Come il Coronavirus sta mettendo a nudo la verità del nostro tempo

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Domenica mattina sono andato in stazione. Volevo vedere con i miei occhi se c’era ancora gente in coda per partire, dopo la fuga in massa della notte prima: niente, in stazione non c’era nessuno e neppure io sono partito; mi è passata accanto una principesca transessuale di mezza età, con la valigia e una borsetta Louis Vuitton, che si guardava intorno, altera e piena di spavento, mentre veniva trasportata dalle scale mobili; il deserto proseguiva nelle sale della libreria Feltrinelli Express e lì ho cominciato, tutto solo, a sfogliare un libro dopo l’altro… pregustando il piacere di asserragliarmi, a causa dell’epidemia e uniformandomi con scrupolo alle precauzioni indicate dalla Presidenza del Consiglio, e quindi di prendermi il tempo per leggere una certa quantità di libri, a partire, per esempio, dal nuovo romanzo di Walter Siti, La natura è innocente, e da un testo uscito per Rizzoli, Promettimi che ti ucciderai, a proposito dell’ondata di suicidi in Germania dopo la fine del Terzo Reich.

Se solo avessi la forza e la corretta preparazione per farlo, mi piacerebbe approfittare del tempo per scrivere un libro. Si tratterebbe di un saggio. Questo saggio eventuale potrebbe prendere spunto da due modesti fatti di cronaca. Anche perché nessuno, tra qualche settimana, ricorderà. È per questo motivo che vorrei scrivere. Da una parte proverei a ricostruire pezzo a pezzo l’evento organizzato dall’artista Elettra Lamborghini, che ha avuto luogo in un centro commerciale, il Porto Allegro 2.0 di Montesilvano in Abruzzo, di fronte a una folla di centinaia di bambini, e di padri e madri, tutti accalcati oltre una transenna per una foto con l’artista, e richiamati all’ordine da un tale che al microfono invitava a prestare attenzione, vista la presenza in Italia di un virus arrivato dalla Cina.

Dall’altra vorrei raccontare la scena e il movente dell’iniziativa del Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre, che ha indetto un pranzo sociale e un’assemblea contro la «psicosi collettiva» e la «normalizzazione della didattica online». Al di là delle ovvie differenze, mi piacerebbe capire le analogie.

Che cosa ha fatto sì che in due soggetti così distanti, la popstar ereditiera e il collettivo di ragazzi di sinistra, si producesse un gesto di equivalente egotismo, e un analogo rifiuto della realtà, della verità empirica consistente nella circolazione di un virus ad elevatissima trasmissibilità che imporrebbe, almeno, di evitare assembramenti? Che cosa hanno in comune questi due soggetti? Qual è la storia di un narcisismo tanto pervasivo e strisciante da aver occupato corpi così diversi, anzi alternativi? Ma io non ho la preparazione per scrutare così a fondo nell’acqua del mio tempo. Quindi ci rinuncio, però vorrei che la memoria di questi due marginali episodi non si perdesse, almeno per ricordare chi siamo stati, le diversità e le corrispondenze tra gli uni e gli altri, le affinità insospettabili tra una bolla e l’altra, chi eravamo o non eravamo, prima di cambiare.

Perché è evidente che siamo cambiati, nel giro di pochi giorni. Non siamo più le stesse persone. E il ricordo di questa trasformazione si accompagnerà per sempre, in me, al piacere straniante di un’aria troppo fresca e pulita, alla cartolina di una città quasi libera dal traffico.

Quando un essere umano saluta, magari con un Ciao dalla gutturale sputazzante, mi accompagna la percezione, vera o falsa che sia, di una quantità dell’altrui saliva che s’insinua dentro un centimetro di cute, e bagna il tessuto connettivo. È l’effetto reale o immaginario di uno dei tanti schizzi che possono slanciarsi da una bocca, quando scambiamo una conversazione o un saluto. A questi schizzi, che sembrano sparati da astute cerbottane nascoste nella faringe, mai in vita mia avevo prestato attenzione. Non so neppure se gli schizzi siano autentici o frutto dell’immaginazione.

Ora, ogni volta che saluto e mi allontano da qualcuno, avverto una fuggevole sensazione di freddo localizzata su una porzione dell’epidermide. È la saliva o il suo fantasma? Così come sento il calore dell’alito di chi mi sta di fronte avanzare nello spazio e raggiungermi. Allora comincio a chiedermi se il virus possa già essere entrato in circolo, poi ci ripenso e mi dico: no, non può succedere a me.

Il virus è la verità. Il virus dice la verità. Il virus strucca e palesa il mondo

«Io discretamente, bene alimentato», scriveva in una lettera dalla prigionia Aldo Moro. Me ne sono ricordato girando la chiave nella toppa di casa. Uno psicologo, che lavora via Skype con pazienti della zona rossa di Lodi e Codogno, mi ha confidato che l’unica letteratura di riferimento, per provare a capire che cosa stiamo sperimentando nella zona rossa, non è tanto quella relativa al post 11 settembre, ma quella raccolta sulle popolazioni dell’area di Chernobyl.

Per quanto possa suonare duro e sgradito, dice, è Chernobyl l’archivio che può fornire qualche indicazione. Ma soprattutto lo psicologo ha aggiunto un’osservazione inattesa: siamo noi il corpo della letteratura, in pieno svolgimento, che verrà analizzata e commentata dagli studiosi del futuro. (Breve storia estratta dal mucchio: un commerciante nel settore beauty era in viaggio verso aereo le Mauritius, voleva festeggiare i suoi sessant’anni ben portati e in salute, con moglie e figlie, ma sono stati rispediti indietro e dopo 72 ore sono tornati a casa, a Milano, e, mi ha detto, hanno pianto, tutti insieme).

Ciò che vorrei dire agli studiosi del futuro è che il virus è la verità. Il virus dice la verità. Il virus strucca e palesa il mondo. Il virus ha rivelato l’importanza vitale di un servizio sanitario pubblico efficiente, pronto, attrezzato, organizzato. Eppure lo avevamo dimenticato. I politici avevano dimenticato. Ci sta mostrando il sudore, la forza, la virtù e la generosità senza paragoni di medici e infermieri: non eravamo più abituati.

Io non lo sapevo più, non avevo più idea che esistessero ancora uomini e donne così. Credevo che non esistessero più, che fossero scomparsi. Digito sulla finestrella i nomi e cognomi, scorro i profili, guardo le loro foto in mascherina e camice. Penso a che cosa potente dev’essere stata la compassione, milioni di anni fa, al tempo dei mammut, quando ancora non si era incarnata in ospedali e apparecchiature mediche, ma era solo la scoperta di un uomo al quale si rivelava il significato di salvare la vita di un altro uomo.

Sta accadendo di nuovo. E il virus ci sta facendo segno per istruirci su chi sono i più deboli: gli anziani, certo, chi vive tra le mura di un carcere, e pure le partite IVA, i precari, chi non ha ammortizzatori sociali e vive nella paura di ritrovarsi per strada. In Italia, in Francia, In Germania, dappertutto. Studiosi del futuro, è questo il virus.

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