5 proposte per costruire le città dopo il Coronavirus

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L’attuale emergenza ci costringe a ripensare completamente le nostre città e il modo in cui ne percepiamo spazi e funzioni. Nel giro di poche settimane si sono avviati processi di cambiamento, se non irreversibili, almeno destinati a durare sul medio-lungo periodo, che ci costringono a guardare con nuovi occhi ai dibattiti e alle parole d’ordine del recente passato.

È inutile girarci attorno: anni di dibattiti sulla resilienza nelle città non sono serviti a niente. Al primo shock sistemico del nostro tempo, ovvero la prima emergenza che ha colpito indistintamente tutto il mondo, nessuna città è stata in grado di opporre un piano, una strategia, una serie di misure preparate da tempo per gestire l’imprevisto prevedibile. Le poche megalopoli capaci di strutturare una risposta coerente e coordinata hanno avuto bisogno di un forte intervento dello Stato centrale per attrezzare interventi in grado di limitare i danni (con l’eccezione della città-stato di Singapore dove le dimensioni statuale e urbana coincidono).

Che lezione trarre da questo? Le città hanno dimostrato quanto lo sviluppo di una nuova generazione di strategie di resilienza, in primo luogo sociale poi economica e ambientale, sia indifferibile e necessiti di un coinvolgimento attivo della cittadinanza. Non si tratta di una questione di governance, ma di sopravvivenza. Non si tratta di reclamare un ritorno alle città di prima ma di costruire in maniera collaborativa forme nuove di vivere urbano, che incorporino regole e soluzioni emerse dall’attuale stato emergenziale e le rendano elementi di base di nuovi stili di vita. Stili di vita che non è detto siano necessariamente peggiori rispetto a quelli adottati negli ultimi anni, a patto che la transizione sia supportata potentemente da idee e azioni radicali che sembravano impossibili da attuare, come sembrava impossibile costringere le nostre città a una domenica lunga mesi (se tutto andrà bene).

Qui di seguito qualche soluzione su cui amministrazioni locali e comunità dovranno confrontarsi per rendere la fine del lockdown un’opportunità utile per riconsiderare radicalmente il futuro delle nostre città.

Meno spazio per le auto, più spazio per le persone 


Mettere in pratica il distanziamento sociale richiede un intervento forte sullo spazio pubblico e sul modo in cui viviamo strade e piazze delle nostre città. Riservare più spazio ai pedoni e alle biciclette, come stanno già facendo in queste settimane Budapest, Bogotà e Città del Messico con l’allargamento delle piste ciclabili o le città della Nuova Zelanda con l’estensione dei marciapiedi, rappresenta una necessità che va accompagnata con interventi che gradualmente restituiscono alle persone la ownership di strade e piazze finora occupate prevalentemente dalle automobili. 
La creazione di nuovi percorsi pedonali può costituire anche un’alternativa slow ad un trasporto pubblico che dovrà necessariamente adattare mezzi e modalità di funzionamento per rispettare le nuove regole che diventeranno uso comune. Non si tratta di dire addio alla densità che caratterizza le nostre città ma di pensarla diversamente, di accorciare le distanze attraverso formule che da temporanee diventino sempre più consolidate. I principi dell’urbanismo tattico e del placemaking vanno tradotti nell’esperienza quotidiana di vita nelle città.

Viva la prossimità: la città del quarto d’ora che si trasforma in realtà


I quartieri in cui il peso delle attuali misure restrittive si sta avvertendo meno sono quelli che consentono di poter svolgere la maggior parte delle funzioni fondamentali senza dover necessariamente ricorrere all’uso dell’automobile. 
Ad esempio, rivalutare il commercio di prossimità anche attraverso un’offerta qualitativamente più elevata che lo renda più attrattivo rispetto ai grandi centri commerciali o alle vie dello shopping nelle grandi città può costituire una delle tante soluzioni possibili per riscoprire uno stile di vita differente in zone periferiche e meno collegate.

Lo stesso può valere per i luoghi di divertimento e di ricreazione, oltre che per tutte le altre funzioni essenziali che nelle grandi città possono essere rese più accessibili attraverso strategie che combinano azioni di coinvolgimento civico e recupero degli spazi, come aree verdi, negozi dismessi o edifici pubblici sottoutilizzati. Lo slogan utilizzato da Anne Hidalgo nell’ultima campagna elettorale per le comunali a Parigi può essere messo in pratica in tante grandi città come risposta locale, ma non localistica, all’attuale emergenza che limita gli spostamenti ma può migliorare gradualmente le nostre abitudini di vita e di consumo.

Banda larga come diritto umano, il lavoro a distanza che diventa la regola 


Il massiccio e improvviso ricorso allo smart working avvenuto nel giro di poche settimane ha reso visibile quanto molti dei lavori che richiedevano presenza stabile in ufficio possano essere svolti con efficacia anche a distanza, almeno per buona parte dei giorni della settimana. La riduzione del numero di persone che quotidianamente si recano nei posti di lavoro può contribuire a rimodulare orari e meccanismi di funzionamento di un’intera città, con impatti decisivi su una serie di settori, dalla mobilità urbana e periurbana fino all’immobiliare.

Per facilitare l’adozione regolare di nuove modalità di lavoro a distanza è necessario creare a livello locale le condizioni più adatte per un forte investimento sulla banda larga, in grado di ridurre il divario tra zone più e meno urbanizzate ma anche a favorire l’erogazione di servizi digitali sempre più avanzati da parte delle pubbliche amministrazioni.

Questi interventi si accompagnano anche a nuove forme di collaborazione con il settore privato e le comunità locali, sul modello ad esempio di quanto realizzato da realtà virtuose come Reggio Emilia con il wireless di comunità di Coviolo. A dimostrazione che anche sul fronte dell’innovazione digitale è possibile ottenere risultati efficaci in tempi rapidi investendo sulle reti di persone, piuttosto che sulla relazione con i grandi player del settore.

Con la cultura si mangia, ma diversamente: nuovi modelli di fruizione culturale e di sostegno agli attori del settore

Le imprese culturali e creative sono tra quelle maggiormente colpite dall’attuale crisi, che paradossalmente ha incrementato l’interesse degli utenti verso forme finora scarsamente esplorate di esperienza culturale, come visite guidate virtuali ai musei, reading, rappresentazioni teatrali o concerti online: modelli interessanti, ma quasi mai in grado di creare sufficiente valore economico.

La sfida principale del prossimo futuro sarà riorganizzare completamente il modo di fruizione di tali contenuti utilizzando spazi capaci di far rispettare le regole di distanziamento sociale: ad esempio, un ritorno ai drive in o ai cinema all’aperto potrebbe rappresentare una possibile soluzione che negli Usa si sta già mettendo in pratica. Le città giocheranno un ruolo decisivo nel sostenere sul breve e medio periodo questo cambiamento, che potrà offrire una nuova funzione agli spazi pubblici ma al contempo deve accompagnare la transizione con strumenti di sostegno ad hoc, come stanno facendo città del calibro di Sidney o Berlino che hanno rafforzato il budget annuale per le imprese culturali o creato dotazioni ad hoc per artisti e creativi.

Ricreare la fiducia con lo spirito di comunità, contro la cultura del sospetto reciproco

Le settimane di lockdown hanno fatto emergere un nuovo senso di appartenenza ad un comune orizzonte, un ricorso inatteso e spontaneo al senso di comunità che in molti casi si è tradotto in collaborazione tra vicini di casa o residenti nello stesso quartiere ma anche volontariato di associazioni e soggetti più strutturati in favore delle fasce più deboli.

Segnali confortanti che vanno in netta controtendenza rispetto alla prevedibile caccia all’untore, perché evidenziano l’esistenza di reti sociali molto più solide e radicate rispetto a quanto la narrazione dominante in tempi non di crisi sia capace di raccontare.

La sfida di amministrazioni e comunità locali sarà quella di rendere stabili tali forme di servizi collaborativi anche rendendoli maggiormente fruibili alle fasce solitamente meno attente al dibattito sulla collaborazione tra PA e cittadino. La rassegna di servizi segnalati dal Comune di Milano con la pagina Milano Aiuta va in questa direzione ma sarà sempre più importante digitalizzare anche i processi di partecipazione civica, raccogliendo input da residenti e attori del territorio anche attraverso l’utilizzo di nuove piattaforme digitali che sostituiranno temporaneamente, per poi affiancare, gli incontri in presenza.

Strutturare assieme alla comunità piani e strategie per adattare le nostre città alla vita post-pandemia è l’unico sistema per non vanificare sforzi ed energie profusi negli ultimi mesi e creare le basi per un nuovo contratto sociale capace di ridurre le diseguaglianze nelle grandi città come nei medi e piccoli centri.

Note