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Cosa sono i ‘beni comuni storici’ e cosa possiamo imparare da loro

Volgere lo sguardo al passato può aiutarci a capire meglio come gli esseri umani possono prosperare senza erodere i sistemi socio-ecologici alla base per la nostra specie. Nel contempo, gli esempi storici non dovrebbero essere usati come modelli normativi per sostenere un ritorno a una sorta di ideale “stato di natura”. Piuttosto che mettersi alla ricerca dell’arca(dia) perduta, occorre – per richiamare l’espressione di Tim Morton – essere nostalgici per il futuro e aiutare le persone a capire che il paradiso ecologico non è ancora realizzato.

Occorre, in altre parole, reclamare l’afflato utopico, radicandolo però nella lezione della storia e con riferimento ai diritti di proprietà e all’evoluzione degli historical commons. In questa direzione, Wall esamina i “beni comuni storici” per determinare cosa possiamo imparare dal passato e come potremmo utilizzare questa conoscenza per informare le future decisioni collettive. Risolvere i dilemmi ambientali (locali e globali) richiede un’attenta riflessione e pianificazione; e il successo futuro dipende da una profonda conoscenza del passato.

Queste sono le premesse “metodologiche” del libro, che si snoda lungo tre capitoli centrali, più un capitolo conclusivo. Il primo capitolo delinea le diverse definizioni di commons, descrive la celebre “tragedia dei beni comuni” di Hardin e discute come le diverse forme di proprietà possano influenzare l’ambiente. L’interpretazione di Hardin dei beni comuni è, secondo l’Autore, un’astrazione del tutto estranea a qualsiasi configurazione concreta dei beni comuni storici. Le implicazioni ambientali dei beni comuni all’interno di un contesto storico sono illustrate con studi di caso e “vignette” tratte da Inghilterra, India e Mongolia.

Il secondo capitolo esamina la misura in cui i beni comuni, laddove apparentemente sostenibili, sono mantenuti da norme culturali e non da considerazioni economiche puramente centrate sul self-interest. Si tratta del classico argomento sviluppato da Elinor Ostrom, che guarda alle capacità delle comunità e delle norme sociali (specie informali) di sostenere la riproduzione dei commons come terza via tra stato e mercato. In risposta a Hardin, l’economista e premio Nobel Elinor Ostrom ha ridato vigore al concetto illustrando il valore e l’importanza delle risorse comuni in casi di società del passato e del presente. Al centro del lavoro di Ostrom c’è la nozione che le risorse comuni richiedono cooperazione diffusa, capitale sociale e un’attiva comunità di riferimento.

Il terzo capitolo sostiene che la storia dei beni comuni è, in realtà, intrisa di potere e politica. Piuttosto che fallire per problemi endogeni di azione collettiva, molti beni comuni sono stati distrutti dall’invasione straniera o erosi dall’introduzione di economie di mercato. La loro distruzione ha spesso portato al degrado ambientale. Qui si sostiene anche che i beni comuni non sono un’alternativa utopica ai sistemi basati sulla proprietà privata. La loro creazione e manutenzione ha spesso comportato conflitti tra individui, classi sociali, comunità e persino specie.

Il quarto capitolo discute i tipi di domande che dobbiamo porre se vogliamo essere dei “buoni antenati” verso chi deve ancora nascere, in modo che le nostre attività non minaccino il futuro dei nostri figli e nipoti. Il libro offre elementi di interesse e riflessione, sollecita lo sguardo in una direzione promettente, ma è più carente nel fornire le lenti per scorgere davvero – in quella medesima direzione – il paesaggio che viene evocato nell’introduzione. Rimane, infatti, a metà del guado sia dal punto di vista dello specialismo del linguaggio (molti riferimenti alla letteratura, ma spesso poco approfonditi) che da quello dell’audience di riferimento (specialistica o generalista?).

Un libro, quindi, che rischia di convincere chi già apprezza la tematica e la prospettiva dei commons, senza però riuscire davvero a sensibilizzare chi non la conosce. Rimane poi troppo sullo sfondo e appena accennato il tema delle nuove tecnologie e della “industria 4.0”, come se queste non rientrassero tra le sfide principali alla costruzione e salvaguardia di commons globali.

Neppure il tema del cambiamento climatico – vera emergenza globale – non è messo a tema in modo approfondito, quando costituisce invece il tema del futuro: il più importante per essere considerati dei “buoni antenati”. Infine, rimane inevasa la risposta alla domanda su come il tema dei commons possa rappresentare una lente analitica utile per disegnare sistemi a prova di futuro, un modo per dare concretezza al desiderio di essere dei “buoni antenati”.

Possiamo infatti pensare che la centralità dei commons si scontri con le logiche dell’efficienza e delle economie di scala che hanno concentrato le funzioni dei sistemi sociali (pubblici, privati, sanitari, di ricerca, etc) in pochi grandi plessi o “poli di eccellenza”. I sistemi basati sui principi dell’efficienza e dell’economia di scala si caratterizzano per una scarsa “ridondanza”: la maggior parte degli aerei passeggeri ha due piloti e almeno due motori, e, infatti, al decollo e all’atterraggio sia il pilota che il copilota hanno le mani sull’acceleratore nel caso in cui uno di loro perda il controllo. Un altro modo di immaginare il medesimo problema è pensare al buffering o capacità di riserva.

La presenza di buffer diminuisce il livello di accoppiamento tra le parti di un sistema. Con elevata capacità di riserva, le diverse parti all’interno del sistema diventano più autonome e hanno minore probabilità di entrare in crisi in presenza di eventi esogeni. I commons ci inducono, invece, a progettare sistemi a intelligenza diffusa, capaci di sopportare i fallimenti e adattativi aglio shock esogeni, non rigidi e statici come invece sono spesso i nostri sistemi basati sull’ottimizzazione, l’efficienza statica e il controllo. La natura è incline all’adattamento e disponibile ad accettare rischi e fattori di stress. Impara dalle novità, dal disordine e dal caso. I commons ci parlano quindi di eco-sistemi connessi e responsabili, capaci di assorbire eventi ad alto impatto. Temi importanti anche per ciò che stiamo vivendo, ma non analizzati nel libro.