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28 Aprile 2017

Biblioraising, il fundraising per le biblioteche

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Nella nostra epoca, quello scontro dialettico tra forze contrastanti che si può riassumere nella diade globale/locale, ci racconta da un lato un mondo senza frontiere dominato da un capitalismo rapace e dall’altro la storia di individui “fisici” sempre più angosciati dalla crisi di senso e dal vuoto dei legami sociali dovuti alle “mani invisibili” dei global player.

È in questo contesto che il termine “comunità” acquista un nuovo significato e una nuova importanza; non si tratta di anacronistici risvolti autoritari in difesa del “proprio territorio” di origine, ma piuttosto si esprime nel bisogno di reinterpretare lo spazio fisico comune dove la conoscenza e i saperi – che possiamo anche sintetizzare come bisogno di benessere da parte degli individui – siano mediati da rapporti “faccia a faccia”. Jacques Le Goff parlava di “ancoraggi di affettività”.

Guardando a questi spazi condivisi e tra i possibili punti di ancoraggio troviamo le biblioteche: ultimo avamposto culturale e spazio fisico di aggregazione, ma sempre più abbandonate a se stesse.

Mancano nuove acquisizioni di libri, il turnover dei bibliotecari è spesso bloccato, gli orari di apertura rischiano di diminuire, la crisi finanziaria non consente di metterle al primo posto come luoghi da custodire e promuovere. Si ha l’impressione che siano nicchie “bibliologiche” destinate ormai all’estinzione.

fundraising, biblioteche

ph. Johan Mouchet

Attira allora la nostra attenzione il progetto “Biblioraising, il fundraising per le biblioteche“, finanziato dal Centro per il libro e la lettura in collaborazione con l’Anci e portato avanti dalla Scuola Romana di Fundraising.

Si tratterà di coinvolgere mecenati che vogliano un proprio ritorno di immagine dopo una generosa donazione? Subito vengono in mente ricchi signori e lucide targhe di ringraziamento all’ingresso di una biblioteca. Ma aprendo il sito del Biblioraising, si legge: “Biblioteca: un bene comune è tale se lo si sostiene”. I ricchi signori si fanno da parte: l’idea del bene comune sembra portare il discorso in un’altra direzione.

“Il termine fundraising, dal punto di vista etimologico, non vuol dire raccogliere fondi. Il verbo deriva dall’inglese to raise e significa: promuovere, far crescere, coltivare, ossia tutte azioni che precedono o prescindono dalla raccolta.

Quindi fare fundraising significa innanzitutto ricerca, processo di analisi, di progettazione e interpretazione di una strategia di sostenibilità di cause sociali. Non è uno strumento di finanziamento una tantum, ma un afflusso di risorse finanziarie stabili nel tempo per mantenere l’organizzazione e le sue cause sociali”.

A rispondere alla domanda su cosa si intenda per fundraising, e se troppo spesso il suo significato non venga semplificato e ridotto a mero processo di ricerca fondi, è Massimo Coen Cagli, uno dei maggiori esperti italiani sul tema, nonché direttore scientifico e fondatore della Scuola Romana di Fundraising, che ha elaborato il progetto Biblioraising nel 2015.

“L’idea di unire il concetto di fundraising alle biblioteche risale all’inizio degli anni duemila come riflessione culturale. Insieme all’AIB (Associazione italiana biblioteche) abbiamo iniziato promuovendo corsi di formazione per i dirigenti di biblioteche sul tema della raccolta fondi.

Dalla formazione siamo passati a vere e proprie attività di assistenza. Abbiamo visto che il processo funzionava molto bene e, insieme al Centro per il libro e l’Anci, abbiamo optato per una messa a sistema di tutto il meccanismo proprio attraverso lo strumento del Biblioraising, che partito nel 2015 è stato rinnovato anche per il 2016, coinvolgendo non solo le biblioteche comunali o di pubblica lettura ma anche le nazionali”.

Uomo dallo sguardo deciso, Coen Cagli ci spiega come interagiscono fundraising e biblioteche, raccontandoci qualcosa che non ci aspettiamo.

“L’idea di fundraising affonda le sue radici lontano nella storia italiana, in quel medioevo dei comuni e dei primi organi di mutuo sostegno. Un discorso ancestrale ridefinito nel secolo scorso in chiave scientifica. Negli ultimi 15 anni, con l’inasprirsi della crisi economica globale e il tracollo del welfare state, il fundraising ha acquisito sempre più l’aspetto di un’economia della collettività, allontanandosi da una visione meramente filantropica e caritatevole”.

Secondo Coen Cagli, inoltre, le biblioteche rimangono i principali presidi di welfare e come tali, attraverso la presa di coscienza della comunità, possono essere custodite e coltivate.

“Il fundraising dipende dall’esistenza di relazioni sociali tra la biblioteca e l’ambiente di riferimento, prima di chiedere bisogna creare attorno alla biblioteca una comunità di riferimento, che nella maggior parte dei casi già esiste e attende solo che le venga aperta la porta. Il verbo partecipare è la chiave di tutto questo processo.

Chi investe nella biblioteca o comunque in una causa civile, si aspetta un ritorno non solo personale ma anche per la comunità di cui fa parte. Il fundraising è innanzitutto uno strumento di coesione sociale e cresce proporzionalmente alla crescita della comunità. Donare deve essere un atto di partecipazione e quindi un’azione sociale e collettiva.”

Nella pratica dunque non si tratta di donazioni di grandi cifre né di campagne di raccolta fondi calate dall’alto con slogan altisonanti: il donatore infatti non bisogna andarlo a cercare lontano ma è già molto vicino, a volte già dentro la biblioteca.

Un esempio può essere l’esperienza del Sistema Bibliotecario dei Castelli Romani, che è stato tra i primi a lanciare una bibliocard.

L’idea era legata ai vecchi principi del marketing e la carta, attraverso convenzioni, consentiva al titolare di ottenere sconti in alcuni negozi. Le ricerche condotte dalla Scuola Romana diretta da Coen Cagli per assisterli in un progetto di fundraising, avevano però evidenziato due fattori importanti: per comprare la bibliocard erano tutti andati all’ufficio postale (il funzionario della Pubblica Amministrazione della biblioteca non poteva prendere i soldi in contanti) e quasi nessuno dei titolari usava la carta per ottenere sconti.

fundraising, biblioteche

ph. Tu Tram Phan

“Una persona che va a fare la fila alla posta per dare 5 euro per la tessera della biblioteca più 1,50 per il conto corrente postale, lo fa per avere un vantaggio economico? No, lo fa perché ama la biblioteca”, afferma sorridendo Coen Cagli, “capito questo abbiamo trasformato la carta e l’abbiamo chiamata ‘Io sostengo le biblioteche’. Le abbiamo dato il suo vero nome perché quegli utenti erano già dei donatori. Dopodiché è aumentato il numero dei suoi possessori e aumentare il costo della carta, da cinque a dieci euro, non è stato un problema. In questo modo il Sistema bibliotecario dei Castelli Romani ha un ingresso fisso ogni anno di 30-40 mila euro.”

Fondamentale per la biblioteca è capire quali siano le esigenze della propria comunità e come interagire con essa. Un altro esempio è quello di una biblioteca del Comune di Roma che ha lavorato per coinvolgere la fascia di utenti che più la frequentano ma che meno sono coscienti di far parte di una comunità: gli studenti universitari.

Ragionando su un progetto di fundraising, il personale si è dato da fare per capire come poter migliorare la biblioteca a partire proprio da loro. Incontrandoli è venuto fuori che avevano la necessità di non spendere soldi per mangiare durante la pausa pranzo.

La biblioteca, allora, che disponeva di una stanza non in uso, ha proposto di farla diventare una stanza sociale con tavoli e forni a microonde. Così si è legata la raccolta fondi all’acquisto delle bibliocard per poterla realizzare. Gli studenti hanno acquistato la bibliocard e si sono dati da fare affinché la acquistassero anche altri. Ora vivono meglio le loro ore in biblioteca, si occupano di mantenere in ordine la stanza/cucina, e si sono impegnati per fare qualcosa di cui possono godere tutti.

È questo lo scambio di valore in cui è racchiuso il concetto di fundraising. In una biblioteca che si apre all’esterno, accoglie e propone idee si creano opportunità e, coltivando la partecipazione degli utenti, la raccolta di fondi sembra lo strumento più semplice per migliorare la sua funzione all’interno della comunità.

“Una maggiore capacità di advocacy può nascere solo da una comunità fiorente e unita, in grado di fare lobby e attirare l’attenzione dello Stato”. Afferma Coen Cagli a cui chiediamo quali possano essere le criticità e le resistenze che a volte limitano la capacità delle biblioteche in questo senso, nonostante reperire risorse nel privato sia diventato di vitale importanza.

“Sono diversi gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di questo processo. Alcuni sono di ordine organizzativo e possono essere risolti con un’azione di formazione e sostegno ai progetti di raccolta fondi.

Altri invece sono di carattere culturale e cognitivo e rappresentano forse gli ostacoli maggiori, poiché richiedono un cambiamento critico e un ripensamento della gestione burocratico – amministrativa delle biblioteche e della pubblica amministrazione.

Tra questi, quello più arduo da superare è l’impiego dei “volontari” in biblioteca, poiché vi è l’idea che questi possano marginalizzare il ruolo del bibliotecario professionista e “rubargli” il lavoro.

Questa visione ne accompagna un’altra e cioè che sia sbagliato utilizzare soldi privati per un bene pubblico. Ora, è un dato di fatto che il fundraising non può e non deve sostituire i fondi e l’impegno dello Stato, ma in questo ragionamento è evidente un paradosso: se vogliamo che un bene venga percepito come “pubblico” ci deve essere un processo di “ri-appropriazione” da parte della comunità. Perché questo non sia solo teorico c’è bisogno di un’assunzione di responsabilità e quali strumenti migliori del dono e della partecipazione?”.

Nelle parole di Coen Cagli la biblioteca acquista nuovo significato e nuovo valore, certo da costruire e diffondere, ma che comunque restituisce un barlume di speranza: “Il valore aggiunto che una biblioteca può immettere nel circuito della “communitas” è di tipo sociale, nelle relazioni che stringe con le persone; politico, nella realizzazione della propria mission; culturale, promuovendo un pensiero critico e nuove idee in grado di migliorare il benessere della comunità.

Naturalmente il presupposto essenziale è che anche la comunità partecipi, così da innescare un circolo virtuoso utile per tutti”.
Se le parole disegnano i confini del nostro mondo, oggi abbiamo una visione nuova del nostro spazio, certo l’eco delle parole si esaurisce presto, ma magari qualcuno ascolterà.


Immagine di copertina ph. Maarten van den Heuvel

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