Ci stiamo forse perdendo qualcosa?

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

image_pdfimage_print

Ciò che rende affascinante interrogarsi sulle città, sulle trasformazioni che le riguardano, sulle pratiche degli abitanti che incessantemente ne riarticolano gli spazi e i significati, è che in esse si esprimono con semplice evidenza i fenomeni più complessi.

Il gioco d’azzardo è uno di questi: la portata degli interessi economici e politici che muove, le sue ricadute sociali, gli impliciti culturali su cui prospera il suo consumo sono aspetti che negli ultimi anni hanno attirato l’attenzione di una crescente letteratura.

D’altra parte, se in passato i principali luoghi dell’offerta di gioco d’azzardo erano i casinò, il cui accesso era strettamente subordinato alla conformità a precise etichette, oggi basta prestare una minima attenzione per rendersi conto di quanto le luci al neon di sale slot e sale bingo, le insegne delle agenzie di scommesse sportive, il marchio di innumerevoli lotterie ed estrazioni numeriche disponibili in tabaccherie, bar ed edicole si susseguano lungo le principali vie di scorrimento delle grandi città con una frequenza che un occhio sensibile alle trasformazioni del paesaggio urbano non può trascurare.

Eppure finora non si è levata alcuna riflessione in proposito. Si ragiona più spesso delle ricadute positive che le attività commerciali possono esercitare sulla qualità e rivitalizzazione degli spazi pubblici, si tornano ad apprezzare le dimensioni minute della bottega, seppur rivisitata nelle sue declinazioni contemporanee, dell’artigianato locale, del cibo di strada.

È l’esito pacificato della critica ai mall, ai grandi centri commerciali, che negli anni Novanta aveva animato il dibattito sulla trasformazione degli spazi del consumo in Italia. Non-lieu, non luoghi, era la celeberrima espressione mutuata dall’antropologo francese Marc Augé con cui si riferiva, tra gli altri, a questi contenitori dell’economia neoliberista, nonostante la ricerca sociale avesse presto evidenziato come anche in tali contesti, apparentemente privi di connotazioni identitarie e vuoti di relazionalità, l’incessante dipanarsi della vita umana producesse significati, non meno che in altri luoghi, seppur in forme diverse.

Era il 1993 e per l’antropologo francese i non-luoghi erano espressione dell’avvento della surmodernità, epoca caratterizzata dall’accelerazione del tempo, dal restringimento dello spazio, dall’individualizzazione dei destini: dinamiche che sono proseguite sino ad oggi, convergendo in quella che lo stesso Augé, quasi dieci anni dopo, ha definito una “antropologia della solitudine”.

Nel frattempo, anche gli spazi della provvisorietà e del consumo, quali sono aeroporti, stazioni, autogrill e centri commerciali, sono entrati a far parte delle nostre abitudini e hanno intessuto un rapporto con le città esistenti, mentre i piccoli esercizi commerciali, prima per la competizione esercitata dagli ipermercati e poi per la crisi, cominciavano ad avvicendarsi freneticamente o a scomparire.

Entro questo scenario, serrande di negozi abbassate da tempo, capannoni dismessi collocati nelle periferie e anche luoghi significativi come cinema e teatri storici dei centri delle città hanno gradualmente lasciato il passo, senza particolari clamori, a sale slot, sale bingo, agenzie per scommesse.

I numeri della diffusione e del consumo di gioco d’azzardo

Secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato relativi al 2014, la rete di vendita del gioco d’azzardo in Italia può contare sui seguenti numeri: 9.935 esercizi in cui è possibile giocare ai cosiddetti “concorsi a pronostico”; 8.156 corners per le scommesse sportive o ippiche e 3.654 negozi esclusivamente dedicati alle scommesse; 33.926 ricevitorie del lotto; 36.540 luoghi dotati di licenza per Superenalotto e affini; 65.303 punti vendita di lotterie e ‘gratta e vinci’; 88.922 esercizi commerciali al cui interno si trovano slot machines, per un totale di 377.471 apparecchi; e poi 4.834 sale completamente dedicate. Non è dato sapere quale sia la consistenza spaziale di questi luoghi: è noto però che a Roma, nelle immediate vicinanze del centro storico, si trova la sala slot considerata più grande d’Europa, di oltre 3.000 metri quadri per 900 postazioni di gioco. Quanto alla spesa che gli italiani sostengono per tale consumo, si parla di quasi 84,5 miliardi di euro nel 2014, che neppure la perdurante crisi economica ha scalfito, a differenza di altre voci di intrattenimento.

gioco

Questo è un aspetto cui la letteratura sociologica ed economica sul gioco d’azzardo presta molta attenzione: nonostante infatti l’ISTAT, nel quadro di Noi Italia, includa la spesa per tale pratica entro la categoria delle “attività ricreative e culturali”, al pari della spesa sostenuta per andare al cinema, a teatro o simili, il gioco d’azzardo configura un mercato anti-ciclico rispetto alle crisi e un consumo atipico: di fatto non si acquista propriamente un servizio; si immette denaro in un circuito chiuso, che agli esercenti garantisce un guadagno percentuale minimo, alla maggioranza dei giocatori procura la dissipazione di denaro a vantaggio della vincita di pochi, e che in definitiva si esaurisce tra il prelievo fiscale dello Stato e gli ingenti ricavi ottenuti dalle grandi società concessionarie che hanno sistematicamente la propria sede legale all’estero.

In questo senso il gioco d’azzardo è stato definito un “moltiplicatore negativo dell’economia”: perché dirotta dall’economia reale cifre che secondo alcune stime si attestano nell’ordine di venti miliardi di euro annui. D’altra parte, in quanto monopolio di Stato, garantisce all’erario una liquidità che nel 2014 ha superato gli otto miliardi di euro, a cui quindi nessun governo rinuncerebbe facilmente, nonostante da più parti si richiami l’attenzione sui costi che la cura del consumo compulsivo di gioco d’azzardo, incluso dalla psichiatria clinica tra i disturbi mentali sin dagli anni Ottanta e più recentemente tra le dipendenze, comporta per la sanità pubblica.

Ma cosa c’entra allora il gioco d’azzardo con le città?

Benché finora completamente trascurato dalla letteratura, l’aumento del consumo e la proliferazione dei luoghi dell’offerta di gioco d’azzardo costituiscono un tema rilevante per le città, per due motivi.
Il primo è suggerito da un recente fatto di cronaca amministrativa: il TAR della Toscana respinge il ricorso di una società contro la mancata concessione della licenza per aprire una sala slot in un quartiere periferico di Firenze, giudicando effettivo il rischio di aggravamento del degrado della zona che ne sarebbe potuto conseguire (“Sale Vlt. Per il Tar Toscana, oltre alle distanze occorre garantire ordine pubblico e sicurezza urbana”, Pressgiochi, 28 ottobre 2015).

Questo è avvenuto nonostante la sala rispettasse i requisiti minimi di distanza da luoghi considerati “sensibili” come scuole, ospedali, parrocchie, che nel corso dell’ultimo anno, in concomitanza con il dibattito politico sulla riforma nazionale dei giochi, molte amministrazioni locali hanno imposto proprio con l’obiettivo di arginare l’offerta di gioco d’azzardo e le sue conseguenze sanitarie e sociali sulle persone e sui territori. Qui tra l’altro si apre un tema interessante anche dal punto di vista dell’analisi delle politiche pubbliche: a livello nazionale, infatti, gli estensori delle proposte di riforma hanno insistito sulla necessità di un quadro di regolamentazione centrale, che facesse decadere le leggi regionali e le misure di contenimento dell’offerta di gioco disposte dai Comuni anche sotto il profilo urbanistico, in totale controtendenza rispetto all’autonomia che tradizionalmente presiede al governo delle città.

Fa poi riflettere che il dispositivo adottato dalle amministrazioni locali per limitare sale slot e affini sia la distanza da scuole, chiese, ospedali, e che ciò sia strenuamente osteggiato a colpi di ricorsi al TAR dall’industria del settore perché – viene osservato – in un paese come l’Italia che di questi luoghi è costellato, imporre 500 metri tra gli uni e gli altri significa di fatto vietare il gioco d’azzardo.
Così, mentre la letteratura tende a privilegiare lo studio dei luoghi e delle ‘buone pratiche’ dell’innovazione, è curioso che siano invece i più tradizionali presidi dello Stato sociale e della vita civica ad opporre una silenziosa resistenza al fenomeno.

gioco

gioco

Negli ultimi anni non sono mancati collettivi, movimenti, associazioni che hanno scelto di mobilitarsi contro il gioco d’azzardo cercando di incidere sui luoghi, per esempio incentivando l’introduzione del divieto di concedere eventuali locali commerciali ad attività legate al gioco d’azzardo nei regolamenti condominiali; oppure valorizzando la scelta di titolari di bar che rinuncino alle slot machines, conferendo loro visibilità attraverso l’organizzazione di colazioni o aperitivi di quartiere. Si tratta però di iniziative spesso limitate a target socio-culturali già sensibili, che dunque scontano il rischio di autoreferenzialità. D’altra parte, proprio perché l’invadenza dell’offerta di azzardo tende a manifestarsi nelle pieghe delle città, laddove servizi e luoghi di incontro sono più carenti, l’attivismo contro il gioco d’azzardo potrebbe diventare un campo d’esercizio per pratiche di innovazione sociale e un banco di prova della loro efficacia nel corrispondere a bisogni e favorire relazioni.

Questa considerazione permette di introdurre il secondo motivo per cui il gioco d’azzardo dovrebbe essere annoverato tra le questioni di interesse per le città, soprattutto in questo tempo di rinnovata attenzione alla dimensione “dal basso” e alle potenzialità che essa esprime in chiave di innovazione sociale.
Il suggerimento in questo caso proviene dal titolo di un’opera di Robert Putnam, noto teorizzatore del concetto stesso di capitale sociale. Si chiamava Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community (2000) e sviluppava più estesamente i contenuti di un saggio del 1995 dal titolo ancor più esplicito, Bowling Alone: American Declining Social Capital (1995). Il senso è chiaro: “giocare da soli” è un fenomeno non estraneo alla disgregazione delle reti civiche e al declino dell’attivismo sociale.

L’immagine descritta dal politologo statunitense, di giocatori all’interno di un casinò, piegati in silenzio sulle slot machines, disinteressati a qualunque minima interazione reciproca, non è diversa da quella constatabile in qualunque sala slot o anche semplicemente negli angoli dei bar dove le macchinette sono collocate, separate per legge dal resto delle attività commerciali, e al riparo dalla vista degli altri avventori. Non è solo denaro ciò che viene perso da queste persone: è anche e soprattutto tempo sociale.

Stime parlano di milioni di giornate all’anno (“Azzardo, 67 milioni di giornate lavorative bruciate ogni anno”, Redattore Sociale, 30 novembre 2013), e ne sottolineano il danno economico correlato. Non esistono invece ricerche che ne indaghino le ricadute ad altri livelli, ma se crediamo veramente che l’attivazione e il coinvolgimento degli abitanti nella cura degli spazi e nelle nuove declinazioni di welfare sia la strada da percorrere per città più vivibili, non possiamo trascurare le dinamiche che la proliferazione del gioco d’azzardo innesca in direzione contraria.

Questo intervento di Elisabetta Capelli fa parte di un serie (qui la presentazione) a cura di Marianna D’Ovidio e Roberta Marzorati sui temi urbani. Uno spazio sviluppato da cheFare in collaborazione con il dottorato UrbEur di Milano.

Note