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15 Maggio 2019

Per immaginare nuove città abbiamo bisogno della pianificazione culturale urbana

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Pubblichiamo un estratto dal catalogo di Città come cultura. Processi di sviluppo in occasione dell’incontro al MAXXI di Roma sul ruolo della cultura e lo sviluppo dei territori di venerdì 17 maggio alle 16.30 con Guido Guerzoni, Bertram Niessen, Alfredo Valeri, Francesca Velani, Paolo Verri.

Per chi si occupa di politiche urbane, il concetto di “sistema a rete” articolato intorno a uno o più progetti attivatori di asset culturali richiama alla mente quel paradigma della pianificazione strategica legato principalmente a obiettivi di rigenerazione urbana e/o costruzione di una nuova identità per la città nel suo complesso o per parti di essa.

Si tratta di processi tradizionalmente conseguiti attraverso forme di partnership pubblico-privata gestite in modo più o meno verticistico e che, in tempi recenti, sempre più hanno coinvolto il comparto delle industrie creative.

La letteratura è molto prolifica su questi argomenti e confrontando gli esiti 
di studi condotti a livello internazionale su quelli che possono essere considerati i grandi casi mainstream ma anche su alcune pratiche di scala minore, si evince una significativa trasformazione avvenuta nel corso degli ultimi trent’anni sia nei modelli di bottom-up, che nella rilevanza attribuita
 ai risultati della progettualità culturale in ambito urbano, con un progressivo slittamento di attenzione verso approcci bottom-up e su impatti di natura sociale più che economico-finanziaria (KEA 2006; Nesta 2013).

Altrettanto dirompente è stato il cambiamento nel ruolo assegnato al fattore culturale e creativo e negli ambienti in cui innovazione culturale e inclusione sociale tendono a incontrarsi e riprodursi.

Ai giorni nostri in Italia, come 
in molte realtà occidentali, centri urbani e periferie vedono moltiplicarsi esperienze di innovazione diffusa a base culturale, ognuna con proprie peculiarità ma tutte accomunate dal fatto che nascono e si sostengono grazie a un riuso creativo delle risorse presenti sul territorio. Per comprendere a fondo la portata di uno scenario che vede assegnare una sempre maggior responsabilità alle comunità locali nell’interpretare i contesti territoriali, può essere utile un sintetico excursus storico.

L’evoluzione nella progettualità culturale urbana

In epoca post-industriale, superato il modello fordista delle produzioni
 di massa, della standardizzazione e dei grandi interventi di planning, si è assistito al recupero e alla valorizzazione del patrimonio culturale delle città (nelle sue molteplici forme) e alla comparsa di elementi e processi che si potevano ricondurre a quella che alcuni geografi hanno definito la “città postmoderna” (Amendola 1997; Relph 1987).

In quella fase, la riscoperta dei valori storico-culturali derivava, secondo Ellin (1995), da una sorta di ansiosa e nostalgica ricerca di identità attraverso la riscoperta del passato, comune a buona parte della cultura occidentale.

Ad alimentare quel fenomeno diffuso di “rinascimento culturale urbano” (Evans 2001), d’altra parte, hanno contribuito il modello di competizione territoriale elaborato da Porter (1995), così come gli indici di differenziazione degli stili di vita e l’affermazione della cosiddetta “classe creativa” (Landry 2000; Hall 1998; Florida 2004a, 2004b).

Tutti elementi di una retorica della crescita urbana largamente assorbita dai policy maker e dai soggetti protagonisti delle trasformazioni culturali delle città degli anni Settanta/Novanta del secolo scorso (Stevenson 2004).

A cavallo del nuovo millennio, nelle agende degli amministratori locali ha assunto rilevanza crescente l’espansione di settori legati al tempo libero,
 al turismo e alle filiere produttive creative, comprendenti anche moda, audiovisivo e design, nel tentativo di compensare la perdita di posti di lavoro avvenuta nei settori industriali tradizionali.

Si è quindi progressivamente diffusa e consolidata l’idea che la progettualità culturale urbana potesse rivelarsi un efficace strumento tanto per diversificare il sistema economico della città, quanto per conseguire una maggiore coesione, in particolare nelle zone a più elevata criticità sociale.

Non solo città globali, come Londra, Parigi, New York o Tokyo (Sassen 1997), ma anche centri di minor dimensione, come Liverpool o Bilbao, hanno perseguito obiettivi strategici in chiave competitiva:

  • puntando sulle industrie culturali per specializzare la propria economia nella produzione ed esportazione di beni a elevato contenuto intellettuale/creativo non facilmente riproducibili altrove;
  • realizzando significativi investimenti pubblici in (infra)strutture per l’offerta culturale, nell’ambito di programmi di rigenerazione urbana;
- sviluppando piani di marketing del patrimonio culturale materiale e intangibile allo scopo di attrarre turismo.

Laddove queste politiche culturali sono concepite e/o integrate nell’ambito di un più ampio e complesso processo di policy territoriale – tendenzialmente multisettoriale – si è praticato il cosiddetto cultural planning, fondato 
sull’uso strategico e integrato delle risorse culturali per lo sviluppo urbano e della comunità (Landry 2000; Mercer 1991).

Tra i fattori-chiave per l’implementazione efficace di un simile approccio (Valeri 2011):

  • la costituzione di una solida partnership fra governo locale, privati e terzo settore;
  • la presenza di una classe dirigente pubblica impermeabile agli interessi particolaristici, capace di riscuotere la fiducia dalla società civile e mobilitarne le energie attorno a una visione condivisa del futuro;
  • la capacità dei policy maker di identificare le esigenze della comunità locale di riferimento (attraverso ad esempio forme di consultazione pubblica), traducendole all’interno di piani strategici integrati di medio-lungo periodo, che calibrino gli aspetti culturali con altri ambiti di politica pubblica (economia, società, ambiente, infrastrutture ecc.).

In quest’ottica, la pianificazione culturale urbana appariva come un
 processo negoziato (piuttosto che autoritariamente prescrittivo) orientato alla costruzione e/o al rafforzamento del capitale sociale che, attraverso l’apprendimento collettivo, potesse generare mobilitazione pubblica, cooperazione e identità territoriale nella cittadinanza.

Tuttavia, malgrado 
il carattere sociale e partecipativo, si trattava pur sempre di un processo 
che per far convergere consenso verso obiettivi comuni implicava necessariamente un saldo coordinamento tecnico-amministrativo dall’alto.

Il fattore che ha imposto un mutamento di paradigma (in qualche caso progressivo ma spesso piuttosto netto e traumatico) nelle politiche culturali urbane dell’ultimo quindicennio è stata la contrazione delle risorse disponibili nei bilanci delle amministrazioni centrali e periferiche, con una riduzione sensibile della capacità di investimento pubblico in infrastrutture e talora persino nella spesa corrente.

In Europa e Stati Uniti la crisi finanziaria, con la recessione esplosa nel 2008, ha reso le pratiche di pianificazione culturale urbana legate a grandi progetti sostenuti da flussi di capitali pubblici e privati un mero ricordo del passato, imponendo l’adozione di un diverso modello.

In un simile contesto, il comparto culturale e creativo – costituito soprattutto 
da imprese piccole e piccolissime, più agili nei cambiamenti e con forza lavoro mediamente ben istruita – ha dimostrato una capacità di resilienza e adattamento superiore a quella di altri settori (Valentino 2014).

Innovazione culturale diffusa e reti sociali

Il nostro Paese è oggi terreno fecondo per esperienze di valorizzazione che aggregano risorse locali e stimolano percorsi di innovazione aperta, nei quali l’asset culturale si pone al centro di un sistema dinamico la cui forza propulsiva è costituita dalla costruzione di relazioni fra soggetti portatori di interessi.

Rispetto al passato, questa visione è frutto di un ribaltamento di prospettiva, in cui si riconosce che le dinamiche di sviluppo territoriale nascono dal basso e si fondano su reti e relazioni (più o meno spontanee) fra attori di diversa natura e organizzazioni generate dal tessuto economico locale e dalla società civile.

Compito delle istituzioni pubbliche illuminate è abilitarle e includerle all’interno di framework amministrativi in grado di valorizzarle (piuttosto che disincentivarle).

La trasformazione – tutt’ora in atto – nei dispositivi di governance dei processi di sviluppo locale è sicuramente condizionata dalla maggior consapevolezza dei policy maker circa l’attitudine del fattore culturale ad accrescere in modo significativo l’identità sociale e il senso di appartenenza comunitaria, contribuendo al benessere individuale e della società.

In questo senso, il ruolo svolto dalla cultura nelle politiche urbane si gioca attorno alla creazione di partecipazione, che rappresenta un aspetto cruciale del processo di mediazione e articolazione delle esigenze espresse dalle comunità.

Una progettualità efficace si può realizzare sfruttando la capacità della componente culturale di mobilitare e stimolare il senso di empowerment; il che, come in un circolo virtuoso, a sua volta alimenta la condivisione e il senso di appartenenza di city user e stakeholder alla progettualità in atto.

La dimensione urbana – pur con intensità diverse a seconda che si parli
 delle città metropolitane o dei piccoli centri nei quali il nostro patrimonio è capillarmente diffuso – costituisce un campo privilegiato di applicazione per approcci appartenenti sia al dominio culturale che all’innovazione di welfare.

A livello comunitario è stato coniato il termine city maker (European Union 2016) per identificare quelle “comunità di pratiche” caratterizzate da spiccata capacità di auto-organizzarsi intorno a formule inclusive di sviluppo legate a contesti collaborativi in cui si genera innovazione.

Protagonisti e promotori di queste esperienze sono soggetti ibridi, che sfidano la crisi operando a cavallo fra profit e non profit.

È soprattutto nei nuovi luoghi del lavoro – spazi condivisi come co-working, community hub e fab lab – che si concentrano progettualità sperimentali e ai vantaggi delle economie di prossimità si integrano i benefici delle attività culturali, che favoriscono il cambiamento in quanto generano valori identitari e simbolici (Valeri 2017).

In sostanza, in questo ambiente in cui trovano spazio le imprese creative driven, la cultura si colloca quale componente essenziale dei processi produttivi, di cui riorienta costantemente il funzionamento attraverso la generazione di significato e di senso.

Molti processi di rigenerazione urbana in epoca contemporanea tendono, quindi, a innescarsi a partire dalla progettualità promossa da reti sociali e imprese culturali.

Le nuove formule di abilitazione del protagonismo sociale nella gestione di beni collettivi e nello sviluppo di servizi innovativi finiscono per condizionare anche l’assetto urbano, con diffusi cambi di destinazione d’uso di aree dismesse, iniziative di recupero e riabilitazione funzionale di edifici residuali promossi dal basso da gruppi, associazioni, cooperative e imprese di comunità.

Considerazioni finali

Per concludere, qualche riflessione può essere svolta in merito alla replicabilità e alla sostenibilità dei nuovi modelli di innovazione culturale inclusiva fondati sulla dialettica dell’incontro.

  • Un primo tema riguarda la disponibilità di spazi di applicazione di queste pratiche sperimentali. Le città italiane sono ricche di patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato: è auspicabile che si dia seguito alle iniziative pionieristiche di assegnazione di questi beni comuni a favore di soggetti promotori di una progettualità che abbini la dimensione culturale con quella dell’impatto sociale (Agenzia del Demanio 2015).
  • Un secondo aspetto concerne le possibili forme di sostegno finanziario pubblico e privato indispensabili per affiancare gli operatori già attivi e incentivare coloro che intendono cimentarsi in nuove iniziative. Tra le opzioni disponibili merita una particolare attenzione il civic crowdfunding: uno strumento attraverso il quale la comunità seleziona i progetti d’impatto locale ritenuti più meritevoli, elargendo un libero contributo economico per la loro realizzazione. Le iniziative che attraverso apposite piattaforme online raccolgono i maggiori contributi, possono ottenere ulteriore finanziamento dalle pubbliche amministrazioni (match-funding), avendo dimostrato di essere al centro dell’interesse della cittadinanza (Nesta 2017).

Infine, un accenno a un paio di questioni aperte. La definizione di strumenti utili a ingaggiare le comunità locali e ad attivare meccanismi di cooperazione multi-stakholder in grado di coinvolgere una platea quanto più ampia possibile di attori interessati a sperimentare progettualità e scambiare competenze è un tema complesso, su cui practitioner e policy maker si stanno interrogando (Caroli 2018). Lo stesso sta avvenendo sul campo della valutazione.

È certamente fuorviante porre a confronto iniziative che vedono protagonisti i centri nevralgici della scena culturale e creativa nazionale con quelle che interessano aree periferiche o marginali e, trattandosi di percorsi di sperimentazione in fase per lo più attuativa, è impossibile al momento giudicarne gli esiti. Nel prossimo futuro sarà opportuno impiegare metriche
di valutazione ad hoc.

Oggi, in mancanza di una visione condivisa, è vivace il dibattito in merito agli indicatori da inserire in formule di accountability delle politiche che non si fondino solo su elementi quantitativi ma siano in grado di valutare gli impatti immateriali indotti in primis sulla dimensione sociale.


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Maria Teneva

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