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Cesare osservava, capiva, carpiva, pubblicava. Un ricordo di Cesare De Michelis

Cesare De Michelis

Sebbene non esattamente inattesa, la notizia della morte di Cesare De Michelis mi ha colpita come un pugno, e lasciata di stucco. Ci sono persone la cui carica vitale è così forte da rendere difficilissimo realizzare che possano avere cessato di vivere. Cesare era una di quelle.

L’ho incontrato poche volte, gli ho parlato al telefono qualche altra. A ogni occasione, percepivo un’attenzione autentica alla mia persona. Nell’ambiente editoriale non è così scontato, la maggior parte della gente pensa alle mie parentele, al mio cognome e bla bla (o bleah bleah). Cesare no. Ognuno era per lui qualcuno. Incideva, credo, su questa sua forma di rispetto profondo per la persona nella sua individualità, la sua cultura protestante. E una conoscenza del mondo, delle sue regole sociali, guardate però con energico spregio e disincanto.

L’ultima volta che l’ho visto, a cena da Emanuela e lui, nella loro casa bellissima, accogliente e senza nulla di sfarzoso o di formale, mi ha aspettato nel buio della strada, una calle di Venzia avvolta dalla notte che era chiara. M’ha presa sottobraccio come fossimo amici da tutta la vita (ed era come fosse così, misteriosamente), mi ha chiesto di me. Tirava vento, un vento tiepido di primavera, le falde del suo impermeabile svolazzavano dietro di noi. Niente pesava in quel momento: non la sua malattia, non le ansie per la casa editrice – erano i mesi di un traghettamento difficile, da lui condotto con un’intelligenza sovrana, abile non perché furba: intelligenza e basta. Niente pesava, ecco. Contava l’accoglienza, far sentire un autore in casa sua. Quando mi chiamò la prima volta, una sera sul finire dell’estate, per dirmi che intendeva pubblicare il mio romanzo Per amore, lì anche non una parola di convenevole. Cesare possedeva un senso del lavoro assoluto, ma senza infingimenti di sorta.

Il disincanto verso le regole del mondo poteva trasformarsi in collera, questo per il poco che ho avuto la fortuna di conoscerlo l’ho percepito. Ma una collera costruttiva. L’amore per i libri, la dedizione a una cultura pensata e attuata come fare il più possibile significativo, erano in lui più forti di qualsiasi orpello collaterale.

Uscirà per la Marsilio un mio libro, Pura invenzione, tra poche settimane, e mi rammarico tanto di non potere festeggiarlo con lui come è stato al telefono. Quella sua voce piena, squillante; e lo sguardo azzurro, limpido, anche allegro. Vorace di capire e di conoscere. Mancheranno molto. Un editore vero, prima di tutto, io credo, dev’essere curioso. Curioso non in maniera famelica, disennata; oculata e ragionata invece. Con una vettorialità che sia doppia, centrifuga come è per la curiosità, centripeta come è per il ragionamento.

Ecco, il rapportarsi di Cesare De Michelis alla cultura (nel senso più umanistico e vasto del termine) era così: scandito da una curiosità riflessiva. Quatto – e coltissimo – Cesare osservava, capiva, carpiva, pubblicava. Sguardi come ce ne sono pochi, così pochi. Sguardi da ricordare sempre.