Guida all’esplorazione collettiva dei futuri per modificare il presente

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Io Interrogativo: “Dopo 21 giorni ti dovresti abituare? Forse lo hai già fatto? La tua quotidianità è svanita? Ma la tua quotidianità era la normalità?”
Io Attivo: “Che fai non leggi più…Hai tutto questo tempo, dovresti proprio farlo!”
II: “Non ce la faccio a leggere, c’è troppo, è tutto estremamente interessante, come si fa a scegliere? O leggo tutto quello che esce o non leggo nulla. Se non riesco a scegliere come posso leggere?”
IA: “Se non sei in grado di leggere, scrivi allora, è più di un mese che vuoi scrivere questo articolo, sbrigati!”
II: “Eh non riesco nemmeno a scrivere, ho talmente tanti stimoli che non riesco a fare sintesi, si mischiano pensieri sul presente, sul passato, sul futuro, lavori, attivismo, idee. Come si fa a scrivere se hai talmente tanti input che tutti gli output risultano incoerenti?”
IA: “Ma te mettiti e basta. Poi, ricorda sempre che sei un privilegiato, devi usare bene questo tempo, devi essere utile, devi servire a qualcosa, a qualcuno. Com’è che avevi detto la volta scorsa, se qualcuno si prendesse cura di almeno un’altra persona oltre sé stesso allora staremmo matematicamente a cavallo!”
II: “E se adesso non riuscissi a prendermi cura completamente nemmeno di me?”
IA: ”Sei in ritardo di tante settimane sulla tabella di marcia che ti eri prefissato, ce la puoi fare!”
II: “Allora se io non riesco, magari però posso stimolare altre persone, magari loro ci riescono meglio?”
IA: “Finalmente!”

Ovviamente non sono nessuno dei due personaggi o forse sono l’essere umano emergente da queste tensioni più tante altre. Parlando con molte persone mi rendo conto che in questo momento siamo accomunati da una certa schizofrenia. Io sicuramente non ne sono escluso, quindi ho voluto iniziare con un dialogo interiore per entrare in empatia, mi sarebbe anche piaciuto riuscire a spiegare qualcosa di complesso con parole semplici, ma è palese che questo breve dialogo non sia nemmeno lontanamente paragonabile ai Metaloghi di Bateson.

Personaggi, e scenari fittizi, attraverso racconti e la condivisione fra esseri umani, hanno da sempre forgiato l’immaginario collettivo, hanno influenzato persone, anche senza sostanza hanno generato azioni, nel mio caso ad esempio, il Marco Polo di Calvino ha avuto molta più influenza di quello in carne ed ossa.

Ma perché parlare di scenari fittizi in un periodo come questo?

Sento spesso parlare di ritorno alla normalità.
Mi viene in mente un racconto zen letto su “Il Dito e la Luna” di Jodorowsky:
“Maestro che cosa è costante?”
“Ciò che è incostante.”
“Perché ciò che è costante è incostante?
“La vita, la vita!”

Condivido questo punto di vista. Se è vero che l’unica costante nel tempo e nello spazio è la mutevolezza, – con le sue scale macro e micro, spesso non percepibili dai nostri sensi – allora il concetto di normalità al quale ci aggrappiamo perde subito di senso.
Cosa era la normalità?

Un contesto dove ciascuno attraverso le proprie azioni e grazie alla mano invisibile del mercato poteva realizzarsi. Una società estrattiva che prelevava, trasformava, vendeva e gettava risorse una volta rese non riutilizzabili. Una serie di legami tra esseri umani che garantivano delle sovrastrutture sociali in grado di minimizzare gli effetti delle leggi di potenza (il ricco che diventa più ricco) attraverso regole morali e burocrazie. Il precariato, le vacanze come unico momento di riconnessione con se stessi, le comunità creative, la politica dei partiti, gli stati nazione, le pensioni.

Forse la normalità non era nulla di tutto questo o era tutto ciò, ognuno di noi ne esperiva solo una parte, il concetto di normalità è mutevole, è cambiato tante volte e continuerà a cambiare. La riflessione sulla normalità apre a due ulteriori riflessioni.

Il tema del cambiamento:

Nel “Punto di Svolta” Fritjof Capra, citando il modello “sfida e risposta” di Toynbee e mostrando uno schema nel quale sono tracciate l’ascesa e il declino delle diverse civiltà del Mediterraneo, ci ricorda che siamo soggetti a pattern ciclici. Una civiltà si sviluppa in sinergia con il proprio contesto, quando questo si modifica troppo velocemente rispetto a quanto la civiltà stessa può fare, allora quest’ultima si indebolirà e verrà sostituita, fisicamente e/o culturalmente.
Con questa consapevolezza potremmo forse ricominciare la nostra quotidianità perduta, ma senza dare per scontato il fatto che la normalità possa non esistere affatto.

Il tema della soggettività:

Quello che noi definiamo normale è solo un’espressione soggettiva delle dinamiche dei sistemi che ci circondano. Con i nostri sensi biologici possiamo esperire solo una piccola parte della totalità di quanto ci accade intorno, stessa cosa vale per i nostri sensi “culturali”. La parabola indiana dell’elefante e dei sei ciechi esprime con semplicità invidiabile questo concetto:

C’erano una volta sei saggi che vivevano insieme in una piccola città.

I sei saggi erano ciechi. Un giorno fu condotto in città un elefante. I sei non avevano mai visto un elefante e volevano conoscerlo, ma come avrebbero potuto?
“Io lo so”, disse il primo saggio , “lo toccheremo.”
“Buona idea”, dissero gli altri ,”così sapremo com’è un elefante.”
I sei andarono dall’elefante.
Il primo gli toccò l’orecchio grande e piatto. Lo sentì muoversi lentamente avanti e indietro. “L’elefante è come un ventaglio”, proclamò.
Il secondo toccò le gambe dell’elefante. “E’ come un albero”, affermò.
“Siete entrambi in errore”, disse il terzo. “L’elefante è simile a una fune”. Egli stava toccando la coda dell’elefante.
Subito dopo il quarto toccò con la mano la punta aguzza della zanna .”L’elefante è come una lancia”, esclamò.
“No, no”, disse il quinto , “è simile ad un’alta muraglia”. Aveva toccato il fianco dell’elefante. Il sesto aveva afferrato la proboscide. “Avete torto”, disse, “l’elefante è come un serpente”.
“No, come una fune”.
“Serpente!”
“Muraglia!”
“Avete torto!” “Ho ragione!”
I sei ciechi per un’ora continuarono a urlare l’uno contro l’altro e non riuscirono a scoprire come fosse fatto un elefante!

Portando questa parabola ai giorni nostri potremmo dire che, per ricostruire solo la forma dell’iperoggetto elefante, non è sufficiente percepirla con i nostri sensi individuali, dovremmo sviluppare delle modalità di dialogo appropriato che ci consentano di integrare altri punti di vista. Per riuscire a percepire oggetti gerarchicamente (uso il termine nella sua accezione sistemica) più complessi di noi, dovremmo provare ad abbandonare i nostri sensi individuali ed aprirci il più possibile ai punti di vista altrui, punti di vista non necessariamente umani e in grado di abbracciare altre scale spaziali e temporali. Vivendo in un mondo altamente interconnesso e globalizzato dovremmo quindi privilegiare un atteggiamento dialogico che ci consenta di vedere il “mondo” da altri punti di vista, provando a ricostruire insieme una soggettività di massa – sempre limitata dai nostri limiti biologici e culturali – ma sicuramente più ampia rispetto a quanto possa essere la nostra soggettività individuale. Dovremmo esplorare modalità di speculazione collettiva o di specollettività.

Questo processo di ricostruzione collettiva non deve appiattire le idee – come spiega Salvatore Iaconesi in un commento a questo articolo -, ma deve implicarne sempre una ridefinizione nel tempo. Dall’accordo sui limiti e l’identità del mondo percepito con un punto di vista collettivo si passerà a nuove scissioni, che potranno convergere nuovamente e generare altre diversificazioni. L’importante è comprendere che questo è un pattern ricorrente e spostare quindi il conflitto che viene generato dall’interpretazione soggettiva su un altro piano.

Che civiltà vorremmo che nascesse dalle ceneri dell’attuale?

Quello che mi ha colpito particolarmente del Covid19 è la caratteristica di manifestarsi anche 2 settimane dopo l’avvenuto contagio. Questo vale sia per l’individuo colpito da tale malattia, che per la società intera che deve rielaborare piani per limitare i danni, trovandosi sempre in ritardo. La retroazione ritardata che si manifesta in questo fenomeno rende il sistema estremamente instabile e imprevedibile.

Questo fattore, difficile da prevedere, è solo uno dei tanti fattori che interagendo costruiranno il nostro futuro. Ce ne sono alcuni che conosciamo e possiamo prevedere, altri che conosciamo e non possiamo prevedere e altri ancora che non conosciamo affatto. Dal momento che prevedere risulta così complicato potremmo provare ad adottare altre strategie. Inoltre le figure che attualmente si arrogano la possibilità di prevedere il futuro per la collettività generano immaginari che possono modificare il presente, di conseguenza centralizzano il potere su loro stessi e sulla propria razionalità limitata soggettiva.

Esplorare collettivamente invece di scegliere, distribuire il potere della creazione di immaginari, creare diversità nelle interpretazioni e nei linguaggi, tutto vincolato però all’unica regola di accettare ed imparare dal punto di vista altrui.
Paradossalmente, credo che in questo momento di distanziamento sociale, qualunque proposta che stimoli il dialogo e la formazione degli individui verso delle abilità collettive di cura, comprensione, progettazione, gestione, sia da sostenere.
Se il cambiamento deve essere sistemico dobbiamo abbandonare i nostri bisogni personali come individui, ma anche come gruppi di individui, nazioni, società.

Dobbiamo confrontarci e smetterla di addossarci colpe a vicenda – come accade tristemente tutti i giorni nel nostro parlamento (il bisogno di popolarità e di essere eletti è troppo influente nelle scelte politiche attuali degli individui) – dobbiamo imparare a dialogare e a risolvere i problemi come collettività umana.

Questa pandemia ci invita a riflettere sulle modalità di convergenza da attuare per risolvere problemi più grandi di tutte le istituzioni attualmente esistenti, modalità che saranno molto utili per affrontare il problema del collasso ecologico alle porte.

Una delle tante proposte possibili

Mi sono chiesto come rendermi utile facendo affidamento sulle mie competenze da progettista, per capire che genere di civiltà vorrei che nascesse da quella attuale. Ho scelto di non progettare nulla, se non un contesto di scambio e di mutuo accrescimento, immaginando il futuro come un processo che nasca dall’attuale e non esclusivamente come un output in grado di manifestarsi in un certo momento. In questo caso il “cosa” si fonde con il “come”.
Mi piacerebbe che nelle nostre pratiche da progettisti si fondessero indissolubilmente:
L’attenzione per l’output, inteso come prodotto, servizio, performance, ecc;
L’attenzione per il processo, ovvero la coerenza valoriale e tecnica con cui un output viene raggiunto;
L’attenzione per la governance, ovvero chi e come gestirà l’output e il processo, si tratta un’entità sostenibile nel tempo? Collettiva? Individuale? Aperta? Chiusa? I suoi principi sono condivisibili per te?

Per quanto riguarda l’output ho scelto degli output altrui che ancora non esistono, ma che sicuramente saranno più ricchi della mia singola visione soggettiva.

Per quanto riguarda il processo ho iniziato a progettare un workshop online, prendendo spunto dallo speculative design e dal near future design, considerando il potere dell’immaginario di futuri possibili come vettore di cambiamento per il presente, reinterpretando culturalmente un altro concetto caro alla cibernetica, il feedforward, ovvero la possibilità di imparare con un ciclo di feedback che invece di arrivare da azioni passate proviene da ipotetiche azioni che si compiranno.
Per quanto riguarda la governance ho deciso di lasciare tutti gli output in Creative Commons, ma di lasciare questo progetto in mano a Extinction Rebellion Italia, movimento al quale sono attualmente molto vicino e che rappresenta per me un grandissimo laboratorio distribuito e aperto di sperimentazione collettiva di futuri.

Qui potrete trovare maggiori informazioni sul workshop che si terrà sabato 23 maggio dalle 10:00.
Nel link ci sono altre riflessioni che complementano l’articolo, quindi se non siete giunti fin qui stremati potete continuare la lettura.

Questo spero che sia solo un primo passo per un progetto ed una riflessione che potrebbe svilupparsi in modalità inaspettate. Nasce come una sperimentazione piccolissima e banale, ma ha dietro tanti ragionamenti, dibattiti e confronti.

Questo progetto è anche un po’ di Valeria, con la quale ho scambiato tanta profondità e lavorato molto su queste tematiche, sviluppate in ultima istanza con il workshop di Cibernetica delle Comunità durante Transluoghi.
Di Oriana e Salvatore che mi hanno portato ad approfondire questi temi attraverso anni di ricerca e disseminazione attraverso il loro centro di ricerca HER.
Del gruppo di ricerca e azione sull’adattamento profondo, con il quale mi sono preparato per l’interruzione dello status quo.
Di CivicWise per la sua multiappartenenza.
Dei compagni e delle compagne di Superfluo per l’affetto che dura da più di 10 anni.
Dello Stato dei Luoghi e l’Alfabeto Pandemico per avermi dato modo di riflettere sulla Specollettività.
Ovviamente di Sebastiano, per le centinaia di ore passate a scambiarci sogni e preoccupazioni e per aver realizzato l’illustrazione.

Note