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14 Novembre 2016

L'intervento di Ciccio Mannino al convegno Città d’arte 3.0 tenutosi a Mantova

Le città d’arte come luogo di partecipazione

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Le città sono un complesso palinsesto di cui noi rappresentiamo lo stadio più recente: il loro futuro lo scriveremo noi, in ogni caso. L’arte delle città è un prodotto e un segno di quella complessità, una lente per leggerla e un “luogo” dove affrontarla: un potente strumento per aiutarci a costruire consapevolmente il futuro delle città in un’ottica inclusiva e coesiva, insieme alle loro comunità di riferimento. Le professioni e le imprese della cultura rappresentano un tessuto sociale indispensabile per accompagnare questi processi: una nuova risorsa del welfare italiano. 
Ci viene chiesto di interrogarci su quali domande l’economia della cultura possa aiutarci a porre, e come si possano tentare delle risposte.

«L’Italia, il Paese con il maggior numero di siti UNESCO del mondo, giace dormiente sul suo petrolio principale, che consentirebbe a gran parte della popolazione di vivere di solo turismo».

Ecco, in due righe credo di avere condensato quei capisaldi apparentemente incontrovertibili che nel nostro presente animano non solo i dibattiti più accesi sul futuro del Paese, ma spesso orientano le scelte delle strategie pubbliche alle diverse scale di decisione. È un ragionamento che coinvolge diversi settori del pensiero e delle discipline, da quelle umanistiche alle economiche e sociali. Un pensiero, o una sintesi di pensieri convergenti, che partono dalla domanda “come rendere più ricco il Paese?” e individuano nel quarto mito industriale la risposta: il favoloso, inesauribile e malgestito turismo culturale.

Io credo che la domanda di partenza possa essere tutto sommato giusta, ma che vada appena approfondita. Di quale ricchezza stiamo parlando? È indubbio che l’Italia stia attraversando una profonda crisi sociale, che manifesta sintomi economici ma anche conflitti e contraddizioni umane inquietanti e assai concrete. È altrettanto indubbio che i redditi sono mediamente destinati al ribasso, rimescolando equilibri di classe che sembravano tenere da decenni. Ma è anche vero che a guardare quel famigerato PIL, il Paese è altrettanto mediamente ricco, il che ci porta ad un problema concreto di distribuzione della ricchezza, non tanto alla sua presenza o meno.

Se è alla ricchezza che guardiamo, tentiamo per un momento di descriverla partendo dal suo contrario, o dalla sua conseguenza: dalla povertà. Questo è il Paese della povertà assoluta in crescita, ma anche di povertà che da quella dipendono: la povertà educativa, il calo dei consumi culturali, il crollo della cura di sé, l’inaridirsi delle relazioni sociali, anche quelle che erano frutto di sedimentate pratiche di comunità, solidali e coesive. Queste povertà concorrono e completano la povertà assoluta, e necessitano di interventi di arricchimento specifico, che non è solo reddituale.

Non è un caso che al welfare sociale di cui l’Italia (qui davvero) è Paese guida, portatore di diritti conquistati con le lotte instancabili delle nostre madri e dei nostri padri, si affianca sempre più un pensiero e un pulviscolo di pratiche che concorrono al disegno del welfare culturale, un insieme di attività in continua proliferazione che risponde a bisogni espressi e inespressi, a gruppi sociali abituati ad usufruire dei prodotti culturali ma anche a quelli che lo erano meno o per nulla. Pratiche che animano le città d’arte, ma che si affermano anche ai loro margini, in aree apparentemente carenti di “grandi attrattori culturali”, ma ricche di comunità e di relazioni.

E questo non accade solo perché nei principi dell’Unione Europea sono entrati in maniera preponderante concetti come l’inclusione, la sostenibilità e la coesione sociale, tanto da ispirare a cascata programmi internazionali e bandi di scala assai differente; questo sta succedendo anche perché i tanti nuovi soggetti della progettazione culturale si trovano ad essere al contempo avulsi dalla logica degli ormai tramontati finanziamenti pubblici abbondanti e a pioggia (Bollo, 2013) e eredi di quelle classi mobili che forse erano medie e non lo sono più, o che più probabilmente – dopo anni di sacrifici e privazioni – hanno investito sulla scommessa dei loro figli, desiderosi di riscatto sociale, di nuova professionalizzazione e, perché no, di conquista di quei ruoli fino ad allora appannaggio di soggetti appartenenti a cerchie ristrette e autogeneranti. Un desiderio di riscatto che non elide il rapporto con i propri retaggi ma al contrario li rilegge dentro le produzioni e le pratiche culturali.

Il settore culturale ha subito in questi anni un vero e proprio assalto, nelle forme di nuove organizzazioni che assumono nuovi protagonismi nelle città e nei territori, ribaltando il concetto polveroso di cultura come fatto esclusivo e riservato ai cultori, e immettendo visioni, metodologie, processi e prodotti accessibili, inclusivi, capaci di analisi e ascolto, desiderosi di fare la propria parte anche per chi sta fuori dai canonici luoghi della cultura, seppur spesso partendo proprio da questi.

L’assalto alle barriere, ad esempio: prima quelle architettoniche, poi le economiche, adesso in maniera sempre più chiara quelle sociali e cognitive. Musei che coinvolgono bambini e adolescenti non solo per farli divertire con tecnologie ispirate all’edutainement, ma farli partecipare grazie a pratiche di audience engagement, contrastando di fatto le povertà educative; e allo stesso modo progetti culturali di apertura ai territori, alle periferie, alle marginalità, che rileggono lo spazio urbano uscendo dal centro-centrismo delle città e adottando visioni di cittadinanza diffusa e diritto al riconoscimento di tutti i paesaggi urbani storici esistenti e delle comunità che vi si identificano (Vienna Memorandum, 2005); attenzione per le disabilità, non solo finalizzata ad agevolare l’acquisizione di maggiori informazioni magari prima inaccessibili, ma ad incentivare forme di cittadinanza inclusiva per chi era escluso a causa di patologie o handicap ritenuti incompatibili (Ospedale Sant’Anna di Torino, Museo Civico di Bassano del Grappa); forme di coinvolgimento dei migranti, ritenuti risorse umane nel senso dell’umanità di cui sono spesso portatori, e spesso con propensioni e professionalità che possono arricchire i residenti.

Tutto questo spesso con risorse esigue, con impiego di ingenti dosi di cosiddetto lavoro benevolo, con una profusione di generosità e abnegazione di professionisti, operatori, collaboratori temporanei. Perché lo fanno?

Immagino che la risposta sia da ricercare semplicemente nella considerazione riscontrabile sempre più spesso tra queste organizzazioni, ovvero che i prodotti, le attività e i luoghi della cultura non siano solo oggetto di venerazione o di risolutive economie innovative, ma soprattutto che essi siano percepiti come strumenti di arricchimento umano delle persone e delle comunità, mezzi per tenere insieme, allenare la collaborazione, aiutarci a capire da dove veniamo, quanto è complessa e conflittuale la nostra storia e quanto questo possa essere utile a costruire con consapevolezza il nostro futuro (Dal Pozzolo, 2015). Un ruolo non solo economico, insomma: un modo di creare benessere complessivo, non solo aumento del PIL.

Ma come questo, tutto questo, può contribuire alle economie dei territori? E il turismo culturale, ce lo dimentichiamo?

Il turismo culturale è una realtà, che in alcune aree dell’Italia ha prodotto e produce impatti economici rilevanti. E insieme ad essi la trasformazione anche profonda dei territori, delle città e delle relazioni. Attenzione, niente in contrario a che le società umane si trasformino: ma secondo quale progetto, quale visione, quale idea condivisa? E soprattutto, lungo quali traiettorie di distribuzione dei vantaggi economici prodotti? Sono un po’ le domande che si faceva la Carta di Lanzarote per un turismo sostenibile, che nel 1995 metteva al centro delle politiche di programmazione dei flussi e dei mercati turistici il ruolo delle comunità di riferimento. Ed è quello che invece viene puntualmente è scientificamente ignorato, perché davanti al ruolo salvifico del quarto mito industriale nulla può essere d’impaccio, perché chi si oppone è retrogrado e miope. Che poi sono le argomentazioni che ciclicamente ritornano in voga, come quando l’agricoltura intensiva trasformò paesaggi e prassi agricole italiane, così come fece poi il petrolchimico (“meglio il tumore che la disoccupazione”), seguito poi dal turismo generalista (e oggi la cementificazione delle coste e la desertificazione dei terreni di prossimità ci raccontano quella storia). Essere nemici del progresso? No, costruirlo in chiave sostenibile.

E ricordarsi che, per tornare al welfare culturale, non tutto ciò che serve ha un mercato. Perché il mondo in espansione delle attività culturali ad impatto sociale spesso sfugge alle dinamiche della domanda e dell’offerta, rivolgendosi e intercettando più a “partecipanti” che a “clienti”. Ma allora, chi deve sostenere i costi di produzione di questo settore? Perché, per tornare alla domanda di prima, tanta gente (ma davvero tanta) si sbraccia ogni giorno per seminare progetti culturali di media o lunga durata, cercandone di prefissare e coltivare con cura e pazienza obiettivi e impatti?
Io credo che l’economia della cultura possa aiutarci a fare un passo in avanti. E non solo verso il disvelamento delle dinamiche delle Industrie Culturali e Creative, evidente nuova realtà economica in altrettanto evidente crescita, con i loro 89,7 miliardi di euro di valore aggiunto o il loro milione e 492 mila addetti (Symbola, 2016): quelle dinamiche sono una novità importante, ma che non rappresentano tutto il perimetro della produzione di valore del settore culturale. Soprattutto quando parti consistenti di questo settore si rivelano essere vero e proprio welfare culturale integrativo e spesso sostitutivo (Bollo, 2016), che ricopre ruoli lasciati scoperti dallo Stato e spesso in condizioni di assenza del mercato, che non vi ravvede elementi per investire e progettare forme di business, ancorché sociale.

Allora, cosa possono fare le scienze economiche quando si occupano di cultura?
1. Dialogare: è necessario che esse ascoltino e si facciano ascoltare dalle discipline affini al settore, con cui è necessario rompere le diffidenze (incompatibilità tra i mondi dell’economia e della cultura), chiarendo la distinzione tra economisti e economicisti e evidenziando quanto le dinamiche economiche siano umane e quindi non estranee a nessuno dei settori dell’umanità.
2. Perimetrare: se il welfare culturale sostitutivo è una realtà, esso va compreso, nel suo dato qualitativo e in quello quantitativo, mappando, ascoltando, osservando le organizzazioni che lo fanno tutti i giorni e le loro relazioni (tra loro, con i pubblici, con le istituzioni). Una mappa affidabile in tal senso non esiste ancora.
3. Indirizzare: Individuare obiettivi e impatti possibili è necessario per cominciare ad uscire dall’episodicità, dalla frammentazione delle metodologie, dalla inefficacia delle azioni su tempi medio-lunghi. Definire set di indicatori di impatto condivisi diventa una priorità, e uno scenario con cui le organizzazioni dovranno necessariamente confrontarsi, pena il persistere di metodologie progettuali autoreferenziali o peggio ancora finalizzate esclusivamente ad obiettivi di correttezza formale delle rendicontazioni economico-finanziarie.
4. Aiutare nella rinegoziazione: se sarà possibile consolidare il ruolo delle organizzazioni culturali che producono impatti sociali, sarà altresì necessario rivedere il ruolo coesivo che esse svolgono nel sistema italiano del welfare pubblico. Ciò significherà anche rivedere i sistemi di sostegno a tali organizzazioni, dalla disponibilità nei bilanci dello Stato, dei Ministeri e degli Enti Locali di risorse economiche erogate in presenza di impatti riscontrabili e valutabili (come sta facendo il bando Conibambini.org per il contrasto alle povertà educative), alla riduzione della pressione fiscale (incredibile che le norme vigenti equiparino una non profit ad un’impresa, anche quando essa non distribuisce utili, solo perché agisce verso terzi che non sono i suoi soci: e verso chi dovrebbe agire?), fino alla revisione del cuneo fiscale per i lavoratori del settore (a cui va garantito il pieno riconoscimento della dignità professionale, cosa che spesso sfugge per la contrazione estrema delle economie del settore o per l’assenza del coraggio a rivedere gli schemi delle professioni allargandoli alle nuove realtà) e del sistema concessorio dei beni da gestire e valorizzare (per uscire definitivamente da bandi farsa che assegnano alle non profit beni predefiniti i cui costi di recupero sono tutti a carico delle organizzazioni). Un primo sforzo è in corso con la Proposta di Legge C. 2950 sulle imprese culturali, ma il Terzo Settore (e la sua Riforma in atto) come dialogano con queste organizzazioni?

L’economia della cultura, in compagnia delle altre discipline, ci aiuti a capire perché è tanto difficile innestare nella costruzione delle visioni e delle strategie di Stati e Unioni (e quindi nel disegno dei loro budget) l’evidenza che le pratiche e le produzioni culturali possono avere un ruolo determinante nel benessere dei singoli e delle comunità, molto al di là e molto di più che come un atto individuale di godimento esperto e erudito. E che esse non sono solo un fattore di moltiplicazione del PIL, ma possono moltiplicare invece valori come la consapevolezza, la partecipazione, l’accoglienza, la coesione. Insomma, che esse possono essere un assai potente strumento di produzione di capitale sociale. Proviamo a scommetterci su?

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