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9 Ottobre 2019

Electropark festival: usare la musica per far emergere comunità e valorizzare la cultura

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Alessandro Mazzone è fondatore di Forevergreen, organizzazione che da anni produce Electropark, festival di musica elettronica e cultura contemporanea, un festival diventato strumento di sperimentazione, azione e riflessione puntuale sulle trasformazioni sociali a base culturale; cheFare sarà presente all’evento di apertura il 14 Ottobre.

Da anni infatti cheFare indaga la relazione tra progettazione culturale, territorio e persone che lo attraversano. Una relazione tutt’altro che neutra, naturale, spontanea, prevedibile. Negli stessi giorni del festival ci sarà Molto Presto una due giorni che aprirà con uno spazio di discussione relativo proprio a possibilità e limiti del concetto di comunità: Mitologia e pratica dell’attivazione di comunità: possibilità e limiti dell’idea di “community”, un workshop a porte chiuse per addetti ai lavori.

Dal 16 al 19 Ottobre si svolgerà a Genova l’ottava edizione di Electropark, festival di musica elettronica e cultura contemporanea, ideato e prodotto dall’Associazione Forevergreen. Abbiamo incontrato Alessandro Mazzone ideatore e direttore del festival. L’edizione 2019 si apre con un talk sul capitale relazionale, un’inaugurazione inusuale per un festival di musica elettronica. Come siete arrivati a questo punto?

La mission originaria dell’associazione era dimostrare che la musica elettronica è cultura. Per farlo, abbiamo portato la musica in contesti tradizionali: piazze, musei, palazzi storici.

Il tentativo ha funzionato al punto che dopo queste prime esperienze abbiamo sentito l’esigenza di rielaborare la mission: l’intento è diventato valorizzare il patrimonio artistico e culturale attraverso la musica, un’esperienza che ha avuto il suo apice nel 2018 con l’anno della valorizzazione del patrimonio culturale e che era in continuità con quanto già fatto.

La mission originaria dell’associazione era dimostrare che la musica elettronica è cultura

Nel frattempo una ulteriore rivisitazione della mission avviene nel 2016, momento in cui per la prima volta l’obiettivo diventa attivare comunità in luoghi dal potenziale inespresso per accendere opportunità di sviluppo locale. Ed è in questo momento che il festival si sposta dall’essere l’oggetto all’essere strumento, non era chiaro però come farlo.

Come avete sviluppato questa idea?

Sull’onda dell’intuizione nel 2016 abbiamo deciso di portare tutto il festival nel quartiere di Prè, un quartiere del centro storico di Genova, caratterizzato da una serie di criticità: impoverimento del tessuto sociale, emarginazione, etc. Grazie al dialogo con il Comune abbiamo individuato la Commenda di Prè, un palazzo del 1100, come luogo in grado di ospitare l’evento principale del festival.

E poi?

Per la prima volta abbiamo pensato che avremmo potuto intraprendere un percorso di medio periodo con il quartiere e così è andata. Ed è proprio il frutto del lavoro degli ultimi tre anni sul territorio ci ha portato oggi ad aprire il festival con un incontro sul capitale relazionale delle città e creare eventi collaterali quali un workshop di field recording. Infatti è stato attraverso la co-progettazione di eventi collaterali al Festival che abbiamo iniziato a lavorare con il quartiere.

Che obiettivi vi eravate dati nel lavorare con il quartiere?

Ci siamo dati tre obiettivi: il primo è l’apertura dei luoghi a nuove fruizioni, ad esempio la Commenda di Prè è sicuramente un museo che attira un pubblico ristretto, aprire questo luogo a nuove fruizioni voleva dire portare dei giovani a vedere un luogo per la prima volta.

Poi si trattava di portare persone a Prè da altri quartieri della città. E infine per noi era importante la creazione di relazioni intersettoriali.

Cosa avete fatto in concreto?

Si è trattato di suonare alle singole porte, superare le diffidenze iniziali, individuare degli interlocutori che si facessero un po’ da garanti rispetto al lavoro che volevamo proporre nel quartiere, suscitare curiosità e fiducia. E cosi abbiamo iniziato a lavorare sugli eventi collaterali.

Chi vi ha finanziato questa parte di lavoro?

Questi eventi li abbiamo finanziati e prodotti da soli, facendo cassa con il bar, sono stati tutti eventi ad ingresso libero. Ad esempio per Fish & Djs al mercato dei pescatori.

Quali sono state le difficoltà?

Nel caso di Fish & Djs la difficoltà nel costruire una relazione con i pescatori è stata sensibile, persone che la notte escono in mare, hanno ritmi diversi da chi va a fare un aperitivo. Abbiamo dovuto costruire qualcosa che superasse la diffidenza iniziale. Alla fine sono stati tutti contenti, sicuramente è stato faticoso.

Perché lo avete fatto?

Un progettista culturale e produttore di eventi ha anche una responsabilità da cittadino.

La tua azione è politica?

Si. Politica nel senso di polis, che riguarda la città. Lo è perché ti rendi conto che effettivamente è così, non è qualcosa che potrebbe essere, ma lo è nel qui e ora mentre sposti gli scatoloni e scarichi le cose.

Ma lo è anche da un altro punto di vista, è aprire nuove possibilità: da quest’anno il festival sarà ospitato anche presso i Magazzini del Cotone al Porto Antico di Genova, fuori dal quartiere di Prè, e per la prima volta da quando esistono è stato dato parere positivo per fare intrattenimento danzante all’interno di quello spazio. Più semplicemente fin’ora non si è potuto usarli per eventi musicali, d’ora in poi si potrá.

Che ruolo avete nel territorio?

Un ruolo civico, culturale, di sviluppo. La sfida è farsi riconoscere questo ruolo cosa che è avvenuta su alcuni fronti e non su altri.

Come vi hanno accolto?

Pur essendo genovesi non avevamo una sede o un negozio nel quartiere, all’inizio eravamo percepiti come “stranieri”, poi sono stati riconosciuti una serie di sforzi che abbiamo fatto. Produrre qualcosa all’interno di un quartiere, fossero anche relazioni, ti pone in un ruolo. Il nostro sforzo è stato riuscire ad essere legittimati rispetto all’attività che stavamo facendo senza farci percepire alieni né del tutto parte del contesto, al pari di chi lavora ogni giorno sul territorio, un ruolo che comunque non abbiamo.

Su quali fronti non vi siete sentiti riconosciuti?

La pubblica amministrazione ha deciso di prendere spunto dalle nostre esperienze e replicarle in altri contesti. Da un lato sei orgoglioso, dall’altro ti rendi conto che hai sostenuto i costi e i rischi anche politici di fare una cosa per la prima volta.
Anche per questo per noi era importante poter raccontare bene l’esperienza, rendicontare l’azione sulla città.

Quali strumenti avete usato per farlo?

È soprattutto per farci riconoscere questa parte più nascosta di lavoro che abbiamo scelto la valutazione di impatto, uno strumento che rendiconta non da un punto di vista economico ma appunto di responsabilità sociale e politica l’agire di una organizzazione in un determinato luogo in un determinato tempo.

Per prima cosa abbiamo lavorato su bisogni e obiettivi e costruito un insieme di indicatori che ci permettessero di organizzare un racconto di quello che avremmo fatto, quindi abbiamo raccolto i dati, infine li abbiamo elaborati e raccontati.

Quali sono stati gli esiti?

La restituzione di questo lavoro è stata fatta a giugno 2019 e abbiamo voluto mettere in luce cosa siamo riusciti a fare e anche quello che non siamo riusciti a fare.

Bisogna saper raccontare anche i risultati di quello che si sta facendo, anche in modo onesto. Ad esempio rispetto ai tre obiettivi che ci eravamo dati siamo riusciti a misurare solo i primi due, il terzo, mi riferisco alla creazione di relazioni intersettoriali, lo abbiamo ricalendarizzato per il triennio successivo, e da qui la volontà di aprire il festival con un dibattito proprio su questo tema.

Cosa non c’era e cosa oggi c’è grazie al vostro lavoro?

Sul fronte quartiere e comunità che lo abita mancava la capacità di organizzare le cose in maniera strutturata, la capacità di progettare, di gestire i tempi, di coinvolgere, di tenere l’attenzione anche sui particolari. La fiducia è passata attraverso la capacità di rimanere sul territorio oltre e insieme a tutti quei soggetti che tutti i giorni lavorano lí a cui abbiamo dato respiro. Abbiamo creato una rete informale. Abbiamo valorizzato la bellezza di quei luoghi grazie ai nostri eventi.

Inoltre abbiamo rafforzato l’idea di urgenza e necessità di lavorare su un territorio, elemento che è stato colto dalle istituzioni. In questi tre anni sono uscite call per esercizi commerciali e botteghe, un progetto di riqualificazione urbana e progetti proprio su Prè e zone limitrofe.

Di cosa siete orgogliosi?

Abbiamo in un certo senso creato un modello, che è diventato patrimonio a uso di altri soggetti che vogliono lavorare sul territorio.

Sono orgoglioso del fatto che sono stati finanziati sul territorio due progetti distinti da noi che insistono sullo stesso territorio e territori adiacenti. Questo ci ha permesso di continuare a dare presenza dal basso ma anche di passare il testimone.

E poi alla fine di tutto c’è qualcosa che non può essere misurato che sono i flussi di energia tra le persone, la cocciutaggine o la frustrazione a volte, insomma tutte le forze che fanno emergere le risorse che ci sono sul campo .

Cosa farete adesso?

Ora abbiamo capito che siamo in grado di far accadere queste cose. Per la nostra organizzazione credo che il passo successivo sia mettere questo a sistema e fissare una impact vision dell’organizzazione per poi studiarne gli effetti ed i risultati. È solo l’inizio di un percorso complesso che coinvolge più pubblici a diversi livelli di coinvolgimento, Stiamo parlando del creare relazioni di fiducia, elemento che rifugge da essere poi codificato in qualcosa di specifico. Però quest’anno abbiamo l’ambizione di iniziare a misurare le relazioni di fiducia nel lavoro di rete con istituzioni e operatori per capire come in futuro possiamo lavorare meglio insieme, per moltiplicare il valore delle singole azioni culturali verso un’idea di intelligenza collettiva e iniziaremo propriodurante i giorni del festival Electropark.

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