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4 Marzo 2019

‘Censura subito!!!’, cosa c’è dentro il manifesto di Ian F. Svenonius

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Theodor Adorno è morto nel 1969, quando Ian Svenonius aveva solo un anno di vita. Svenonius in passato è stato un punk della scena hardcore anni ’80 di Washington DC, mentre Adorno amava solo la musica classica.

Eppure l’ex punk americano sembra una reincarnazione dello spirito critico di Adorno. Entrambi condividono lo stesso livore sistemico nei confronti delle industrie culturali del loro tempo. Adorno non avrebbe usato le parole polemiche e sferzanti che usa Ian in questo pamphlet (Censura subito!!! – Not, Nero editions) di cui pubblichiamo un estratto, ma sotto sotto, scorre lo stesso sangue. (Tiziano Bonini)

Abbiamo bisogno della censura. Censura per impedire alla radio di continuare a rigurgitare quel suo vomito ininterrotto.

Censura per la «stampa libera», creatrice di quella visione immaginifica del mondo che è la base intellettuale per lo sterminio di massa.

Censura per i libri: rozzi memoir, scritti da ghostwriter, di politici e celebrità, gente che dovrebbe marcire in carcere anziché stare in giro a tenere conferenze.

Censura per l’industria cinematografica, che sforna puerile apologia imperialista e pornografia pro-tortura.

Censura per l’arte, che col suo speciale statuto di immunità spiega e giustifica questa ideologia degenerata che rende possibile cotanta «libertà».

Tra tutti i sistemi che necessitano di essere soppressi e purgati, è bene cominciare proprio dall’arte. L’arte è il cardine.

All’apparenza insignificante, «la libertà di espressione creativa» è un depistaggio, una copertura, uno stratagemma, un’operazione sotto falsa bandiera.

Sostenere l’inalienabile diritto dell’arte a essere, dire e fare qualsiasi cosa, è un trucchetto ordito dai signori del Capitale che ha implicazioni assurde e insidiose. È così che l’arte – al posto di essere uno scudo, un’arma, un manifesto politico impugnabile dai diseredati senza altre risorse – si è trasformata in una gloriosa fuffa la cui salvaguardia è affidata agli scagnozzi di uno Stato militarizzato.

Sostenuta da straprivilegiati, incoraggiata da debosciati cosmici, che senso ha difendere questa bestia? E cos’è diventata la bestia, a furia di farsela con loro? L’arte non è pura sensualità, né tantomeno è priva di scopi o conseguenze. L’arte sta in trincea, combatte per una visione, in maniera implicita o esplicita. E, soprattutto, l’arte incita alla violenza.

Se lo Stato si comporta come un boss malavitoso, annientando sistematicamente i suoi oppositori (MLK, Malcom X, Mossadeq, Lumumba, Salvador Allende, Che Guevara, Gheddafi, Fred Hampton, Orlando Letelier, Oscar Romero, le suore di El Salvador, cifre mai rivelate in Vietnam, Guatemala, Honduras, Laos, Cambogia, Palestina, Afghanistan, Haiti, Nicaragua, Cuba, Angola, Iraq ecc…), come dobbiamo interpretare il suo paternalistico abbraccio «all’arte»?

Se l’arte «può cambiare il mondo» – e può farlo! – la dottrina della «libertà di espressione» non è forse il modo per confinarla in un gulag teoretico di assoluta impotenza e irrilevanza?

Se il regime si accanisce contro i suoi nemici con tale vigore, come possono gli artisti non rendersi conto che questo potere indiscriminato li ingloba e – affronto finale – declassa la loro opera a vanità da pischelli? Se l’arte «può cambiare il mondo» – e può farlo! – la dottrina della «libertà di espressione» non è forse il modo per confinarla in un gulag teoretico di assoluta impotenza e irrilevanza?

Ci sono sempre stati dittatori, coi loro diktat su cosa fosse o non fosse accettabile nell’arte.

Era un segno di rispetto nei confronti del ruolo dell’arte e dell’artista; era l’ammissione che l’arte avesse una sua importanza, un significato e un potere, in rapporto a una consapevolezza internazionale e a dei sistemi ideologici.

L’arte va oltre leader politici transitori, oltre la contingenza di un momento. Scavalca fluida i confini, senza bisogno di visti o permessi. Funge da elemento di coesione per le generazioni, da totem denso di significato, da ponte tra sfumature di fazioni opposte a beneficio di un’unione più vasta.

L’arte consente alla politica di guardare la luna e non il dito, offre visione, chiarezza e idealismo quando si è lì a lambiccarsi con i dettagli.

È per questo che si tratta di una sostanza pericolosa che ha bisogno di essere regolamentata a ogni costo. Eppure, per quanto rappresenti un pericolo per l’umanità, è anche una fonte di speranza.

Ad esempio, se siamo convinti che il rock ’n’ roll abbia demolito l’URSS e il comunismo – come è sempre più modaiolo sostenere – allora perché non crediamo che il rock ’n’ roll, o una forma d’arte simile, possa demolire il capitalismo, ovvero un sistema ancora più devastato da contraddizioni, malcontento universale e folle diseguaglianza?

L’arte e la cosiddetta «espressività» devono subire la minaccia della censura affinché ci siano i mezzi e la volontà di renderle più forti.

Se l’arte vuole riguadagnarsi il proprio posto nel mondo ha bisogno di sentire lo spettro dei manganelli e dell’oscuramento. Non un oscuramento passivo-aggressivo, come il boicottaggio di mercato che è imposto più o meno a qualsiasi artista.

Quello è soltanto un travestimento codardo, messo in atto dalle classi dominanti, per i divieti ideologici. Si rifiutano di fare condanne esplicite. Ma noi li sfidiamo a dichiarare le loro prese di posizione, i loro pregiudizi e la censura ufficiale sui contenuti dei nostri dischi, dipinti, film, saggi, invece di continuare a ignorarli in questa maniera passivo-aggressiva, semplicemente schivandoli o relegandoli nel pattume di un purgatorio di spiantati.

L’arte oggi è in stato confusionale. È nel caos totale, senza avere alcuna idea del perché esista, dove stia andando, a cosa serva e da dove provenga.

La censura, nell’immediato, le offrirebbe una bussola, un significato, uno scopo, una direzione, restituendole così il suo potere.

Un artista che si dichiari «anticensura», di base, sta sventolando bandiera bianca, sta affermando che il proprio lavoro è insignificante, uno sbuffo, uno scarabocchio, una patacca, un pois.

La musica che passa in radio – pezzi pop, rock, rap o country che promuovono la lotta di classe e celebrano l’idiozia, la sociopatia, l’immorale accumulo di ricchezza, la discriminazione e una demenziale spartizione dei ruoli – rappresenta la voce di Wall Street.

Dentro quella musica ci trovate esemplificati tutti i valori dei broker. A prescindere dal fascino della popstar di turno, il motivo del suo passaggio in radio è quello di reificare i valori di una sadica struttura di potere.

La musica che passa in radio rappresenta la voce di Wall Street

Le élite cercano di programmarvi, ingannarvi, ipnotizzarvi, controllarvi – considerandovi di loro proprietà, considerandovi le loro «puttane» – attraverso quei cantanti progressisti. Censurateli! Fate in modo che non possano più parlarvi!

Lasciate strisciare tutta questa gente verso la fogna da dove è venuta. Al limite possono organizzare un secret show per la convention dei clienti Walmart o di qualche altra ripugnante congrega di papponi che li ha eletti a diventare la voce vacua di un incessante lavaggio del cervello. Ma devono essere espulsi dalle onde radio, dai negozi di dischi, da internet, dal pubblico consumo. Censura per la radio!!!

I videogame e i film creati dall’«industria dell’intrattenimento» devono essere censurati.

Sono virus sguinzagliati dentro le menti di una nazione, ideati per causare una passività violenta e masturbatoria e per generare macchine della morte completamente asservite.

La reazione liberal alla polemica sul fatto che l’ondata di ultraviolenza che si propaga dallo schermo allo sguardo e da lì al cervello possa essere distruttiva risponde alla seguente equazione elementare: «Shakespeare è buono. Le opere di Shakespeare contengono violenza barbara.
Quindi le descrizioni di violenza e brutalità del tutto gratuite non soltanto sono edificanti, ma intrinseche a un’arte realmente potente e parte integrante di una meravigliosa discendenza che risale alla culla della civiltà occidentale, i Greci».

O in alternativa: «Edipo Re era un individuo disturbato che ha ammazzato suo padre, ha scopato sua madre e poi si è accecato.
Perché mai un videogame come Call of Duty, che addestra gli adolescenti a uccidere in maniera efficiente e indiscriminata, dovrebbe essere diverso da una rinomata tragedia greca?».

Gli scribacchini di Hollywood, incapaci di scrivere una storia decente con personaggi intensi, sfornano una violenza iperbolica che ha un effetto sedativo sul cervello.

Sangue che sgorga, conflagrazioni esplosive, nulla ci viene risparmiato in questa smania di fabbricare le immagini e le situazioni più spregevoli.

I produttori sono collusi con i rappresentanti dell’esercito, della marina, della DIA, della CIA. In soldoni: con la feccia dell’universo. Si fanno dare milioni su milioni da queste istituzioni succhiatasse per raccontare storie a loro beneficio.

Censurate Hollywood. Tenete il suo marciume lontano dagli schermi e i suoi tristi gigolò lontani dal red carpet.

Lasciateli ai loro patetici rituali, ai casting coitali in omaggio a Louis Mayer o agli orridi scambi di email, tributo al principino Judd Apatow.

Meritano di essere censurati fino a che non impareranno a fare un film con dei contenuti stimolanti invece di affidarsi a mixtape di vecchi spezzoni utili soltanto a innescare una reazione emotiva.

Censurate i video e i film. Subito! Censura fino alla rieducazione!!!


Immagine di copertina: ph. Tristan Loper / Flickr

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