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27 Ottobre 2017

Musei, “tolleranza” e identità di genere

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La parola “tolleranza” fa orrore alla maggior parte delle persone appena consapevoli della sua valenza paternalistica: dell’assunto implicito, cioè, che qualcuno debba tollerare qualucun altro in virtù di non si sa che cosa. È, francamente, una parola odiosa.

Eppure, esistono musei che fanno riferimento all’atteggiamento della tolleranza, fin dal proprio nome.

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Museo Memoria Y Tolerancia

Il Museum of Tolerance di Los Angeles, costola del Simon Wiesenthal Center, esprime soprattutto una vocazione educativa: racconta dei genocidi del XX secolo facendo leva sulla multimedialità e sul coinvolgimento emotivo. Un exhibit molto noto ai museologi è quello posto all’ingresso. Ci sono due porte, sopra una delle quali sta scritto: non ho pregiudizi; mentre sull’altra: ho pregiudizi. Se il visitatore cerca di entrare da quest’ultima, si accende una spia rossa che dice: entra dall’altra parte. Il messaggio è chiaro. La costruzione del pendant di questo museo a Gerusalemme, a firma di Chyutin Architects (dopo il clamoroso ritiro di Frank Gehry), ha avuto vicende molto controverse, anche perché insiste su un antico cimitero arabo.

Nonostante molti stop-and-go e numerosi appelli, anche con firme illustri, i lavori sono in corso, e il museo dovrebbe essere inaugurato entro la fine dell’anno.

A Los Angeles si parla di genocidi per motivi di etnicità, religione e politica. Come in molti musei della Shoah, si fa riferimento all’uccisione degli omosessuali nei campi di sterminio. Ma in che modo, più in generale, il concetto di “tolleranza” si applica all’identità di genere, nei musei? Ne ha scritto, e molto bene, Richard Sandell (un testo di riferimento è quello da lui curato con Eithne Nightingale: Museums, Equality and Social Justice, del 2012), e sempre più forte è l’attenzone a questo tema a partire dalla scuola di Leicester, dagli studiosi della museologia radicale, dalle molte voci interessate al ruolo dei musei nella società contemporanea.

Quando Mika Aslan, in arte Mikonika Q, lo scorso aprile fa per entrare al Museo Memoria y Tolerancia di Città del Messico, le dicono che non può entrare “vestita così”: vestita, cioè, da drag queen. Glielo ribadisce prima un addetto alla sorveglianza, poi uno dei dipendenti dell’ufficio comunicazione, chiamato a dare man forte. “Ritorna su appuntamento”. E lei, andata a visitare il MYT all’interno del progetto Dragas en la Calle, che promuove visite nei musei della città per combattere il pregiudizio secondo cui alle drag “interessa solo fare festa”, inscena la performance Dragcidio: 15 minuti sdraiata per terra, con un cartello su cui sta scritta una sola parola, appunto tolleranza. Fin troppo facile, per i giornali, parlare di una ricerca di visibilità. Il museo, anche a seguito della notevole attenzione mediatica sulla vicenda, divulga un comunicato stampa in cui afferma che Mika non aveva il biglietto né l’autorizzazione a fare fotografie (ma io ne ho scattate molte e nessuno mi ha detto nulla), e ribadisce la sua posizione aperta, la sua vocazione inclusiva e di contrasto a ogni forma di discriminazione.

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Museo Memoria Y Tolerancia

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Museo Memoria Y Tolerancia

Mi racconta questa vicenda un amico, giovane curatore di una fondazione privata di Città del Messico e conoscente di Mika.

Partecipiamo insieme a un workshop su musei e frontiere, e discutiamo di come il tema, visto dall’interno delle istituzioni, riguardi più spesso barriere immateriali, culturali. Ne discutiamo a cena con altri esponenti del mondo dell’arte contemporanea e dei musei cittadini: molti concordano sul messaggio ambiguo dell’istituzione, un ente privato nato nel 1999 per volontà dell’associazione “Memoria y Tolerancia” e aperto in forma di museo nel 2010 in un edificio di grande qualità progettato ad hoc nel centro della città da Arditti + RDT arquitectos. I miei interlocutori sottolineano il fatto che non si tratti la questione palestinese: aspetto complesso e delicato, che sarebbe sciocco semplificare. Ma prendo mentalmente nota.

Il giorno dopo vado a visitare il museo, e lo trovo molto intelligente. Si parla di Shoah e di genocidio armeno, di Ruanda e di ex-Jugoslavia, di Cambogia, Guatemala e Darfur, sempre in modo articolato, con materiali diversi (oggetti, fotografie, video, exhibit interattivi, molte interviste a sopravvissuti, soprattutto – ma non solo – quelli della Shoah), con visite guidate cui vedo partecipare molti giovani, in una domenica mattina di sole. La mostra sul femminicidio – Feminicidio en México. ¡Ya basta! – centrata sulle storie delle vittime, è claustrofobica, terribile e utilissima, con la sua vocazione di servizio, di chiamata all’azione.

La parte dedicata allo hate speech online è sofisticata e non teme di affrontare temi difficili.

La sezione finale è dedicata alle migrazioni, e pur avendo visto decine di musei che trattano questo tema, trovo qui qualcosa di nuovo, che riesce a sottrarsi allo stereotipo del dualismo muro-ponte, della narrazione biografica individuale (purtroppo talmente risaputa da rischiare l’effetto ridondanza), della dicotomia fra il migrante povero e ignorante e quello geniale, dunque vocato al successo, alla Einstein. Ci sono le voci (camuffate) degli addetti alla frontiera fra Messico e Stati Uniti; c’è il narcotraffico; c’è la metanarrazione degli artisti contemporanei. Ci sono dispositivi interattivi che ti mostrano nella tua natura migrante, ma non sono bambineschi né autoconsolatori (perché se visiti un museo privato, con biglietto di ingresso abbastanza salato, si presume che tu non sia un immigrato clandestino). Ci sono storie difficili di persone di talento che sono emigrate, e ne hanno pagato il prezzo, ma sono riuscite a diventare nonostante tutto quello che in nuce già erano. Il bookshop è ricco, e ha una sezione dedicata a pregiudizi e discriminazioni legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Le attività educative, rivolte a pubblici molto variegati, sono innovative e di ispirazione.

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Museo Memoria Y Tolerancia

Perché, dunque, quello scivolone? Perché un atteggiamento davvero aperto e accogliente – all’ingresso ti vengono letteralmente incontro, quando scoprono che sei una collega si prodigano in domande, fanno di tutto per facilitare la visita di chiunque – si trasforma in un tale boomerang?

Scrivo al museo per chiedere che cosa, a distanza di mesi, abbia imparato da questa storia e che cosa abbiano deciso di farne in termini di policies interne e soprattutto di riflessione, ma nessuno mi risponde.

Perché quell’autogol? Perché nessuno ci aveva pensato, io credo (procedo per ipotesi). Eppure Dragas en la Calle è geniale, e ogni museo dovrebbe essere onorato di ospitarlo, e anzi progettare qualcosa di sensato intorno a quelle dragas appassionate di musei (e intorno ai drag-king, a questo punto). Perché, insomma, non c’è un precedente, ed essere pionieri è difficile: penso anche a Mika, che ho contattato, ma che è spaventata della troppa esposizione, e dunque dice e non dice.

Faccio, però, una riflessione. In quella domenica di sole c’erano molte famiglie con bambini piccoli che scorrazzavano beati, il più delle volte in autonomia, davanti a immagini molto cruente, quasi intollerabili (è il caso di dirlo) anche per gli adulti.

Questo mi ha molto stupito, e progressivamente innervosito: il biglietto è caro, venire qui è una scelta, non è un’occupazione di tempo qualunque, non è come andare al parco. Non c’è un pensiero dietro? Quella bambina di quattro, forse cinque anni che ballonzola da sola davanti allo schermo con immagini di gente che corre urlando a Sarajevo, degli uomini uccisi a bastonate in Ruanda: che cos’hanno nella testa i suoi genitori? E quelli che fanno foto all’impazzata ai figli davanti alla ricostruzione dei treni nazisti, come fossero sul lungomare? Non mi tengo, e chiedo: “Signora, ma non sono troppo piccoli i suoi bambini per vedere da soli immagini così tremende?”. “No, devono imparare come la specie umana è sopravvissuta. Devono imparare che vince il più forte”.

Ecco, scopro dentro di me tutti i pregiudizi di questo mondo (ma portateli in piscina, ma mettete via questi smartphone che vi rimbecilliscono), e molta, molta intolleranza. Questa intolleranza si magnifica quando parlo con la giovane operatrice che, all’uscita, mi propone di fare una valutazione del museo. “Perché lasciate entrare bambini così piccoli?”, chiedo. “Eh, noi lo diciamo che l’ingresso è sconsigliato ai ragazzini sotto una certa età” (mi pare 11 anni), “ma non ci ascoltano”. “E voi non fateli entrare”, dico io, esterrefatta. Forse sarebbe anche quella discriminazione. Eppure.

Esco in quella domenica di sole con tantissime domande: su come ci sarà rimasta Mika, su quanto tutto fosse da lei progettato per avere un po’ di notorietà e se questo importi, sui bambini lasciati da soli da adulti troppo spensiderati, sulla mia intolleranza. Forse, per prove e molti, molti errori, almeno su di me il museo ha suscitato la giusta dose di dubbio.

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