Fuori casa: spaesamento, esitazione e ritorno possibile

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Nel racconto per bambini The Disadvantage of Having Two Heads, (L’inconveniente di avere due teste), lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton si sofferma sui tormenti di chi non riesce a decidersi. Avere due teste (qui è un gigante a possederle, ritte sullo stesso collo, l’una di fronte all’altra e sempre intente a battibeccare) è molto più di un ostacolo: è una maledizione.

Lineare, la trama del racconto: un bambino soprannominato Gambette Rosse vede passare dei cavalieri con alti cimieri sulla testa, e incuriosito si unisce a loro. Stanno andando da un vecchio da tutti giudicato un oracolo, per ascoltare i suoi suggerimenti su come raggiungere la bellissima principessa Japonica. Due cammini possibili, la sentenza del vecchio: uno sorvegliato da un gigante con una testa, l’altro da un gigante con due teste.

Unanimi, i cavalieri scelgono la prima opzione. Tutti falliscono, e allora Gambette Rosse si decide: lui invece sfiderà il gigante a due teste. Si trova davanti a un mostro bifronte le cui personalità scisse non fanno che litigare furiosamente tra di loro.
Quel che si poteva presumere essere forza, prospera abbondanza (due anziché uno), è invece del tutto fragilizzato dal dissidio interiore. Con un unico colpo di spada bene assestato, Gambette Rosse uccide il gigante. E quello, già accasciato al suolo, prima di esalare l’ultimo agonizzante respiro, con una delle due teste vomita fuori l’ultimo rigurgito di conflitto: “You are beneath my notice”, una testa dice all’altra testa. “Non sei degna della mia attenzione” – poi muore, simultaneamente alla seconda.

La spada della lucida ragione intende spezzare l’inganno del conflitto mentale, e con il suo fendente Gambette Rosse mostra una via d’uscita silenziatrice delle contraddizioni.

L’unicità del pensiero come solo rimedio a complessità e rovelli, nel lungo termine, ingestibili? Quel che so è che mi sento vicina al gigante, schiacciato dal peso della sua doppia natura, sfiancato dalla perenne incertezza che lo abita, con due voci sempre lì a parlargli in testa – stridule, viene da immaginarle.

Parti, resta, resta, parti. Rimanere all’estero trovando una nuova appartenenza, una diversa forma di fedeltà (più sfumata, e misurata, e silenziosa) al mio passato, alla vita di prima? O invece mettere a tacere ogni dissidio, finalmente accettare di voler tornare indietro, tirare un bel sospiro di sollievo, pacificarsi con la realtà – con il dato che sono qui, ora, in questo luogo straniero dove non ho più desiderio di vivere; e da questa consapevolezza, trarre le conclusioni e l’energia necessari per rientrare.

Presa d’atto che non è condizione sufficiente perché, secondo la traiettoria inversa, un innesto riesca. Spaesamento, insofferenza, esitante curiosità, solitudine: di questo si compone la natura di un trapiantato. Miriadi di istanti che in modo carsico, silenzioso, progressivamente aggregandosi lasciano affiorare la vera natura delle cose, il loro reale spessore. Vita che matura attorno a una radice nuova, tenera, fragile, che resiste ad attecchire.

Eppure dopo un trapianto il terreno è più fertile rispetto a quello su cui la vegetazione nasce e cresce spontaneamente. Poco da fare: altrove, lontano, la fantasia spazia più libera.

Fecondità venata di fratture. Ri-radicarsi altrove genera una duplice distanza, geografica e personale. All’essere lontani fisicamente dal luogo di partenza, si aggiunge un’altra lontananza, più intima, la lontananza da se stessi. Vivendo all’estero ci abituiamo a osservarci da fuori, ed è un cambio di prospettiva che intensifica la nostra vita interiore.

Se il senso di estraneità affina la capacità di guardare, lo stesso accade per la corrispettiva declinazione riflessiva – l’osservarsi. Forte quanto si vuole la nostalgia, ma porta con sé il dono di un maggior respiro, libertà di poter essere come viene spontaneo, senza spettatori invadenti dai quali sentirsi inchiodati a immagini di sé unilaterali, fisse, desuete, quelle stesse che impediscono di volare.

«La perpetua urgenza di una fuga lontano» (Hannah Arendt nella sua biografia di Rahel Varnhagen), «lontano dal luogo in cui mi trovo, così come sono; altrove, da qualche parte dove non vi sarà un solo essere ignobile che mi conosca, dove di conseguenza ogni situazione offre l’opportunità eccezionale di nuove scoperte, dove d’altra parte non vi è più identità conosciuta in anticipo.

La fuga lontano, è tentativo disperato di rinascere […] L’essere umano, non è se stesso che all’estero; nel suo paese, è costretto a rappresentare il suo passato; e quello si modifica, nel presente, in penosa maschera».

Smarcarsi dal prima; rinascere e reinventarsi, se pure con pena e poco respiro data la cappa della nostalgia. Nella novità ed estraneità del paesaggio straniero, per difesa costruire uno scenario interiore impermeabile al mondo. Più leggeri grazie a un oblio indotto (ma quanto liberatorio!), dimenticarsi di sé. Secondo una “disimpersonificazione” che è prologo necessario a comporre, creare, scrivere. E un giorno, magari, tornare.


Pubblichiamo un estratto da Buongiorno mezzanotte, ritorno a casa (Italosvevo edizioni) di Lisa Ginzburg

In copertina particolare della copertina del libro.

Note