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14 Ottobre 2016

Codardi, vigliacchi e senza paura

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«Essere un vigliacco non è facile. Molto piú facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita. Mai un po’ di riposo. C’è da anticipare l’occasione successiva in cui si dovrà tergiversare, mostrarsi servili, giustificarsi, riabituarsi al gusto di nuovi stivali da leccare e all’amarezza di constatare la propria rovinosa abiezione. Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio».
Julian Barnes, Il rumore del tempo (traduzione di Susanna Basso, Einaudi)

«Il mio eroe è un vigliacco», ha detto Julian Barnes a proposito del protagonista del suo ultimo romanzo: Dmitrij Sostakovic («Coward» nell’originale). Il compositore russo non si oppose mai apertamante al regime sovietico. Il rumore del tempo lo racconta proprio attraverso tre momenti di umiliante sottomissione al Potere. L’affermazione di Barnes ci appare subito paradossale. Siamo abituati a pensare a un vigliacco come al contrario di un eroe. E “Vigliacco”, “codardo”, “vile” sono tra le parole più offensive che usiamo. Definiamo “Codardi” i terroristi, per esempio. Ma a che cosa ci riferiamo?

Apparentemente la definizione è rimasta immutata nel tempo. Nel 1931 la Treccani recitava: «codardo è colui che fugge i pericoli, o in mezzo a essi si scoraggia, o in altro modo rivela la propria viltà d’animo. In senso più ristretto e tecnico, la voce codardia è usata, in diritto penale militare, per comprendere tutte quelle violazioni dei doveri militari che sono determinate dal timore di un nocumento personale». Oggi lo Urban Dictionary, il dizionario online che registra neologismi e slang giovanile, definisce “coward”: «1) Uno che non è coraggioso; 2) Uno che ha paura di molte cose; 3) La più offensiva tra le parole note all’uomo». Gli altri dizionari indicano come sinonimi: vigliacco, vile, pavido, pusillanime, imbelle, pauroso, cacasotto, calabrache.

Quindi dovremmo essere tutti d’accordo almeno su un punto: il codardo è uno che non ha coraggio. La paura è un ingrediente fondamentale della codardia. Eppure oggi usiamo la parola in tutt’altro senso. Potremmo definire i terroristi privi di coraggio o impauriti? Le loro azioni possono sembrarci scriteriate, folli, avventate, ma fatichiamo a trovare tracce di paura. E allo stesso tempo tutti sembriamo d’accordo nel chiamarli codardi. Com’è possibile questa contraddizione? Se lo è chiesto Chris Walsh, docente della Boston University e direttore del College of Arts and Sciences Writing, nel saggio, Cowardice:
A Brief History
 (Princeton University Press, 2014).

Walsh lamenta l’assenza di precedenti trattazioni sull’argomento: a partire dai classici ci si è occupati più del suo opposto, il coraggio, che della codardia. Platone dedica un dialogo, il Lachete, alla definizione di coraggio e nel testo la codardia viene citata solo un paio di volte. Aristotele, nel secondo libro dell’Etica nicomachea, definisce il coraggioso come il giusto mezzo tra il temerario e il vile, tra la mancanza e l’eccesso di paura, senza soffermarsi troppo sul vile. I coraggiosi sono eroi per definizione e a loro sono dedicati saggi e romanzi, invece de los cobardes no se ha escrito nada, come dice un proverbio spagnolo.

Se usiamo Ngram Viewer, lo strumento di Google che permette di misurare la frequenza di un parola sui libri pubblicati in tutto il mondo dal 1800 ai giorni nostri, notiamo un fenomeno interessante. Le curve relative a “coward” e “cowardice” mostrano un inarrestabile calo nell’uso di entrambi i termini a partire dagli inizi del Novecento fino alla fine del secolo, seguito da una costante risalita iniziata nel 2001. Dopo un secolo di declino, i vigliacchi sono tornati alla ribalta. Si possono avere pochi dubbi sull’evento che ha scatenato l’inversione di tendenza: è dall’11 settembre 2001 che la codardia fa la parte del leone nel discorso pubblico.

Da quel giorno l’accusa più infamante è tornata sulla bocca di tutti. Il più delle volte in un senso diverso da quello indicato dai dizionari. Spesso infatti la codardia è stata identificata con un uso incontrollato e ingiusto della forza, una sorta di prepotenza o prevaricazione. Tutti i terroristi sono stati definiti codardi. Per capirci qualcosa forse bisogna fare un passo indietro e tornare all’origine del termine. Nell’etimologia c’è il latino cauda, si allude all’animale che fugge con la coda tra le gambe. La parola nasce in ambito militare. «Il codardo è un soldato che non fa il proprio dovere per eccessiva paura», ricorda Walsh. Il problema con questa definizione è che la nozione di “paura eccessiva” è vaga e soggettiva, e anche ciò che intendiamo come dovere è qualcosa che può variare molto a seconda del contesto.

Per esempio, se leggiamo le storie (vere) raccontate da Charles Glass in The Deserters: A Hidden History of World War II (Harper Press), potremmo essere portati a rivedere le nostre idee in merito. Qui i protagonisti sono tre giovanissimi soldati di fanteria, inglesi e americani, che hanno disertato durante la seconda guerra mondiale. Di fronte all’assurdità della guerra i disertori non ci appaiono come vigliacchi ma piuttosto come gli unici sani di mente. Viene citato un manuale del 1943, Psychology for the Fighting Man, distribuito alle forze militari americane e subito ritirato: «Ci sono pochi uomini nell’esercito che non hanno paura – davvero pochi. Questi uomini non sono normali». Walsh invece ricorda le parole del generale russo Zhukov, responsabile delle fucilazioni dei disertori sovietici: «Ci vuole coraggio per essere un codardo nell’Armata Rossa».

Ma perché ci teniamo così tanto a chiamare codardi i terroristi? «Innanzitutto, la parola soddisfa la nostra esigenza di colpire chi ci attacca con la peggiore accusa possibile», risponde Walsh. Non c’è niente di peggio di un terrorista e non c’è niente di peggio di un codardo; dunque, un terrorista è un codardo. Questa la logica che sembra esserci dietro. «Una rivalsa infantile» verso gli stessi terroristi che avevano usato il termine per primi: nella fatwa scagliata nel 1996 da Osama Bin Laden gli Usa venivano accusati di codardia per le loro azioni in Vietnam, Libano, Somalia. «In secondo luogo, definire i nostri nemici codardi è confortante. Se sono codardi allora hanno paura, sono deboli, vulnerabili», aggiunge Walsh.

In questo modo l’uso improprio del termine si è radicato. «Ce ne serviamo anche quando parliamo di serial killer, stupratori, pedofili», nota lo studioso. Ormai codardo è quasi solo un sinonimo di cattivo. Non si può fare altro che prendere atto del nuovo significato del termine? «In realtà questo slittamento semantico impoverisce il nostro vocabolario etico», osserva Walsh. Se attribuiamo la codardia solo a feroci criminali e terroristi la rendiamo cosa rara e mostruosa. Un’etichetta infamante che si applica sempre a qualcun altro e mai a noi. «Dovremo invece smettere di definire gli altri codardi e concentrarci su noi stessi, sulla nostra idea di dovere morale e su ciò che ci impedisce di compierlo», leggiamo tra le pagine di Cowardice.

Gli studi sull’autoinganno mostrano come tendiamo a nascondere a noi stessi le verità più sconvenienti. Una verità, per esempio, è che possiamo essere tutti codardi. Tutti abbiamo paura, non sempre facciamo il nostro dovere, non diamo continue manifestazioni di coraggio. Esaminare attentamente se stessi può essere un modo per evitare di autoingannarsi, secondo Walsh: «Riflettere sull’idea della codardia, propriamente compresa, dovrebbe spingerci a confrontarci con noi stessi, con le nostre inadeguatezze, con le nostre paure».


Una prima versione di questo articolo è apparsa su La Lettura del Corriere della sera

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