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7 dicembre 2017

ll Centro Anziani Cascina San Paolo di Milano è uno dei luoghi attraverso cui noi di cheFare stiamo imparando a conoscere il quartiere Adriano e chi lo vive, nel corso delle attività di Civic Media Art, il progetto editoriale a cielo aperto guidato da Kevin van Braak che fa parte del programma Lacittàintorno di Fondazione Cariplo ed è a cura di cheFare, con il sostegno dell'Ambasciata e Consolato generale dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds.

Adriano, nel Centro dove qualcosa accade

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“Prima ero un altro. Riparavo televisori, giocavo a pallone, ho fatto l’allenatore per quarant’anni. La cosa più bella era stare in mezzo ai ragazzi, questo oggi mi manca”. A parlare è il signor Giusto Mazzer, il presidente del Centro Anziani Cascina San Paolo di Milano. Sono seduto nel suo ufficio, a pochi minuti dall’apertura pomeridiana del centro. Mi spiega le varie attività: “Facciamo l’happy hour, al mattino. Parlando di Caravaggio con un professore, che ora è a fare lezione d’informatica al piano di sopra”. Fa il suo ingresso la cantante Viola, che fra poco entrerà in scena sul pavimento a scacchiera della sala da ballo, dove la palla stroboscopica è illuminata dal sole che entra dalle portefinestre. Parlando di lei e di un altro musicista Giusto Mazzer le fa un complimento: “Siete rimasti i più bravi”. “Dove sono andati tutti gli altri?”, chiedo.

adriano

Della signora di nome Lucia posso dire che da sette anni è la donna del bar, poggia saldamente le mani e le braccia sul bancone. Ogni volta che poso lo sguardo su di lei la colgo nella stessa postura. Nella sua vita precedente, la vita del lavoro, puliva gli uffici e la piscina di un centro sportivo. Della signora di nome Carolina posso dire invece che dall’ingresso, in fondo al corridoio, dove c’è il tavolino che ha allestito a cassa, mi raggiunge fino al bar per chiedermi: “Chi è lei? L’ho vista entrare ma non ha pagato. Ha meno di sessant’anni?”. Anche lei, nella vita precedente, puliva banche e uffici. “Mio marito invece era un lazarùn – mi confessa – Amava il gioco e le donne. Le altre donne”. Di Franco, trent’anni in banca e adesso ogni giorno qui, posso citare l’inizio della storia: “Abbiamo cominciato diciassette anni fa. All’inizio in questi locali si giocava a tombola. Poi abbiamo iniziato a mettere i dischi e ad ascoltarli. Poi abbiamo chiamato le orchestrine. E da allora ci siamo messi a ballare”.

Di un uomo e di una donna, di una coppia che ballando muove i passi dalla sala e si sposta nel cortile, dove non hanno rivali e diventano padroni del quartiere, posso fornirvi un’unica generalità: indossano entrambi dei grandi occhiali da sole. Li indossano all’esterno, ma continuano a tenerli anche in sala, quando seduti ad assistere alla tombolata si tengono mano nella mano. Servono a nascondere non solo gli occhi ma anche i capelli, le braccia, le gambe. Mi fanno capire che il loro è un incontro clandestino, che arrivano da un altro quartiere e che hanno scelto questo centro perché “La gente è simpatica e soprattutto si fa i fatti propri”. Io non riesco a farmi i fatti miei e non faccio altro che cercarli nella sala. Li osservo mentre si siedono in un angolo e seguono il discorso di Franco al microfono, che a un certo punto parlando della prossima gita che faranno, si commuove “Perché quelli erano i posti in cui andavo da bambino”. Franco passa ad illustrare il programma della gita, dice che l’autobus non dovrebbe metterci molto. La donna alza gli occhiali da sole al cielo, l’uomo abbassa gli occhiali da sole sulla sua mano, le dà un leggero colpetto sul dorso della mano, una carezza di comprensione.

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Di un sarto in pensione incontrato al bancone nell’attimo in cui rovescia un bicchiere di caffè posso dire che di occhiali non ne ha uno ma ben due: due occhiali da vista che porta al collo, e le cui due cordicelle si avvinghiano, ingaggiano una battaglia intricata che l’uomo cerca di districare facendo battere più volte le montature colorate sul fazzoletto che spunta dal taschino della giacca. I suoi folti baffi bianchi sembrano commentare l’operazione. Mi ricorda Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin, è in corso una comica di cui sono l’unico spettatore e l’accompagnamento sonoro dell’orchestra di Viola e i Babo’s è “Gondola veneziana”. Quando finalmente l’uomo è riuscito a districare le cordicelle degli occhiali, si racconta: “Mio padre non voleva giocassi in strada a pallone e così a undici anni mi ha portato in una sartoria che c’era vicino casa. Quello è diventato il mio lavoro. Ho vestito anche il dottor Caprotti dell’Esselunga”. La prima volta che ha visto sua moglie, l’ha vista attraverso la vetrina della sua sartoria. E anche la seconda e la terza e la quarta volta. “Ogni giorno passava e si affacciava, pensavo guardasse me quindi un giorno sono uscito e le ho chiesto: Signorina, mi guarda? E lei mi ha risposto: No, facevo anche io la sarta, nella mia città a Gallipoli. Io allora le dissi: Ah, non è italiana lei? Pensavo che Gallipoli fosse in Turchia. Poi ci abbiamo preso anche casa”. Ha chiuso bottega due anni fa. Ricorda ancora gli ultimi due clienti, “Quando gli dissi che sarebbero stati i miei ultimi clienti furono lusingati”. Anche da lui non riesco a distogliere lo sguardo, continuo a voltarmi e ad osservarlo, romanzando il suo ultimo giorno di lavoro. Quel giorno lì, penso, indossava all’unisono i suoi due paia di occhiali, ognuno era fatto su misura per ciascuno dei due abiti sui quali doveva lavorare. A sera, finì entrambi gli abiti nel medesimo istante. Nella bottega ormai buia, l’ultima rimasta aperta sulla strada fino a quell’ora, una strada che la mia mente ambienta nella Londra vittoriana di Ebenezer Scroodge. Ecco il sarto riporre l’ago, il filo, il ditalino. Il gessetto si consuma con l’ultimo segno sui pantaloni e poi evapora fra le sue dita. Spegne la luce, chiude la porta, non rientra più.

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Della lezione di informatica posso raccontare l’analogica lavagna sulla quale il professore ha riprodotto il procedimento per scaricare i file della posta elettronica. Una distesa di persone chine sul computer sono come immobilizzate, ferme nell’attesa che il professore, girando singolarmente di banco in banco, dia il permesso di vita e di mettersi in moto ad ogni allievo, che solo con la sicurezza del maestro sgranchisce la mano sul mouse, inizia a muovere lentamente una freccina bianca sullo schermo e a piccoli passi apri e scarica gli allegati. Passando dietro un uomo leggo il nome del suo allegato “fotopizzata.jpg”. Poi mi siedo accanto a una donna in difficoltà e la aiuto a recuperare la sua password di posta elettronica. Inseriamo quella nuova. Ne scelga una che non può dimenticare, le suggerisco. Digita delle cifre rispondendomi: “Questa è una data che non dimentico”. Riusciamo a riaccedere alla sua posta elettronica e scarichiamo una foto stampata negli anni Ottanta e poi scansionata, i granuli del colore sono un po’ sfocati, di bassa qualità, e ricompongono l’immagine di una giovane donna in sella a un cavallo che sorride all’obiettivo. “Ho vissuto venti anni di felicita, poi tutto è crollato, dopo solo disgrazie. Li ho pagati tutti quegli anni”. Di quel periodo ricorda una vacanza di un mese in Canada, lei, suo marito e altri tre amici, “Fu bellissimo, galoppavamo sulle montagne rocciose, dove c’erano solo laghi e non era passato uomo”. Oggi vive da sola, non ha figli. Tre giorni a settimana li trascorre qui al Centro Anziani: mercoledì frequenta il corso di Belle arti, giovedì lezioni di informatica e venerdì studia inglese. “Abito proprio qui di fronte, devo solo attraversare la strada”. La immagino mentre alle 14:29 osserva dalla finestra di casa il cancello della cascina. Un minuto dopo riaccosta la tenda. Il portone del suo palazzo si apre. Una donna attraversa la strada.

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Di un’atra donna posso dire che non esiste. Si chiama Zelda e associo questo nome inventato a una donna che mi ricorda una pellicola cinematografica, indossa un abito da sera leopardato, capelli bianco carbone e mi fa pensare a una vita da Zelda Fitzgerald. La realtà da cui è tratta la mia fantasia invece è la seguente: “Quando si arriva a una certa età che fai a casa? Stai sulla chaise-longue? Ho lavorato in tintoria, ho fatto la nonna, ora mi prendo i miei spazi. Prima si corre per andare a lavorare, poi per non rimanere sulla chaise-longue”.

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La mia scena preferita del film “La fiammiferaia” di Aki Kaurismaki è quella ambientata in una sala di ballo. L’inquadratura fissa mostra una fila di sedie alla parete, ciascuna sedia è occupata da una donna. A turno arriva un cavaliere che le invita a ballare. Man mano le sedie si svuotano tutte, solo una rimane occupata dalla nostra protagonista. L’inquadratura ci mostra il momento in cui la donna finisce di bere una gazzosa e poi la poggia ai piedi della sua sedia, accanto a una fila di altre bottiglie vuote. Il tango finlandese continua a far volteggiare tutte le coppie di cui lei non fa parte. La donna che incontro io, seduta da sola, non è una fiammiferaia, lavorava in un cravattificio. Suo marito è a casa perché non ama particolarmente frequentare questo posto, così lei una volta a settimana prende l’autobus al pomeriggio, in abito da sera, e ci viene da sola. Seguono alcuni secondi di rocambolesca magia: mi racconta che la fabbrica di cravatte si chiamava “Personalità”, e lo dice mentre Viola suona la canzone di Mina “Personalità”, canzone che mi aveva fatto scoprire mio padre, qualche anno prima che morisse, dicendo che era una delle sue canzoni di gioventù e intonandola, “Possiedi Personalità, una dolce personalità, ridi, guardi, baci, per questo mi hai rubato il cuore”.

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Su un’altra sedia poco più in là è seduta una donna di poche parole. Le dico che assomiglia a una diva del cinema muto. Arrossisce un po’. Leggo alcuni annunci in bacheca: “L’associazione creerà un canale di comunicazione con i soci tramite: WhatUp (smartphone) metodo Broadcast (si ricevono solo le comunicazioni della cascina”, “Sono uno di voi! Ma con 30 anni di esperienza come pedicure curativo”. A fine giornata Giusto Mazzer mi dice: “Sono persone sole. Non sempre hanno figli e non sempre hanno vita facile. Una volta qui dentro, i problemi restano fuori. Anche se arrivi solo, non conosci nessuno, fa nulla. Comincia a sederti e vedrai che qualcosa accade”.


Fotografie di Valerio Millefoglie

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