo del suolo che resta in discussione in Parlamento da anni. A tenere paralizzato il territorio è la tutela feroce della rendita edilizia. In questa paralisi lo spazio è segregato ed espropriato al godimento collettivo. Spazi pubblici, spazi collettivi, spazi comuni rappresentano a mio parere il grande campo di lotta in cui gli espropriati possono espropriare gli espropriatori. Se solo si guarda come è stato trasfigurato il paesaggio in cui viviamo e gli effetti che ha sulla nostra salute mentale e fisica allora forse capiremmo che ogni modifica dello spazio ha una valenza politica, che ogni spazio riportato al godimento collettivo è un atto di liberazione. Alla nostra generazione è stato sottratto uno spazio di vita e le nostre vite segregate in spazi inidonei ad un’esistenza dignitosa ne sono la prova concreta. Un tema, allora, diventa, come combattere questa guerra. Come coltivare il sogno di una cosa: ossia uno spazio comune per un’ecologia delle relazioni?

4) SAPER VIVERE: come decolonizzare i nostri sguardi, creare spazi non normativi e non violenti, cosa intendiamo per safe space e cura della comunità come un ecosistema?

EB: Possiamo prenderci cura di ciò che è nostro, e difenderlo da chi lo minaccia. Ma chi è questo noi? Cosa significa il termine “nostro”? A mio parere se i Commons diventano un modo di prendersi cura dal basso di alcuni beni collettivi fra comunità bianche e magari per lo più uomini che spiegano cosa è meglio fare, non è una gran rivoluzione. E questo in parte è anche successo e continua a succedere se pensiamo a tutti i modi in cui si è cercato di chiamare pratiche di commoning  processi partecipativi dove gruppi di bianchi difendono il decoro dei propri quartieri tinteggiando le staccionate e facendo gardening assieme la domenica.

Mettere in comune e prendersi cura per me significa rendere visibile i/le veri/e oppress*. Se il processo di messa in comune avviene solo fra chi sta meglio e ha ancora qualche rendita di posizione non è gran che: si chiama corporativismo. Ci sono tre problemi fondamentali che hanno portato questo mondo al collasso e bloccano un reale processo di messa in comune: il patriarcato, lo sfruttamento ambientale, e il colonialismo. Su questi tre assi stanno muovendosi i grandi movimenti globali di emancipazione: transfemminismo, lotte per il clima e movimenti antirazzisti. Per me in questo momento un movimento dei Commons non può prescindere dall’ attraversare e abbracciare integralmente questa agenda politica.

NC: Come si diceva, non si tratta solo di attraversare i movimenti di cui si è appena accennato e tessere con loro alleanze. Questo attraversamento intersezionale può significare un mutamento radicale delle prassi caratterizzanti il far-comune-in-comune. La prospettiva dell’ecologia politica, ad esempio, ci potrebbe spingere a non ridurre tutta la questione dei beni comuni a processi di autogestione e auto-organizzazione, perché questo approccio rischia di divenire autoreferenziale. Da questa prospettiva i processi di produzione del comune non possono non tener conto del contesto ecologico e sociale di cui i beni stessi sono un emersione. Detto in altri termini non si tratta solo di sapersi autogestire, ma di prendersi cura delle relazioni tra le diverse comunità umane e non umane che compongono uno spazio-in-comune. Si tratta di con-divenire, di con-fare, di essere capaci di azioni simpoietiche. Questo significa prendere sul serio i sistemi ecologici entro cui siamo immersi, mutare la nostra relazione con tutte quelle forme di vita che dalle prassi di autogestione esclusivamente umane sono invisibilizzate; significa dismettere l’attitudine coloniale che abbiamo verso il non umano. Significa farsi carico delle ripercussioni sistemiche delle nostre prassi sull’ambiente sociale e naturale circostante. Nella pratica questo vuol dire ripensare l’organizzazione degli spazi, l’uso delle risorse, rendere le nostre prassi ecologicamente ecocompatibili. Saper, insomma, misurare l’impronta ecologica della nostra azione.

Lo stesso discorso vale per l’approccio trans-femminista che ha portato al centro della pratica quotidiana il tema della cura e dei processi di riproduzione sociale. Quante esternalità negative producono i processi del fare-comune? Quanto annullamento di vita privata e intima richiedono? Quanta militanza sacrificale è esaltata? Quanta steriotipi di classe e di genere si riproducono inconsapevolmente? La lotta al patriarcato rilanciata dal movimento Non Una di Meno negli ultimi anni interviene su questi interrogativi richiedendo un mutamento radicale nelle prassi di autogestione, attraverso la collettivizzazione dei processi di cura, creando spazi di cura delle relazioni, praticando economie ricompositive dei legami sociali ed ecologici, relativizzando il momento decisionale a favore della cura del processo che porta ad una decisione. Si tratta insomma di misurare la nostra “impronta di cura” (Herrero).

Questo approccio mette in questione i due mantra della modernità politica, ovvero, l’“homo homini lupus” (Hobbes) e “il fine giustifica i mezzi”.

Il transfemminismo ci dà l’occasione di pensarci prima di tutto come soggetti in relazione, cioè, come “homo homini natura amicus” (Genovesi), per cui non sono importanti i risultati individuali, delle singole strutture, in un contesto competitivo, ma le relazioni e le modalità con le quali si portano avanti sperimentazioni in modo cooperativo. I mezzi determinano la qualità umana dei fini che si intende perseguire; finalità che essendo così interrelate a mezzi sono sempre a portata di mano e mai tragicamente trascendenti alla vita concreta di una collettività o di una soggettività. Al centro non vi è la diffidenza – con tutti i meccanismi difensivi e distopici/dispotici conseguenti – ma la fiducia che si concretizza nella qualità delle relazioni che riusciamo a costruire. Questi approcci potrebbero darci l’occasione di mutare il nostro intimo sentire, il nostro modo di capire, rendendoci meno vittime inconsapevoli dei meccanismi di cattura della razionalità dominante individualista e competitiva.

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