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15 Aprile 2019

L’uomo che cammina: pedinare Antonio Moresco a Milano

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Il 25 ottobre 2018, un giovedì, mi reco in piazza Duomo, a Milano. Lì incontro una ventina di persone a me sconosciute. Per raccontare non posso che mettere in fila i fatti, uno per uno, come in una deposizione di fronte al giudice. Giuro di dire, etc.

L’appuntamento è alle ore 15 di fronte al Museo del Novecento. Unica raccomandazione: scarpe comode e un biglietto dell’ATM a portata di mano. So che per diverse ore cammineremo, senza fermarci. Non sono previste soste, neppure per urinare. Nessuno conosce il tragitto. Sappiamo però che davanti a noi ci sarà Antonio Moresco, lo scrittore di La cipolla, Canti del caos e Lettere a nessuno.

Dovremo seguire Moresco, come se lo stessimo pedinando. Pedinare è una mia vecchia e ricorrente fantasia, ma qui il processo è un po’ diverso. Ci sono due accompagnatori. Uno si mette in testa e l’altro in coda, come due cani pastore che devono badare al gregge, evitando che il gruppo si disperda o si avvicini troppo alla persona pedinata.

Il percorso inizia proprio dentro il Museo del Novecento. Quello a cui stiamo per partecipare è uno spettacolo teatrale, un progetto di Zona K e Danae Festival. Il titolo è L’uomo che cammina.

Ecco, è iniziato. Siamo tutti alle spalle di Moresco, mentre Moresco se ne sta in contemplazione di un famoso quadro, poi di una celebre scultura futurista. Ma è come se Moresco non ci vedesse e non sapesse nulla di noi. Non esistiamo. Moresco indossa la camicia di jeans che porta anche in molte foto. Non c’è nulla nel suo aspetto che sia diverso dalle foto che lo ritraggono. La fedeltà è assoluta. A partire da quello strano setto nasale, sempre in posizione, severo, più osso che pelle.

Per quanto il volto lo vediamo soltanto per brevi tratti e per la maggior parte del tempo di Moresco vediamo solo il corpo di spalle, dritto e verticale, occupato dal compito puramente procedurale del cammino, senza che mai si arresti, se non per brevissime pause. Usciamo dal museo.

Inizia il pedinamento vero e proprio, prima attraverso la calca di piazza Duomo, tra i gruppetti di turisti sotto il sole, inconsapevoli della nostra azione e felici, invasi dalla gioia di essere lì, immanenti alla città e alla piazza, poi ci spostiamo lungo il marciapiede di via Torino, e proseguiamo. Dove stiamo andando? Il biglietto ATM, che ci è stato chiesto di tenere a portata di mano, serve per la metropolitana e per passare dai tornelli senza perdere tempo alle macchinette.

Sbuchiamo da tutt’altra parte del mondo. Milano sud, periferia. Cambio di paesaggio. Niente turisti. Dimentico di dire che da un punto di vista metereologico il 25 ottobre 2018 è stata una giornata inconsueta, irreale: estiva, abbacinante, trasfigurata nei colori, attraversata dal tocco di follia di un favoloso vento di scirocco. Non poteva andare meglio. La marcia è continua, fluida e sempre accompagnata da un interrogativo: dove stiamo andando? Non possiamo che fidarci. Al semaforo un pedone attraversa le strisce. È una donna che avevo già visto in piazza Duomo, mi pare.

Una coincidenza o ci stiamo muovendo dentro un testo, una messa in scena? E questo motivetto anni Cinquanta che arriva da una finestra aperta, è un caso o qualcuno sapeva del nostro passaggio? E che cos’è quest’altra vecchia e funebre canzone inglese, invece, con il verbo to walk nel ritornello che ci capita di sentire, a un tratto, mentre camminiamo in corteo lungo un viale alberato? Realtà e finzione diventano indistinguibili.

Qualunque passante potrebbe essere un attore. Con un po’ di sospensione dell’incredulità, perfino quel bar o la farmacia potrebbero essere parte della scena. È tutta la città, magari, che sta seguendo un copione. Ma più che alimentare una modalità di pensiero infelice e paranoide, il meccanismo di L’uomo che cammina ci spinge a essere attenti e ricettivi.

Dopo strade sempre più deserte, la città finisce, proprio davanti a un pannello bianco reso opaco dall’umidità. Doveva essere l’insegna di un locale notturno. L’insegna è occupata da una parola utilizzata nelle religioni dell’India, un sinonimo di destino.

A questo punto il cammino diventa una vera e propria anabasi. Ora ci ritroviamo in una landa verde, percorsa da qualche sporadico passante in tuta o col cane al guinzaglio. Al fatto che la città possa finire, interrompersi, che esista un al di là, un fuori, non si pensa mai, quando dentro la città ci viviamo e lavoriamo ogni giorno. Le scarpe scricchiolano sopra la terra friabile. Cambiano gli odori. Passiamo prima per una discarica, poi costeggiamo un laghetto paludoso. Non c’è anima viva. Un tronco d’albero, spoglio, grigio e secco, è conficcato come la tibia di un ciclope dentro lo specchio del lago. In realtà ci sono specchi d’acqua su entrambi i lati. Ci passiamo in mezzo percorrendo una striscia di terra ondulata, dove i tronchi sono mal radicati e le chiome si curvano sbilenche verso terra. L’acqua è muta, stagnante, colpita dalla luce del sole che rende i grigi quasi bianchi e certe macchie di verde quasi fluorescenti. C’è pure un materasso e un frigorifero abbandonato. E sacchi neri dell’immondizia, schegge di vetro, un barile di latta che galleggia. Ovunque frantumi di materia varia. Non siamo mai stati così isolati da quando il percorso ha avuto inizio.

Poco fa eravamo confusi tra persone arrivate da ogni parte del mondo per visitare Milano e i suoi negozi, e ora siamo qui, soli, in una palude e tra i rifiuti. Attraverso un boschetto passiamo non lontano da piccoli ripari fatti di cartone e lamiere. È un altro ecosistema. Sono architetture rudimentali, composte di due o tre pareti, usate dai tossici per farsi e probabilmente, quando capita, per dormire. I tossici portano avanti i loro commerci in un clima di assoluta rarefazione. Si sente solo il rumore delle scarpe, le nostre e le loro, che calpestano i comuni detriti del bosco: foglie, ramoscelli, ma in alcuni punti soprattutto scarti, pezzi di plastica e resti di confezioni. Capiscono in un lampo che non rappresentiamo una minaccia e perciò c’ignorano, riportano l’attenzione sui loro affari, apparendo e scomparendo attraverso i cespugli e le fronde macilente degli alberi.

Dopo un po’ di cammino arriviamo in una chiesa. Non ricordo più se siamo passati per il buco di una rete, comunque sia aggiriamo l’edificio ed entriamo. Una dozzina di monaci intonano una laude di fronte a un paio di vecchi seduti sulle panche. Stiamo ripopolando un luogo. I monaci perseverano nel loro rito millenario, come se nulla fosse, forti, tutti d’un pezzo e ancora compassionevoli di fronte all’indifferenza del mondo. Eccoci al gran finale di L’uomo che cammina.

È qui che ha voluto condurci Moresco. Voleva mostrarci l’inossidabile virtù dei monaci, la potenza di un’istituzione che non molla, non cede. Ma non è così. Quando usciamo è quasi il tramonto, lo scirocco soffia e in un parcheggio il vento raggruppa mucchietti di foglie secche con il talento di un giardiniere. È una scena davvero surreale per la precisione con cui le foglie si dispongono sotto le folate di un vento rasoterra.

Moresco continua nella sua strada, mani in tasca, allontanandosi ulteriormente dalla città e l’abitato, dentro una campagna urbana arrossata dal tramonto e via via sempre più buia, cosmica, fino a quando non appare la luna piena, come azionata da un meccanismo teatrale, e lo scrittore accende una torcia. Adesso ascoltiamo la voce impolverata e sottile di Moresco, tra cespugli bassi e scuri, e mentre cammina, senza mai voltarsi e incrociare lo sguardo, racconta delle sue passeggiate, venti o forse trent’anni di marce notturne.

Sono andato avanti così, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, un decennio dopo l’altro. Percorrevo quasi sempre le stesse strade, come i pellerossa seguivano sempre gli stessi sentieri per fermare il tempo. Coglievo senza rendermene conto ogni mutazione che avveniva nel mondo, mentre gli anni passavano e io continuavo a spostarmi dentro la mia immobilità. Cambi di pettinature, di vestiti, di modelli di automobili, fuoristrada, macchinine elettriche, cartelloni pubblicitari prima solo incollati ai muri poi luminosi, rotanti, pieni di ragazze svestite anche in pieno inverno, schiene nude, poi pance nude, merde sui marciapiedi, poi persone che raccoglievano le merde dei loro cani con la mano dentro un sacchetto di plastica trasparente, videocamere sempre più numerose lungo le strade, ragazzi dalla pelle scura che giravano con mazzi capovolti di rose, migrazioni di popoli… 

Il cammino è durato forse più di cinque ore. La ricostruzione fatta da me in questo testo, oltre a descrivere solo una piccola parte dei luoghi e delle circostanze attraversate, è in parte vera e in parte inventata. Non vorrei svelare troppo, infatti, di L’uomo che cammina, lavoro già andato in scena in diverse città italiane, ogni volta con un guida diversa e scelta sul posto.

A distanza di sei mesi, continuo a ripensare a quel 25 ottobre. Non è un moto volontario della memoria, non sono io che in qualche modo mi metto lì a ricordare perché voglio farlo, ma è più una serie di flashback che non cessano d’interferire col presente. È il residuo di uno stato mentale che ha preso forma quel pomeriggio, e non si è ancora spento, anzi, pur decomponendosi e sprofondando piano piano, non se ne va mai del tutto.

Che cos’è L’uomo che cammina, drammaturgia spaziale e regia di Leonardo Delogu e Valerio Sirna di Dom, ispirata all’omonima graphic novel di Jiro Taniguchi e in questa circostanza milanese scritta con la collaborazione di Moresco? È un saggio sulla città, sull’architettura e il cosiddetto «terzo paesaggio»?

È un’altra incarnazione dell’opera di un grande scrittore italiano contemporaneo, che non cessa di articolare un pensiero intorno al proprio tempo e all’eterno, per esempio con quel suo ultimo appello sintetizzato nella formula «insurrezione di specie», così esatto, urgente, pronto all’uso come un perfetto slogan, eppure inascoltato e ignorato? O L’uomo che cammina è un invito alla meditazione? Una vacanza dalla realtà? Un modo di stare in gruppo?

La partecipazione dello spettatore alla messa in scena è così immersa e profonda che diventa complicato dire che cos’è, se non un’esperienza totale, difficilmente dimenticabile e una sorta d’iniziazione a un’altra verità dei luoghi. Niente retorica del degrado o dell’amministrazione efficiente e progressista. Solo camminare e finalmente conoscere.


Immagini di Michela Di Savino

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