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27 dicembre 2017

Collettivi e digitali nell’era della condivisione

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Ogni rivoluzione industriale determina un profondo mutamento dei rapporti di forza, dei modelli di partecipazione sociale, dei meccanismi di socializzazione. In passato, la trasformazione dei modelli di produzione del valore ha indotto la nascita di nuovi attori sociali in grado di mediare tra il capitale e gli individui, aggregando la domanda di beni e servizi. Cent’anni fa i lavoratori si organizzavano in mutue per la casa, l’accesso al credito, per garantirsi un diritto alla cura, per mangiare: per soddisfare i bisogni. In definitiva, si costruivano infrastrutture collettive fortemente radicate, ‘territorializzate’, per mitigare l’effetto di alienazione surrettiziamente indotto dal lavoro salariato, consentendo di condurre una vita decorosa – umana.
Oggi, nella nuova rivoluzione industriale, i problemi sono gli stessi. Le soluzioni, no.

Non è più come prima

L’accesso esponenzialmente più diffuso agli strumenti digitali rende infatti superata la necessità di strutture di mediazione – i cosiddetti corpi intermedi della società – o, capacitando (Amartya Sen) le persone, individualmente, uti singuli, a costruirsi le proprie soggettività sociali. L’infosfera abilita la germinazione di pratiche sociali arricchite, espanse, accelerate, e/ma fortemente ‘de-territorializzate’ (Deleuze, Guattari), sganciate da terra. Pratiche come la con-divisione di beni e servizi, prima onerosa e complessa, oggi fluida e accessibile grazie all’annientamento dei costi di transazione per stabilire reti di relazioni deboli, leggere ed efficaci.

Reti di relazioni tra individui: dialoghiamo e ‘scambiamo’, tutti con tutti, avendo trasferito il costo della mediazione da un soggetto collettivo che controllavamo a un soggetto terzo che controlla noi. Il governo degli strumenti digitali è evidentemente cruciale: ripristinare forme di proprietà condivisa è l’unico modo per trattenere il valore che producono.

Al di là di ogni iperbole, va riconosciuto che, da pratica più o meno informale, con la maturazione del modello la condivisione si è trasformata in un segmento economico capace di indurre profonde ristrutturazioni in molti settori produttivi. Un segmento i cui principali sotto-settori sono spesso caratterizzati da profili di oligopolio, con una capacità di propagazione inedita, esponenziale, e che per le sue caratteristiche ‘leggere’ sfugge alle logiche del business come lo conoscevamo. È appena il caso di enfatizzare il caso del settore alberghiero, che oggi per per sopravvivere alla devastante crescita di quella che fino a una manciata di anni fa era ancora una startup in puro stile garage deve riposizionarsi e rileggere il proprio modello di business.

È tempo di andare oltre la disintermediazione

Le soluzioni di sharing hanno finora prosperato per la loro capacità di attivare gli individui. In questo sta la forza devastante degli tsunami che si sono abbattuti sugli operatori economici pre-esistenti: aver fornito una risposta a una domanda diffusa – e dis-aggregata – con un’offerta diffusa, pulviscolare, rigorosamente individuale – e perciò massimamente efficace ed efficiente perché aggregata da una infrastruttura tecnologica. È questa l’idea di piattaforma, la cui logica di servizio consiste nel creare ecosistemi cui possono attaccarsi infiniti plug-in. Una logica implacabile, questa, che dispiega la sua forza in uno scenario evolutivo incerto e con il benestare di politiche regolative disorientate, spesso troppo sedotte dagli impatti superficiali per valutare quelli profondi: la trasformazione digitale di molte aree di mercato ha prodotto e produce infatti effetti distorsivi nelle economie urbane, nelle scelte di governo dei beni comuni, nelle dinamiche redistributive e fiscali.

Oggi quella trasformazione va paradossalmente portata alle sue estreme conseguenze, riappropriandosi però degli strumenti con cui la si produce. È questo un bug di fatto di questa prima fase di crescita delle piattaforme: l’aver inseguito la redditività della propensione alla spesa individuale non ha consentito di intercettare una domanda di attivazione collettiva la cui risposta resta ancora tutta, intatta, in capo a chi l’ha sempre saputo fare. C’è spazio per innovare e abilitare la cooperazione come nuovo attore digitale.

Attivando il collettivo

In questo quadro sociale dis(ag)gregato si colloca quindi l’urgenza di ripensare strutture capaci di includere e condividere il valore, rigenerando socialità e contrastando l’omologazione necessariamente implicata dall’esplosione fuori controllo delle piattaforme della cosiddetta sharing economy. Come cent’anni fa, la quarta rivoluzione industriale sollecita l’emersione di nuove forme di innovazione sociale radicale tese a ricombinare i fattori (umani, economici, sociali, politici) esistenti e sperimentare nuove infrastrutture sociali e soggettività economiche comunitarie, capaci di salvaguardare i significati dell’agire e il valore dei beni e servizi co-prodotti. Il primo passaggio ha a che fare con i meccanismi di produzione della fiducia, vero e proprio basement di tutta l’economia della condivisione.

Da sempre la fiducia è un bene consustanziale allo stesso darsi del fenomeno mercantile, grazie alla riduzione dei costi di transazione e coordinamento degli scambi e per la società in quanto vero nucleo del capitale sociale che è alla base del ben-essere e dello sviluppo. Oggi però siamo difronte ad uno shift dei meccanismi di produzione della fiducia (Rachel Botsman). I beni relazionali e la fiducia da sempre generati dentro (lenti) processi co-evolutivi in situazioni di prossimità (local trust), oggi vengono abilitati dalla tecnologia e dalle piattaforme generando cluster distribuiti prima di relazioni fra pari e poi di veri e propri mercati che si autoalimentano dalla reputazione prodotta da logiche di “collaborative consumption”. Ed è qui che tornano ad essere necessari attori sociali capaci di veicolare questi asset. Dando loro un nome, e rendendo i beni prodotti nelle relazioni fonte primaria della produzione di valore.

E ristrutturando la fiducia

Dentro questo shift che fa della fiducia, ormai non più alimentata solo da relazioni di prossimità ma strumentalmente da piattaforme tecnologiche, un elemento core della value proposition delle nuove imprese, ri-torna fondamentale la riscoperta della cooperazione come paradigma che genera discontinuità nelle distorsioni prodotte dall’economia assunta come regno dei fini e non dei mezzi. Segnali questi ormai non più deboli e che stanno producendo un ripensamento delle forme di governance delle piattaforme in senso cooperativo e democratico (es. Platform Cooperativism Consortium).

Questo processo va presidiato: il rischio di essere risucchiati in processi ricombinanti di mutazione del capitale è concreto.

Abbiamo bisogno di pluralismo per ricongiungere mercato e democrazia e per scongiurare il duplice pericolo dell’individualismo e della tecnocrazia. Si ha individualismo quando ogni membro della società vuol essere il tutto; si ha centralismo quando a voler essere il tutto è la dimensione collettiva. Nel primo caso si esalta a tal punto la diversità da far morire l’unità del consorzio umano; nell’altro caso, per affermare l’uniformità si sacrifica la ricchezza della diversità. “La migliore delle democrazie” infatti “nasce dalla moltitudine delle democrazie” (G. Calogero). Proprio in ragione dell’imperativo categorico del pluralismo, in definitiva, il modello della cooperazione di domani non potrà non essere informato a un principio di forte differenziazione nel panorama degli attori economici egemoni, rispetto ai quali dovrà continuare a giocare il proprio ruolo di presidio della finalità (purpose) rispetto alla sola strumentalità. Le sfide non mancano: ci sono città, abitanti e un’intera società sfiduciata da includere.

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