È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto

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I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


Rendere il mondo più connesso. Fare business rinunciando al male. Erano queste, all’alba degli anni dieci del ventunesimo secolo, le visioni che le piattaforme digitali promettevano di incarnare di fronte ai loro utenti. Almeno per un breve istante, a tutti noi è sembrato che quelle parole fossero vere, che la tecnologia avrebbe potuto cambiare il mondo in meglio.

Sulla punta delle dita sentivamo ancora il brivido della sperimentazione. Costruivamo l’immagine di noi stessi compilando i campi di un profilo Facebook. Scoprivamo quanto fosse difficile, ed esaltante al tempo stesso, condensare, in 140 caratteri, un pensiero che fosse rilevante per noi e per gli altri. Instagram sarebbe arrivato di lì a poco. L’intelligenza artificiale sembrava ancora un orizzonte lontano, una chimera da film di fantascienza.

Negli occhi avevamo le immagini delle primavere arabe. Sidi Bouzid, Kasserine, piazza Tharir. Poi la Libia e la Siria. Prima ancora la rivoluzione verde in Iran. Ce le avevano presentate come le rivoluzioni di YouTube, di Twitter, di Facebook. La tecnologia che diventava motore della storia. Un’immagine – “occidentalista” verrebbe da chiamarla, rovesciando la celebre formula di Edward Said –  che cancellava le condizioni materiali di vita e i rapporti di classe che avevano acceso la miccia di quelle rivoluzioni. Certo, chi stava in piazza usava i social, inutile negarlo. I rivoluzionari usano sempre ciò che hanno a disposizione per provare a rovesciare l’ordine del mondo che li circonda, perché non avrebbero dovuto usare quegli strumenti? Ma l’innesco era diverso. La tecnologia, da sola, non cambia nulla. Il motore è un altro e si chiama conflitto. Solo che noi ce l’eravamo dimenticato. Ci piaceva credere che il cambiamento sarebbe arrivato da un pugno di aziende gestite da giovani “affamati e folli”. Volevamo un’utopia e ci siamo bevuti quella più a buon mercato.

Da allora sono passati dieci anni. La luna di miele con le tecnologie digitali si è interrotta, e nel modo più brusco. Il datagate prima, Cambridge Analytica poi hanno rivelato a chiunque quanto radicale fosse la riprogettazione della nostra vita e della nostra società incorporata nel modello di business delle piattaforme digitali. Il percolare della connettività in un vastissimo numero di oggetti della vita quotidiana ha come obiettivo quello di aumentare la produzione di dati, trasformando ogni aspetto della nostra esistenza in un data point a uso e consumo di processi d’estrazione e accumulo di valore che si sono fatti sempre più aggressivi. L’unica differenza che c’è tra il vasto sistema di sorveglianza digitale messo in piedi dallo stato cinese e il livello dell’estensione del tracciamento dei possessori di smartphone americani è il tipo di burocrazia a cui rispondono. Di stato il primo, aziendale il secondo.

Aziende e governi stringono la nostra vita d’assedio, provando a colonizzarne ogni aspetto per i loro fini. Isolati nelle nostre bolle digitali, coltiviamo ognuno una realtà che non coincide con quella di chi ci sta accanto. Sulla superficie del corpo sociale s’inscrivono nuovi confini, nascono nuove polarizzazioni, non si dà interazione che non sia cannibale. È chi mira a mantenere l’ordine di cose esistente che ne trae il maggior beneficio. Divide et impera, il vecchio motto di chi amministra il potere, si rivela incredibilmente adatto per descrivere le dinamiche di dominio della nostra epoca. Dai a tutti contenuti segmentati in base alle loro preferenze più profonde e avrai un gregge docile da governare. È di questo che ci parlano l’ascesa di Trump, Bolsonaro, Salvini. A questo servono le armate di bot usate per influenzare l’opinione pubblica occupando militarmente, in massa, quello che si è configurato come lo spazio pubblico più rilevante della nostra epoca, quello apertosi sui social network.

La nostra vita di occidentali benestanti appare destinata a un perenne stato di guerra. Perché la guerra, oggi, non è soltanto permanente, è diventata (anche, sempre di più) invisibile. L’invisibilità è la condizione di esistenza del capitalismo digitale e dei suoi strumenti. Nascosti dentro scatole nere, opacizzati da pretese di proprietà intellettuale, resi invisibili da un programma ideologico che mira a occultare i meccanismi di riproduzione sociale, gli algoritmi selezionano, escludono e dividono le persone e le cose, nascosti da una pretesa di oggettività. Viviamo in una nuova era oscura, immersi in un iperoggetto che governa le nostre esistenze sottraendoci il controllo sulle dinamiche che le determinano. Le cose intorno a noi cambiano, mutano forma, si sciolgono per poi ricomporsi in configurazioni inedite che ci viene chiesto di accettare senza poterle mettere in questione, perché gli strumenti per farlo ci vengono negati. Da forza capace di alimentare orizzonti di cambiamento e liberazione, la tecnologia si è trasformata ancora una volta in uno strumento di oppressione.

Ma Breach Festival crede che il futuro non sia scritto. Crede che esistano ancora, nella convulsione che scuote il mondo, spazi di resistenza e interstizi in cui collocarsi per riprogettare la realtà che ci circonda. Ci danno speranza gli scoppi di energia rivoluzionaria che, dalla Francia al Cile, da Hong Kong alla Colombia, dal Libano alla Spagna, squarciano l’oscurità della notte digitale a cui non ci rassegniamo a essere condannati. Mentre la catastrofe ambientale incombe e il fuoco consuma la California, la Siberia, l’Australia e l’Amazzonia le strade diventano, ancora una volta, il social network più radicale. Quello dove le persone si scambiano i saperi più utili e sperimentano le pratiche di resistenza più efficaci. Ma è anche il luogo dove si rompe l’isolamento e ci si scopre vicini, accomunati da legami che si rafforzano nel confronto con il Potere e il suo apparato repressivo. Breach Festival si ispira a quest’energia. Ambisce a intrecciare sguardi e percorsi, a farsi luogo di incontri e scambi, a chiave di decodifica di una realtà che ci riguarda tutte e tutti. Per Breach Festival condividere il sapere teorico è un gesto legato a doppio filo all’elaborazione di tutte quelle pratiche necessarie a riprogettare le interfacce che ci costruiscono come utenti e abitanti di questo mondo.

Perché, oggi come ieri, è sempre il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente a fare più paura. Per l’Europa e per il mondo, nel silenzio delle sale server e lungo le dorsali oceaniche, tra le righe di codice e nelle onde elettromagnetiche è ancora uno spettro ad agitare i sogni di chi opprime.

Note