musei

Comunicare nei musei d’arte: fra criticità e innovazione

Al centro di questa riflessione vi è la relazione comunicativa fra musei e pubblici, con un focus specifico verso gli allestimenti di istituzioni con collezioni di carattere storico-artistico. Indirizzo il campo d’indagine all’esplorazione di tre quesiti:

Quali sono le modalità d’interpretazione prevalenti e le rispettive criticità?
Quali approcci gestionali prevalgono per lo sviluppo dei contenuti e quali figure professionali si avvicendano nella comunicazione?
Quali nuove strade?

Per rispondere alla prima domanda, prendo in prestito le argomentazioni enucleate dalla museologa anglosassone Eilean-Hooper Greenhill in un saggio contenuto nella pubblicazione The Educational Role of the Museum (1994, Routledge). Risale a due decenni fa, ma le considerazioni possono ritenersi valide a tutt’oggi.

“La maggioranza dei temi affrontati nelle istituzioni d’arte sono prevedibili – l’artista e il suo lavoro (talvolta di lei), un periodo storico artistico o una scuola, uno stile.”

Nonostante gli sviluppi avvenuti nell’ambito della museologia scientifica e dell’interpretazione in contesti etnografici o di storia, dove alle interpretazioni degli esperti vengono affiancate narrazioni co-costruite con pubblici e comunità di riferimento, prevalgono nei musei d’arte approcci comunicativi disciplinari finalizzati alla trasmissione d’informazioni storico-artistiche. Tali pratiche pongono al centro del processo organizzativo lo status delle collezioni e le conoscenze del personale dedicato al loro studio, presentando non pochi fattori critici.

In primis, vi sono la difficolta di accedere ai contenuti da parte dei visitatori non esperti e di offrire un’esperienza significativa a coloro che visitano il museo per diletto, o ragioni altre. Ciò spiega la forte eterogeneità nella composizione dei pubblici che denota la partecipazione nei musei, dove la percezione rispetto all’impossibilità di comprendere le informazioni presentate o di associarvi una componente di valore, costituisce una barriera di resistenza.

Tali considerazioni sono state rilevate già negli anni ’60 dal sociologo Pierre Bourdieu e vengono oggi confermate dalla Comunità Europea: i consumi culturali risultano fortemente influenzati da fattori quali l’estrazione socio-culturale, l’età o la disponibilità economica, marginalizzando alcune categorie a seconda dei contesti.

In seconda battuta, la comunicazione strettamente disciplinare evidenzia il gap culturale e strutturale che investe i musei d’arte. Uno sguardo dietro le quinte, ne suggerisce le caratteristiche. Lo sviluppo dei contenuti e dei materiali comunicativi tende a essere affidato a professionalità di formazione prettamente storico-artistica, spesso mancanti di quella sensibilità nei confronti dell’accessibilità e della mediazione verso i pubblici che trova oggi riscontro in competenze specifiche e figure professionali nuove. Vale a dire professionisti dell’analisi del pubblico, dell’interpretazione e dell’exhibition design, che in dialogo con conservatori e curatori negoziano contenuti, modalità comunicative e punti di vista.

Un lavoro d’equipe interdisciplinare e trasversale alle organizzazioni, dove la difficoltà più grande, come suggerisce la letteratura, sta nella complessità di far comprendere alle figure con competenze scientifiche che l’accessibilità nei confronti dei pubblici non costituisce una minaccia per il museo o una svalutazione delle professionalità. Al contrario, è proprio l’approfondimento delle caratteristiche della domanda, attraverso approcci mutuati dalle scienze sociali anziché economiche, come l’antropologia, ad evidenziare il valore della ricostruzione storica.

Semplicemente, le informazioni che scaturiscono dallo studio delle collezioni devono essere tradotte in collegamenti con i contesti sociali, storici e attuali, di produzione e fruizione, nonché presentare delle connessioni con il bagaglio conoscitivo di chi vista. Un processo composito di lettura e rielaborazione dei contenuti che porta il nome di ‘interpretazione’ e che rappresenta probabilmente la chiave di volta per incrementare la qualità dell’esperienza di visita nei musei, attribuendo nuovo valore al patrimonio culturale.

Degli esempi?

Alla Laing Art Gallery di Newcastle, un museo di piccole dimensioni rivolto primariamente alla comunità locale, la collezione permanente è stata oggetto di una revisione pressoché totale nell’interpretazione. Il risultato vede l’affiancamento di testi a muro scritti dal personale del museo a strumenti multimediali da cui emergono i volti e le voci dei cittadini di Newcastle.

Le memorie personali di chi vive il contesto vengono presentate ai visitatori come punto di vista alternativo per dare un significato ai dipinti raffiguranti il paesaggio locale. L’allestimento si presenta così come una piattaforma co-prodotta, rompendo le tradizionali gerarchie che elevano il sapere curatoriale rispetto a quello comune.

L’intento è di dare valore alle collezioni quali strumenti di conoscenza del territorio, attraverso approcci comunicativi che ne esaltano la componente socio-culturale, anche grazie alla partecipazione della comunità. Nel complesso, il museo si trasforma in un centro d’interpretazione del paesaggio redistribuendo ruoli e competenze.

All’Herbert Art Gallery & Museum di Coventry, sempre nel Regno Unito, un unico dipinto raffigurante la storia di Godiva e in stretta connessione con la cultura locale poiché legato a rievocazioni storiche e feste popolari, è stato oggetto di una nuova interpretazione che si snoda fra più sale.

Gli abitanti della città, coinvolti sin dagli esordi del progetto, sono stati chiamati a rispondere alla domanda “Che cosa significa la storia di Godiva per me?”. I loro punti di vista sono presenti nell’allestimento attraverso lo storytelling digitale e vengono integrati a racconti con un tema simile a quello di Godiva, come S.Giorgio e il Drago e Mulan.

Nonostante le possibili diversità di provenienza, i visitatori vengono incoraggiati a relazionarsi all’opera attraverso la propria cultura, attribuendovi un valore nuovo. Ciò esemplifica come la missione del museo consista nel rendere le collezioni socialmente rilevanti nell’attualità e per diversi pubblici, anziché esplicitarne, sempre ed esclusivamente, il significato storico-artistico.

Infine, presso la Kelvingrove Art Gallery di Glasgow, una narrazione costruita attraverso l’impiego di domande coinvolge i visitatori nel creare collegamenti fra le opere e il proprio bagaglio di esperienze. Trattasi di quesiti aperti finalizzati a molteplici livelli di lettura e conversazione, che invitano a riflettere su temi quali il senso di identità culturale, il conflitto religioso, la vita e la morte.

Tali pratiche non possono evidentemente essere trapiantate da un contesto a un altro, per le diversità strutturali e nelle politiche culturali: ciononostante, se condivise negli obiettivi, possono fornire degli spunti di metodo per l’attivazione di nuovi processi.

Dove cominciare?

Dal coinvolgimento attivo del pubblico sin dall’esordio dei progetti attraverso lo studio sui visitatori, la consultazione e la partecipazione per lo sviluppo dei contenuti (ove pertinente e auspicabile per la visione di sviluppo dell’istituzione). Da queste prospettive, risulta centrale l’inserimento di nuove figure professionali – dai visitor studies all’audience development e dai professionisti di interpretazione all’exhibition design – attraverso l’integrazione di figure con competenze interdisciplinari e capacità traversali, come quelle di comunicazione, intermediazione e co-progettazione.

Si potrebbe guardare al digitale e alle nuove tecnologie come strumenti per mettere in discussione il paradigma conoscitivo delle istituzioni, anziché fini a sé, e puntare a interpretazioni partecipate e inclusive come espedienti per esplorare le pluralità di significato della cultura materiale. Infine, emerge la possibilità di ribaltare il punto di vista narrativo e sperimentare nuove forme di coinvolgimento attraverso la riscrittura di uno strumento economico ma di straordinaria valenza simbolica: la didascalia.

La comunicazione, tanto nei musei quanto nelle relazioni sociali, è un processo aperto. La psicologia generale e le teorie di apprendimento, in particolare con il costruttivismo a partire dagli anni ‘90, hanno fortemente evidenziato come gli stimoli comunicativi vengono rielaborati e trasformati attivamente dai destinatari. Le informazioni assumono pertanto significati variabili che dipendono dalle conoscenze e dalle esperienze pregresse di chi fruisce il linguaggio.

Il museo, come medium e organizzazione, deve rinunciare alla presunzione di tramandare contenuti stabiliti a priori, da gruppi sociali omogenei e attraverso processi top-down. L’accessibilità nella comunicazione espositiva e il coinvolgimento di un’utenza differenziata, richiedono capacità d’innovazione e maggior dialogo con la società. Sapremo cogliere le opportunità che si nascondono dietro a queste sfide?