Almanacco > Inediti
1 Giugno 2016

Christian Prommer: Il jazz come strumento di interpretazione personale

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

Molte delle grandi rivoluzioni musicali, in termini di vera e propria nascita di generi, sono dovute all’influenza della musica popolare africana su quella occidentale in Nordamerica, quando dopo anni di schiavitù i tratti della cultura musicale tradizionale dei nuovi popoli cominciarono ad emergere in posti come il quartiere a luci rosse di New Orleans, città di porto in cui le mistioni tra culture avveniva già da tempo.

Figlio delle canzoni popolari religiose degli afro-americani, il jazz prende forma tra la fine del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo, fondendosi con le influenze musicali europee alla pari di generi come il blues o il ragtime. Prende forma senza però mai assumerne una predefinita e statica, facendosi promotore di una rottura degli schemi che sono spesso accomunati ai generi musicali (e non solo). Le sue due componenti principali: l’improvvisazione e la decontestualizzazione, permettono al jazz di essere sempre al passo con i tempi, influenzato dal posto ed il momento in cui viene scandita la prima nota, dall’umore di chi lo compone, dal calore di ascolta. Quel procedimento sincopato, usato già in precedenza in musica classica da Bach nei corali, conferisce al jazz un aspetto vividamente umano, quasi ad imitare una conversazione tra persone con degli strumenti.

Oggi 1 giugno per la prima volta a Milano, Bugge Wesseltoft e Christian Prommer sul palco del Teatro Franco Parenti per Electropark Exchanges.

Bugge Wesseltoft è l’emblema di una delle miriadi di direzioni prese del jazz, identificata come future-jazz o nu-jazz, ‘genere’ che prende piede quando durante gli anni Ottanta, in pieno fragore elettronico, la musica sintetizzata e meccanica, l’hip-hop o alcune tonalità della trance, entrano nell’orbita del jazz, come era già avvenuto nel caso della disco negli anni Settanta o dell’house poco dopo a Chicago, entrambi generi debitori alla cultura afro-americana. Figlio del chitarrista jazz Erik Wesseltoft, comincia a suonare in un complesso musicale punk da adolescente per poi imparare il piano da autodidatta, sentendo l’urgenza di reinventare il jazz ‘classico’ di cui suo padre era uno degli esponenti. Ancora molto giovane, alla fine degli anni Novanta, il produttore norvegese comincia a girare lungo il globo, allargando i suoi orizzonti artistici e venendo influenzato dalla musica tradizionale europea ed asiatica.

In ‘OK World’, album del 2014 sulla sua propria etichetta Jazzland celebra questi incontri tra culture venendo affiancato dal chitarrista di flamenco Jose Miguel Carmona piuttosto che Khaled Yasmin o Shrikanth Sriram. Emblematico dell’incontro tra jazz ed elettronica è il suo progetto, New Conception Of Jazz, che compie due decadi quest’anno, idea che nasce quando a seguito di concerti avvenivano spontaneamente delle jam sessions con dj di musica elettronica; al progetto partecipano alcuni degli artisti emergenti norvegesi , i quali combinano al pianoforte di Bugge Wesseltoft groove elettronici, diventando uno degli emblemi della scena jazz norvegese, tra le più prolifiche dagli anni Sessanta in poi.

I meriti di Bugge Wesseltoft vanno però oltre a quello di aver aperto la compagine jazztronica del genere alla pari di produttori come Jaga Jazzist o Nils Petter Molvær con il quale suona dal 1981 o di aver collaborato con Laurent Garnier, Henrik Schwartz o Christian Prommer. Arild Andersen descriverà più di una volta come Bugge Wesseltoft abbia avuto il ruolo di maggior catalizzatore dell’evoluzione del jazz e del suo mantenimento, diventando emblema di quanto il jazz sia l’espressione musicale di un evoluzione personale, venendo considerato in primis una grande persona oltre che un pioniere musicale, rompendo quell’aurea mistica che sembra ogni tanto ricoprire di gloria le star musicali.

Tre anni fa si concretizza la collaborazione tra Bugge Wesseltoft e Christian Prommer in occasione di Electropark Festival, la loro prima performance avviene in Italia a Genova, proponendo uno spettacolo all’insegna dell’estemporaneità e della spontaneità sonora, valorizzando i percorsi e la maturazione di entrambi gli artisti lungo queste ultime tre decadi. Segue l’intervista a Christian Prommer, produttore di Monaco con esperienze sia in campo di musica elettronica su grosse etichette del settore come !K7 o Sonar Kollektiv, oscillante tra il ‘techno modernism’ e le tonalità del Blue Note. Noto per più di una decina di progetti in collaborazione con il produttore di acid house Alex Lacher come Acido Domingo & Elvis Paisley e The Ghettoraiders, tra i suoi fiori all’occhiello vi sono le Drumlesson, rivisitazioni in chiave jazz di grandi classici della musica elettronica tra cui Kraftwerk, Josh Wink, Laurent Garnier o Derrick May, quasi a spogliare il nu-jazz o future-jazz della sua componente nu/future reinterpretando ancora una volta il genere per evidenziarne la sua personalissima interpretazione.

jazz

Christian, cominciamo dal tuo primo approccio alla musica, so che a dodici anni hai avuto l’incontro fatale con le percussioni che ha poi determinato il tuo impegno musicale, culminante nelle Drumlesson. Sei stato influenzato da qualcuno nella tua famiglia?

Non ci sono musicisti nella mia famiglia. Mio padre era un inneggiare elettronica e al tempo aveva a che fare con i primi computer. Questo mi permise ad avere tra le mani un Comodore C64, portandomi ai primi passi in campo di musica elettronica quando ero ancora adolescente.

Ti sei poi trasferito a New York per studiare il jazz con leggendo come Joe Morello, Peter Erskine, Joe Zawinul, Airto. In che modo questa esperienza ti ha formato personalmente e come musicista?

Questo viaggio ebbe un enorme impatto sulla mia visione della musica e del mondo in generale. Imparare da questi grandi musicisti mi ha insegnato come le percussioni siano uno strumento e vadano usate musicalmente e non seguendo una particolare tecnica. Inoltre mi aiutò ad ampliare la mia conoscenza dei generi musicali oltre il jazz e l’elettronica.

Una delle tue prime uscite all’inizio di questo secolo è come Trüby Trio, insieme a Rainer, Trüby e Roland Appel, spesso descritto come ‘jazz’n’breaks’, un misto tra breakbeat, jazz ed elettronica. Come ebbe inizio questa collaborazione?

Ci conoscemmo tramite Michael di Compost Records. Al tempo la scena era ancora molto piccola: Compost, Jazzanova, Infacome, Groove Attack e pochi altri dj erano presenti in Germania. Ci esibimmo sullo stesso palco un paio di volte ed invitai i ragazzi in studio per vedere che cosa ne usciva fuori. Così cominciò. Rainer Trüby al tempo era molto collegato alla scena inglese che ruotava intorno a Gilles Peterson, il che portò a tutta quella parte di remix abbastanza velocemente. La musica era maggiormente basata sulla campionatura, quindi la caccia ai vinili di Rainer era una delle maggiori componenti.

Nello stesso periodo del Trüby Trio, sempre insieme a Roland Appel facevi parte del Voom:Voom progetto che annovera anche Peter Kruder dello storico duo tedesco Kruder&Dorfmeister. Che tipo di collegamento c’era tra i due gruppi?

Tutto era collegato al tempo: suonava e viaggiavamo molto insieme. Voom:Voom cominciò come un progetto in studio puramente ludico. Ci divertivamo insieme senza strumenti, tutto doveva essere suonato a 125 bpm, quella era l’unica regola. Ci divertivamo molto e le tracce vennero suonato da così tanti produttori che decidemmo di continuare e comporre un album. Una delle tracce di Voom:Voom venne inclusa tra i DJ Kicks ti Trüby Trio. Il progetto ci influenzò continuamente a vicenda poiché tutte le persone coinvolte erano in continuo contatto tra di loro.

jazz

Ho letto che hai in passato affermato di non essere ‘connesso alla scena’. Questa sensazione era collegata unicamente al panorama della musica elettronica?

E’ qualcosa che mi succede ogni tanto. Si tratta di quel momento in cui ho la necessità di rimettermi alla ricerca di nuova musica e ricollegarmi alle influenze che mi ispirano di solito. In questo modo riesco a mantenermi fresco ed a non cadere in cliché musicali autoreferenziali. C’è fin troppa musica li fuori che merita di essere scoperta.

Drumlesson può essere considerato come il culmine della tua ricerca musicale volta a fondere generi diversi come il jazz e la musica elettronica. Queste rivisitazioni in chiave jazz di grandi classici dell’elettronica sono quasi un vero e proprio ritorno alle fondamenta del genere, fortemente influenzato dalla musica folk africana, la cultura del breakbeat.. Qual’è il modus operandi dietro a queste due uscite?

Il primo CD di Drumlesson fu composto e suonato da un quintetto jazz mentre l’intento del secondo volume era più volto al kraut-rock e jazz-rock. Quello che cerco di ottenere è che ogni CD abbia un’ intenzione sonora diversa. La mia prossima Drumlesson sarà incentrata sulla chambermusic e le percussioni d’orchestra. Lavorerò con l’orchestra della Filarmonica di Monaco. Le tracce scelte riflettono i miei gusti personali e la mia passione per quei pezzi.

In occasione di Electropark Festival a Genova nel 2013 ti sei esibito per la prima volta insieme a Bugge Wesseltoft; in che modo si è poi consolidata questa collaborazione, volta alla mistione tra jazz ed altri generi?

Abbiamo cominciato a suonare insieme tre anni fa a Genova per poi continuare con varie date in Italia ed altre città europee e non. Si tratta del progetto live al quale tengo di più al momento: Bugge è un musicista fantastico e siamo molto connessi. Non ci prefiggiamo una direzione il che rende ogni concerto un unicum. Sul palco portiamo i nostri strumenti elettronici, mescolando suoni e generi. Il segreto è di tenere le nostre orecchie e menti aperte agli stimoli che provengono da altri musicisti. I momenti che passiamo sul palco insieme sono i migliori.

Qualcuno ha detto che il jazz è morto, mal-interpretando l’essenza di improvvisazione e decontestualizzazione del genere, che gli permettono di evolvere continuamente e vivere il tempo in cui viene suonato. In che modo hai intenzione di proseguire la tua sperimentazione musicale?

Per quanto mi riguarda il jazz non è solo una definizione di genere ma un modo di comporre la musica che non morirà mai. Il concetto di ‘niente concetto’ e ‘niente regole’ sarà sempre centrale nello sviluppo di nuovi stili in ambito musicale e della vita in generale. Jazz non è un buon nome perché è spesso usato contro la musica e la creatività spesso dai fan più conservatori del genere. Il jazz deve continuamente cambiare per rimanere vivo.


Oggi  1 giugno per la prima volta a Milano, Bugge Wesseltoft e Christian Prommer sul palco del Teatro Franco Parenti perElectropark Exchanges.

Evento: https://www.facebook.com/events/238894196467119/
Biglietti: http://bit.ly/255hZck

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Innovazione culturale

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Appunti da una residenza d’artista a Pechino: l’incredibile storia di Green Diamond

20 Novembre 2019
scrittura, abruzzese

Formicolii / La fine della scrittura nella polverizzazione dei linguaggi

27 Ottobre 2019

Iconologie del tatuaggio: scritture del corpo e oscillazioni identitarie

8 Ottobre 2019