Almanacco > Inediti
13 Dicembre 2018

Tropicalismo e antropofagia: la storia della ‘biblioteca clandestina’ di Roma

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

Nel 2006 un’etichetta musicale indipendente, la Soul Jazz Records con sede a Soho – Londra, pubblica un disco dirompente e ricco di contaminazioni dal titolo: Tropicalia – Brazilian Revolution in Sound. Una raccolta di venti brani che rappresentano la massima espressione del Tropicalismo, un movimento cultural/musicale nato in Brasile negli anni ’60.

Il movimento, fortemente ispirato dalla musica, prendeva spunto e vigore dal Manifesto antropofago di Oswald De Andrade e dal concetto appunto di antropofagia, cioè una sorta di cannibalismo culturale che intendeva “cibarsi” della cultura e della musica di tutte le società e sintetizzare qualcosa di unico, che nessuno aveva ancora mai ascoltato e visto, e così fu.

Il movimento divenne la colonna sonora della protesta artistica contro il regime militare che si instaurò in Brasile il 1° aprile 1964. Fautori della “rivoluzione in sound” furono Gal Costa, Tom Zè, Rita Lee, il gruppo Os Mutantes e naturalmente i due tropicalisti per eccellenza, Gilberto Gil e Caetano Veloso. Questi ultimi due, nel 1968, causa il loro impegno musicale, furono prima imprigionati e poi costretti a un piovoso esilio londinese, dove ogni goccia d’acqua caduta li inzuppava di saudade.

La repressione della dittatura militare verso i tropicalisti nasceva dal fatto che molti artisti si ispiravano a testi di consapevolezza sociale e politica, trasmettendo con la loro musica una disobbedienza civile, colorata e troppo allegra per essere sopportata dai grigi canoni di una giunta militare.

Tra le influenze dei tropicalisti si può sicuramente annoverare Paulo Freire, pedagogista brasiliano conosciuto in tutto il mondo, che nel 1964, dopo il golpe militare, venne anche lui imprigionato e poi costretto a espatriare. La pedagogia di Freire trova le sue fondamenta nel pensiero marxista e nel movimento cattolico della Teologia della liberazione, molto attivo tra gli anni ’60 e 70’ del novecento.

In particolare, il suo pensiero è il manifesto di un’educazione basata sulla dicotomia docente/studente, dove la relazione tra i due termini non è univoca, ma evidenzia come in ogni insegnamento non può che esserci uno scambio reciproco, poiché “non c’è insegnamento senza apprendimento”. Un’idea di formazione rivolta non solo ai bambini, ma anche agli adulti e soprattutto agli oppressi; una teoria destinata all’essere umano nel suo complesso e permeata da riferimenti antropologici, sociali e filosofici. “Io vedo la storia come la vedono i teologi della liberazione (…), secondo me la storia rappresenta un tempo di possibilità e non un determinismo”. Così si esprimeva Paulo Freire e alla storia come tempo di possibilità deve aver pensato Rafael Cardero quando ha maturato l’idea di fondare una biblioteca in un palazzo occupato, un luogo dove pensare e riflettere sul futuro.

Rafael è arrivato in Italia nel 2014 alla soglia dei cinquant’anni, laureato in Sviluppo culturale alla facoltà di pedagogia dell’Università Simon Rodriguez di Caracas. Nella sua vita ‘precedente’ è stato un insegnante di materie dell’audiovisivo in un liceo artistico, mormone e poi seguace dell’islam nella sua corrente sciita, è stata proprio la sua nuova fede ad allontanarlo dall’insegnamento, poiché qualcuno in Venezuela ha pensato che potesse trasformare studenti di arte in terroristi votati alla jihad.

Così si ritrova in Italia a vivere per strada, a dormire nei pressi del Circo Massimo a Roma, finché non si imbatte in una manifestazione per il diritto alla casa e trova un posto nel palazzo INPDAI occupato a Viale delle Province. Qui inizia un’altra storia.

Lo stabile in questione si erge come una torre distopica di cemento e metallo vicino l’università “La Sapienza di Roma”, non ha nulla dei tropici. Il palazzo, che si trova in Viale delle Province 196, era la sede degli uffici dell’Istituto Nazionale Previdenza Dirigenti d’Aziende Industriali, poi assorbito dall’INPS. Nel 2012 viene occupato dai Blocchi Precari Metropolitani e oggi ci vivono 120 famiglie e oltre 50 bambini.

All’esterno è visibile il degrado del luogo, con carcasse di motorini e vecchi elettrodomestici gettati alla rinfusa. Nel cortile d’ingresso si trova l’enorme croce gialla con la scritta “Not here”, l’opera site-specific di Mauro Cuppone, creata per la prima volta per il Maam, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia, in Via Prenestina a Roma e anche questo un posto occupato da diverse famiglie.

La croce gialla è stata pensata e disegnata per essere vista dall’alto, da Google Earth, e ricorda quelle sulle mappe del tesoro. Qui però, invece dei dobloni d’oro ci sono luoghi marginali che, nel pensiero dell’artista, meritano di essere scoperti e vissuti. Un intervento di impegno attraverso l’arte contemporanea dove il “not here” segnala un luogo da non demolire/distruggere messo ben in evidenza per tutti.

Ed è proprio calpestando questa croce gialla che Rafael trova una nuova dimensione di dignità, grazie a uno spazio, seppur piccolo, dove abitare e riprendere possesso delle sue passioni. In primis l’antropologia culturale con specializzazione etnografica, e quale posto migliore come luogo di studio di un palazzo occupato dove si mescola tutto il mondo, e poi i corsi di geofisica alla vicina università. Rafael scrive saggi di filosofia e favole in spagnolo per bambini. Il suo lavoro, al momento, è quello di fare le pulizie a chiamata, così da avere tempo libero e occuparsi di scrittura e ricerca.

E proprio coltivando questo tempo per se che inizia a raccogliere libri, dalle bancarelle per strada o vicino ai cassonetti della spazzatura. Nella sua mente inizia a farsi strada l’idea di costruire una biblioteca, un luogo di aggregazione e cultura all’interno della torre di cemento, per dare nuova linfa ai bambini e agli occupanti del palazzo.

Naturalmente all’inizio viene preso per pazzo, una stanza dei libri in uno stabile occupato dove gli abitanti devono misurarsi ogni giorno con problemi più pressanti. Ma Rafael ha ben chiaro nella mente quello che cerca, non una stanza con dei libri, ma un luogo per creare nuove idee di futuro.

Così, recuperando un vecchio magazzino inizia a posizionare i libri sugli scaffali e “la cosa” prende piede e cresce, grazie anche all’interesse mostrato non solo dai suoi vicini, ma anche dagli altri abitanti del quartiere, che donano libri e dvd.

Nasce e si sviluppa una biblioteca che vive dentro le dinamiche della solidarietà e della partecipazione, un luogo che acquista forma attraverso la necessità di condividere la presenza e il pensiero, un vero posto di aggregazione gestito da volontari e frequentato dagli inquilini dell’occupazione, soprattutto i bambini.

A oggi la biblioteca conta “solo” 500 libri, un patrimonio librario esiguo, ma in questo caso non è la quantità a fare la differenza, ma la costruzione intellettuale che c’è dietro, la simbologia sottesa che ci spiega cosa quella stanza piena di libri è diventata e cioè un luogo di integrazione dove, in un difficile italiano che unisce essere umani provenienti da tutto il mondo, “i libri diventano un contributo alla dignità umana” come spiega lo stesso Rafael.

Il sogno di questo insegnante venezuelano è che la biblioteca possa aprirsi al quartiere e diventare utile non solo per gli occupanti, ma per chiunque abbia voglia di frequentare un posto multiculturale dove conoscersi e dialogare e, con l’eco del poeta Oswald De Andrade continuare a “cibarsi” della cultura di tutte le società per creare, ancora una volta, qualcosa di unico.


Immagine di copertina: Not Here di Mauro Cuppone

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Innovazione sociale

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Per avere innovazione sociale bisogna trasformare la pratica in politica

8 Novembre 2019

Nuove fratture nella contemporaneità: perché la crisi è ambientale, fiscale e migratoria

21 Ottobre 2019

Cosa sono i nuovi centri culturali, l’avanguardia della trasformazione culturale

17 Ottobre 2019