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23 Giugno 2017

Il capitalismo delle piattaforme e il potere della gratuità

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Un punto di vista forte, critico sulle piattaforme digitali sarebbe claudicante se non affrontasse il tema del gioco, meglio della dimensione ludica della partecipazione ai social network e alla guerriglia mediatica contro gli algoritmi di Facebook.

Certo, appropriarsi degli algoritmi vuol dire conoscerli e saperli usare, forzarli, metterli in crisi al fine di bloccare il flusso ordinato delle informazioni e dei contenuti veicolati dalle piattaforme digitali.

Ma sono sempre tattiche e momenti di conflitto circoscritti, che hanno bisogno di discrezione per essere efficaci. Sono parte, ma non esauriscono il problema di come avviare processi di conflitto e di autorganizzazione.

Il gioco è inoltre parte integrante dell’etica hacker che si è affiancata, senza dunque sostituirla interamente, a quella protestante nel garantire stabilità al capitalismo delle piattaforme.

Sarebbe altresì interessante capire come il gioco, la gratuità entrano in relazione con la renaissance del confucianesimo in Cina o dell’induismo in India. Gli stratosferici investimenti nella ricerca e sviluppo decisi da Pechino sono certo finalizzati al passaggio dal made in China al design in China, ma altrettanto pressante è stato l’impegno del governo cinese nel promuovere i centri culturali su Confucio, all’interno della retorica della Società dell’armonia, dove l’etica hacker è piegata a una politica di potenza e l’attitudine ludica del lavoro lascia il posto al lavoro come mezzo per elevare lo spirito e per far crescere il conto in banca.

Sta di fatto che l’etica del lavoro che emerge dal capitalismo delle piattaforme è sì carica di jouissance, ma vincolata alla produzione di plusvalore relativo.

È un doppio movimento tra l’oltrepassamento dei limiti posti dal regime di accumulazione e la produzione normativa di un nuovo campo dove collocare i comportamenti collettivi e individuali soggetti allo scambio tra la gratuità dell’app e la cessione dei dati personali.

Da una parte, quindi, materia prima del capitalismo delle piattaforme sono anche dati, informazioni, contenuti prodotti nella comunicazione on line. È noto che i Big Data vengono assemblati, elaborati, spacchettati per campagne pubblicitarie personalizzate, ma anche per essere venduti a chi è interessato ad usarli per altri business.

È questo l’altro versante dove la distinzione tra materiale e immateriale, tra virtuale e reale perde la sua capacità di indicare polarità nel modo di produzione.

C’è immateriale, perché il materiale è indispensabile. L’energia, i server, i computer, la localizzazione dei data server definiscono un rapporto dinamico tra imprese e potere politico. Possiamo dire, senza cadere in una indebita sovrapposizione, che sono le stesse dinamiche attinenti gli spazi infrastrutturali e la scalarità interstatale che caratterizza la logistica nel rapporto con gli stati nazionali.

Prendiamo l’energia. Per gestire i Big Data ne serve molta: i computer devono operare a una certa temperatura e devono essere protetti. Da qui la necessità di collegamenti sicuri alle reti elettriche e l’uso congiunto di polizia “ufficiale” e vigilantes.

In questo caso il tema della militarizzazione del territorio torna ad essere rilevante.
Interessante è, a questo proposito, l’autonomia energetica perseguita da Google, attraverso l’uso del solare e del fotovoltaico.

La società di Mountain View ha collocato i suoi data center statunitensi vicino a dighe gestite da privati o ha acquistato lotti estesi di terreno per installarvi pannelli fotovoltaici.

La retorica green di Sergej Brin e Larry Page ha fondamenti molti pragmatici, perché Google non vuol dipendere dagli stati nazionali per avere energia elettrica.

E anche per contenere i costi derivanti dalla quantità di energia necessaria e per le oscillazioni di prezzo del petrolio, carbone e biocarburanti.

capitalismo

Pubblichiamo un estratto da Il capitalismo delle piattaforme (manifestolibri)

A guardia dei data center ci sono vigilantes, polizia, anche se le procedure per il controllo del territorio sono spesso quelle definite dalle imprese. La polizia è un guardiano che risponde all’impresa. Un altro caso di frammentazione della sovranità.

Come è stato evidenziato nel saggio Confine come metodo di Sandro Mezzadra e Brett Nilsen l’implosione della sovranità ha nei confini il suo contesto “naturale”. Ma allo stesso tempo c’è un confine poco esplorato: quello che presidia la separazione tra economia informale e economia formale. È il contesto dove vengono definiti processi di soggettivazione, di sfruttamento e di governance del lavoro vivo nell’economia della Rete.

Il capitalismo delle piattaforme è quindi il lato presentabile del capitalismo predatorio, di quella sempiterna accumulazione originaria che caratterizza il mondo contemporaneo.

Ognuna delle caratteristiche che emergono andrebbe messa in relazione con modelli organizzativi, mission diversificate, varianti nel rap- porto con la dimensione statale, come acutamente sottolinea Giorgio Grappi nel saggio sulla Logistica.

Facebook è infatti cosa diversa da Google, ma ha molto in comune con Twitter, così come Netflix ha poco a vedere con Istagram ma può essere equipa- rato a Amazon. Ma ognuna di queste imprese globali è cosa diversa dai produttori di software per gestire la logistica su scala mondiale.

Di elementi unificanti ce ne sono, ma emergono solo se si parte dall’analisi del lavoro vivo, dai suoi conflitti, dai suoi processi di autovalorizzazione.

Immagine di copertina: ph. Rémi Müller da Unsplash

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