Conflitti: innovazione vs conservazione

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La memoria del termine innovazione conduce al latino innovatio che indica l’azione del rinnovare, dell’ammodernare, vale a dire un cambiamento cui si giunge attraverso la trasformazione del già esistente al fine di renderlo adeguato alle necessità del presente e del futuro. A seguire questa traccia etimologica la possibilità di cambiare è affidata all’azione in grado di tenere insieme gli opposti: il passato con il futuro, la tradizione con la modernità, la conservazione con l’innovazione.

È un intendimento che non si ritrova nel vocabolario corrente, in cui l’uso di termini quali rottamazione e simili, unito all’esaltazione della giovinezza e del nuovo, è segno di un linguaggio semplice che, sfruttando la quotidiana e forsennata ricerca di cambiamento, rafforza il luogo comune che sia possibile la novità pura, astratta dalle contingenze storiche, incarnazione di un ideale positivo affrancato da qualsiasi vincolo e rischio. Nell’ingenuità di questa idea si specchia tanto l’incapacità di concepire il cambiamento quanto il retaggio di una forma di pensiero paradossalmente vecchia, tipica della modernità pre-novecentesca.

Una modernità che se ha visto l’uomo sottrarsi a un ordine storico divinamente determinato e alla mitologizzazione dell’antico come età aurea consentendogli di scoprire la storia come luogo privilegiato della sua azione, non ha però eliminato l’idea di un ordine perfetto, del punto di vista assoluto, non più garantito da Dio ma dall’uomo stesso, soprattutto dal progresso cumulativo della sua conoscenza in grado di affrancarlo da ogni limite.

Da qui la convinzione che la storia avesse uno sviluppo lineare, irreversibile e che fosse regolata, come la natura, da leggi necessarie la cui conoscenza avrebbe permesso di prevedere e indirizzare gli eventi verso la novità, per definizione positiva e svincolata dal passato: al mito dell’antico si sostituì così quello del futuro.

A governare questa logica è un principio di ordine volto alla sintesi delle contraddizioni che può indurre a ritenere superabili i limiti imposti dalla dimensione fenomenico-vitale e, come ha ben mostrato Kant, a pensare erroneamente e illusoriamente che l’esigenza di organizzazione mentale delle nostre esperienze individuali trovi corrispondenza con il mondo esterno.

È stato il Novecento a mostrare drammaticamente la pericolosità ideologica e l’infondatezza di una simile concezione e a lanciare, al tempo stesso, la sfida di pensare il nuovo alla luce dell’impossibilità di un ordine e di una conoscenza senza limiti.

È una sfida tuttora valida anzitutto perché spesso, soprattutto in Italia, il cambiamento lo si è vissuto senza pensarlo, dunque lo si è subito, poi perché esorta a tornare a se stessi per misurarsi con i propri limiti, che sono tanto ostacoli quanto, kantianamente, condizioni di ciò che è possibile nel concreto. Si tratta in sostanza di fare i conti con l’esistente, vale a dire con la coesistenza ineliminabile di differenze e contraddizioni che caratterizzano l’uomo e il mondo, dunque la loro storia, senza alcuna pretesa illusoria e prometeica di sintetizzarle, di renderle omogenee.

Pensare il cambiamento oggi non può essere altro che pensare le contraddizioni che si alimentano l’un l’altra, la compresenza degli opposti, a partire da quella di conoscenza e ignoranza, per cercare di coordinarle senza pretendere di renderle omogenee. È questo il punto di partenza per azioni innovative che siano tali, quelle cioè che scaturiscono dalla capacità di scorgere il futuro nelle possibilità inespresse del passato e del presente: in tal senso non può esserci innovazione senza conservazione.

Un conto, infatti, è pensare passato, presente, futuro come omogenei al loro interno, separati e che oltretutto si escludono l’un l’altro, altro conto è pensarli in termini polari, facendo emergere cioè le opposizioni che li caratterizzano, tanto singolarmente quanto relazionalmente, e il fatto che essi tendono a confondersi fra loro: ci sono diverse possibilità di futuro, spesso senza sviluppo, così come molti passati, che talvolta non passano diventando presenti, e diversi presenti, che in alcuni casi tendono a divenire eterni.

Questo modo di pensare rifiuta di sottostare al principio astratto basato sulla sintesi e sulla non-contraddizione, l’o-o, e accoglie invece la convivenza degli opposti, l’e-e, poiché riconosce nel conflitto e nell’irriducibile diversità i caratteri propri non soltanto della natura umana. A guardare la storia del pensiero occidentale è interessante notare che l’esigenza di pensare in termini polari attraversa i secoli, a partire addirittura dalla speculazione dei fisici presocratici, e non è mai venuta meno – basti pensare alla nietzschena dialettica fra apollineo e dionisiaco – riemergendo ogni qualvolta le logiche basate sulla pretesa sintesi delle contraddizioni si mostrano fragili e inadeguate a cogliere la varietà del mondo e dell’esistenza.

Va da sé che la fecondità della forma di pensiero polare sta soprattutto nell’accoglimento dei conflitti e nella disponibilità ad affrontarli: la loro negazione equivale a bloccare il dinamismo intrinseco all’esperienza, quella pluralità dei punti di vista che permette, ad esempio, di scegliere nel passato ciò che va abbandonato, perché ormai sterile, e ciò che va conservato, in quanto vitale, in modo da privilegiare un passato anziché un altro.

È così possibile evitare atteggiamenti che cristallizzano le esperienze individuali e collettive in segmenti separati, che impediscono di vedere l’insieme inaridendo lo sguardo lungimirante e vanificando di conseguenza ogni dinamismo, dunque ogni innovazione, dal momento che rendono statico e omogeneo il passato, che così tende a ripresentarsi eternamente soltanto come costrizione e non anche come possibilità.

Immagine di copertina: ph. Nicole Honeywill da Unsplash

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