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26 Febbraio 2015

Biolavoro, il corpo al lavoro

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Arriva oggi in libreria da Derive Approdi, Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera di Melinda Cooper e Catherine Waldby con una postfazione di Carlo Flamigni e una prefazione di Angela Balzano (che ha tradotto il saggio) che qui ci racconta della necessità di questo testo e della sua centralità nel dibattito sul’innovazione sociale.

Catherine Waldby, Melinda Cooper, Biolavoro globale

Catherine Waldby, Melinda Cooper, Biolavoro globale

Le innovazioni bio-info-tecnologiche, a partire dagli anni Settanta del XX sec, hanno cambiato le forme riproduttive e produttive della vita umana (e non solo). Cooper e Waldby spiegano in Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera, che i progressi nel campo delle scienze delle vita sono stati sostenuti grazie a precise scelte economico-normative. Molti governi, dagli Stati Uniti fino all’India e alla Cina, hanno visto nelle biotecnologie un’opportunità per aprire mercati inediti e deregolamentare/privatizzare ulteriormente welfare e lavoro.

La Scuola di Chicago, centro nevralgico della ripresa neoliberista, ha aperto questa pista: la liberalizzazione della compra-vendita di organi e fluidi corporei umani, la privatizzazione del sistema sanitario, le sperimentazioni cliniche in medicina rigenerativa dovevano viaggiare di pari passo ai mutamenti sociali del XX sec. (dal femminismo all’ambientalismo) per riuscire a trarne profitto. La bioeconomia si è sviluppata grazie alle scienze che hanno reso possibile scomporre e riconfigurare il corpo umano che, molecolarizzato e regolarizzato, funge oggi da riserva di materiale biologico, grazie al quale brevettare prodotti farmaceutici e tecnologici. In ultima istanza, la bioeconomia si fonda sulle capacità che medicina riproduttiva e rigenerativa, genetica e microbiologia, hanno dimostrato di avere: conservare, produrre e riprodurre la vita in sé. Che si tratti di gameti, embrioni, feti, cellule staminali o cordoni ombelicali, è la potenzialità generativa della vita a produrre plusvalore nei circuiti dell’accumulazione finanziaria. Ma chi fornisce i materiali biologici su cui si fondano le attuali bioscienze (e le relative transazioni economiche)? Chi vende i gameti necessari alla fecondazione assistita? Su chi vengono sperimentati i farmaci che usiamo quotidianamente?

Cooper e Waldby si concentrano sui corpi che sostengono il cosiddetto progresso scientifico. L’innovazione teorico-politica che propongono non è di poco conto: questi corpi rappresentano una nuova forma di manodopera, sempre più precaria ed esposta a rischi di natura biologica. Per questa ragione ho scelto di trasporre Clinical labor come Biolavoro Globale: quello che le autrici delineano è un vero e proprio processo di esternalizzazione delle funzioni riproduttivo-biologiche, su scala transnazionale, basato sul crescente indebitamento di sempre più ampie fasce di popolazione (soprattutto donne, migranti, minoranze). E questo è anche il motivo che mi ha spinta a tradurlo. Molta letteratura bioetica si concentra sui temi di inizio e fine vita, eppure anche le migliori analisi si limitano a trattare dei diritti delle/dei pazienti. Molta teoria politica si dedica allo studio del biocapitalismo cognitivo mettendo al centro il ruolo dei “lavoratori cognitivi”. L’attività di chi mette a disposizione pezzi di corpo rimane una “donazione”, non è riconosciuta come vero e proprio lavoro di bio-innovazione.

In Cooper e Waldby c’è un’attenzione unica per la manodopera riproduttiva, rigenerativa, clinica. È questa manodopera a sostenere l’innovazione ai tempi del neoliberismo e delle bio-info tecnologie. Un esempio potrà aiutare a capire meglio: pensiamo alle cellule Hela, tumorali immortalizzate, fonte di notevoli profitti per molte corporation farmaceutiche, poiché essenziali per il vaccino contro la poliomielite, la clonazione, la mappatura del gene, la fecondazione in vitro. Esse sono state prelevate dal corpo di Henrietta Lacks nel 1951, una donna afro-americana senza redditi fissi e con una famiglia numerosa, ricoverata per un cancro alla cervice uterina. Lo scienziato Otto Gey si rese conto che le cellule della sua cervice uterina erano capaci di riprodursi continuamente anche senza terreno di coltura e le rese disponibili per il commercio, senza chiedere il consenso alla famiglia. Ad oggi, la famiglia della Lacks non ha ricevuto alcun compenso per i profitti derivati dalle sue cellule. Nel 2013 è stato portato a termine e reso pubblico il sequenziamento del DNA, violando la privacy dei familiari (il DNA è condiviso).

Dopo molti dibattiti si è concluso che due dei familiari della Lacks faranno parte di una Commissione scientifica che esaminerà i futuri usi della Hela, ma non si è mai parlato di redistribuzione dei profitti. Non sembra però una donazione quella descritta in questo caso: stando a quanto suggerito da Cooper e Waldby, essa prenderebbe il nome di “innovazione biomedica prodotta dal paziente”.

Allo stesso modo, le donne che producono gli ovociti necessari alla fecondazione assistita sono coinvolte in un processo bio-medico che le modifica ormonalmente e che prevede anche un intervento di prelievo, un processo che rende le loro potenzialità riproduttive fonte di plusvalore. Le madri surrogate mettono a disposizione il loro intero corpo per un anno intero, non solo il loro utero, per la riproduzione di terzi. Difficile pensare che l’atto oblativo, la donazione possa rispondere da sola alla crescente domanda di uteri e gameti proveniente soprattutto dalle/dai cittadine/i medio-abbienti nord-occidentali.

Queste forme di riproduzione bio-tecnologia sembrano assai più simili al lavoro, anche se alcune delle caratteristiche della manodopera clinica la rendono del tutto peculiare. La manodopera clinica non può separarsi dai mezzi con cui lavora, coincidendo essi con il loro stesso corpo; si fa carico di rischi in termini di salute senza alcuna copertura sanitaria pubblica; autogestisce il proprio capitale biologico-genetico e si auto-promuove sui mercati della fertilità e della sperimentazione clinica, spesso in cambio di esigue remunerazioni, o per accedere a cure altrimenti insostenibili (workfare al limite con il cyborgfare, come ho argomentato nella mia introduzione al volume).

Il fatto che in Italia abbondino leggi restrittive in materia è un altro dei motivi che mi ha spinta a tradurre. La legge 40 ha vietato per 10 anni la fecondazione eterologa, ancora oggi vieta la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali. Sul territorio nazionale non possono esistere banche di gameti né di cordone ombelicale. Ciò non vuol dire però che non abbiano luogo transizioni economiche e biotecnologiche. Le banche di gameti e cordoni ombelicali raggiungo le pazienti italiane tramite agenzie di mediazione o tramite semplici siti internet. Le cliniche estere della fertilità offrono pacchetti all inclusive direttamente in lingua italiana (viaggio+albergo+ gameti e trattamenti per fecondazione assistita).

Il caso Italia è emblematico: le norme inadeguate ai tempi hanno determinato uno stallo in ricerca e innovazione, ma hanno anche contribuito ad aumentare le fila dei turisti della fertilità e più in generale della salute. Qui più che mai occorre implementare la conoscenza comune e riaprire il dibattito, per garantire a tutte/i l’accesso al progresso scientifico e alla salute, e al contempo per non contribuire con le nostre aporie e restrizioni  normative all’inasprimento delle catene del biolavoro.


Immagine di copertina: ph. Larm Rmah da Unsplash

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