Almanacco > Inediti
10 luglio 2018

Il nostro conflitto quotidiano. Rosetta a Mare Culturale Urbano

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo come pdf è necessario essere iscritti alla newsletter di cheFare.
Inserisci i dati richiesti, anche se sei già iscritto in modo che il sistema possa verificare.
Riceverai via mail il link per scaricare il PDF.

Letta l'informativa*, dichiaro di averne compreso il contenuto e acconsento al trattamento dei miei dati per le finalità e secondo le modalità ivi indicate.

Quando un anno fa abbiamo iniziato a ragionare sui temi di Rosetta per il 2018, ponendo l’accento sui concetti e sulle loro trasformazioni, il primo che è stato individuato (e condiviso da tutti) è stato conflitto. Conflitto era una delle parole chiave utilizzate nella riunione di fondazione di cheFare, quasi si trattasse di un complemento oggetto sottinteso, “chefare? Conflitto”.

In quelle prime ipotesi di lavoro associativo, era emersa l’urgenza di esplorare le pratiche di rottura e di discussione, intercettarne i discorsi, tentare di produrre noi stessi fratture, partendo proprio dalle necessità quotidiane, concordando su un’idea unanime ma non esplicitata di conflitto, quella che aveva accompagnato il passaggio dal novecento agli anni duemila, fino ai dieci. Un’idea di conflitto come pratica culturale e politica, di incontro-scontro e trasformazione. Un conflitto tra struttura e sovrastruttura, passando per tutti i post- del caso. Erano altri anni (seppur recenti), e per quanto si stessero tratteggiando i contorni dell’oggi, quella ricerca di conflitto seguiva traiettorie culturali e politiche più leggibili.

Parlare di conflitto e immaginare un dibattito attorno a questo lemma oggi, a Rosetta, assume contorni più labili ma al contempo più necessari e investe i nostri relatori di un onere non indifferente.

Pensiamo alla dimensione urbana quotidiana: la frattura e il conflitto centro-periferia sta polarizzando le politiche pubbliche e affaticando le amministrazioni.

La battaglia giornaliera tra verità e post-verità, tra discorsi reali e narrazioni tossiche accompagna ogni notizia, ogni evento, ogni informazione, e fa sì che i Pearl Jam si ritrovino in opposizione a Rita Pavone; una manifestazione di solidarietà promossa da un parroco antimafia diventi una querelle a suon di rolex tra radical chic e cittadini veri; un tema scottante come i vaccini possa essere rubricato e affrontato con lo stesso impegno di un decotto di zenzero e curcuma e qualsiasi prodotto culturale, politico sociale inserito e trascinato sul letto di procuste delle semplificazioni.

In questo modo, il pericolo, le paure e la sicurezza diventa urgenza e chiacchiera da bar, tra una sambuca e una briscola, e i capitolati degli affaticati bilanci municipali vengono spesso spostati da voci di politiche sociali alle tanto agognate telecamere per la videosorveglianza.

In modi diversi, il battage mediatico del #metoo e il discorso paternalistico sui femminicidi hanno riportato al centro del dibattito pubblico la questione della violenza, ma ancor più il tema del genere.

Il fallimento dei modelli di stato sociale, la crisi delle comunità, la segmentazione individualistica sono solo alcune delle questioni che richiamano il conflitto negli scambi, online e offline.

Il divario di opportunità tra le aree metropolitane e le aree interne si rafforza quotidianamente, nonostante le microresistenze, soprattutto risentendo della nuova emigrazione che attraversa il paese, del tutto invisibile perché sovrastata dalla questione migratoria, assolutamente sovradimensionata.

La conflittualità a perdere del realismo capitalista, che ci costringe nella scelta tra accelerazionismo o decrescita è una lacerazione che non può essere indolore, e viene confusa, ancora una volta, in una spartizione di brandelli di welfare tra gruppi di individui che si alleano in modo identitario per saccheggiare le poche risorse rimaste.

La questione generazionale, il costo sociale delle pensioni e le difficoltà di impiego della fascia giovanile sono solo alcune delle correnti sommerse del conflitto, stravolte però sul tavolo del contrasto al nemico. Una ricerca del 2018 di Alesina, Armando e Stantcheva ha evidenziato come gli italiani non colleghino la condizione di povertà a responsabilità individuali. Tuttavia, se i poveri sono immigrati, questo accade perché “non si impegnano abbastanza”.

Le forme di comprensione del mondo, di lettura degli eventi sono slittate da un piano razionale-politico ad un piano emozionale-etico, perdendo lo spazio del confronto, della rottura e della trasformazione.

Questa modalità di conflitto che non utilizza lo scontro esplicito, ma si fomenta nelle parole e nelle narrazioni difficilmente si colloca nei classici termini marxiani, o nelle dimensioni strutturaliste delle dinamiche tra gruppi sociali.

La definizione offerta dall’enciclopedia Treccani, di conflitto inteso come: “Relazione antagonistica fra soggetti individuali e/o collettivi, in competizione per il possesso, l’uso o il godimento dei beni disponibili per la soddisfazione dei bisogni” perde la parte discorsiva, e soprattutto la dimensione culturale-emozionale. Dallo scontro per stare meglio, siamo passati agli scontri per “essere” per un riconoscimento del sé e una differenziazione dall’altro, dagli altri.

Siamo di fronte a molteplici campi di battaglia: quotidianamente ci barrichiamo in trincee linguistiche, dialogiche, di immaginari e visioni, ma anche diseguaglianze tangibili, ordini di verità e spazi fisici perennemente contesi, con assetti mutevoli e con composizioni fluide.

Giorgia Serughetti ha ricostruito la dimensione etimologica, e di come il conflitto sia “una dimensione essenziale, vitale, della condizione umana. Pòlemos è “il padre di tutte le cose”, diceva Eraclito. Se decidiamo di spostare questa considerazione dall’ordine cosmologico a quello delle cose umane, e di tradurre pòlemos con la parola conflitto, anziché con quella di guerra, il conflitto diventa la matrice di ogni cambiamento, di ogni divenire, che non può che avere origine nelle differenze – tra gli dei e gli uomini, tra gli schiavi e i liberi, come scrive Eraclito. Ma le differenze, lo sappiamo, sono molte di più.”

Provando a portare questo discorso agli estremi, la distinzione di traduzione tra conflitto e guerra sta nell’uso della politica, del politico per confrontarsi con l’altro, con gli altri, sia in una dimensione individuale che in quella collettiva.

È Schmitt che utilizza conflitto in termini di battaglia, di guerra, ma soprattutto di amico-nemico, modalità polemogena di strutturare il conflitto. Nel passaggio dalla politica alle categorie del politico, il filosofo tedesco spazza via il pluralismo e la vivacità generativa della conflittualità plurale, che diventa funzionale solamente alla strutturazione dell’ordine.

Un ordine, che mutatis mutandis, legge e organizza il mondo tra amici o nemici, imponendo il nomòs, il confine a separare le differenze.

In questa lettura distopica, oltre ai confini materiali eretti nel mediterraneo si stanno cercando di produrre anche confini epistemologici, tra una comprensione del mondo basata sul sapere, sullo studio, sulle forme molteplici di cultura, ed una dimensione identitaria ed esperienziale. Due visioni inconciliabili, forse.

Le due suggestioni filosofiche, quella greca in una traduzione vitale e ottimista e quella germanica che ne afferma l’esercizio di potere e di sopraffazione vorremmo fossero alcune delle direttrici della riflessione che si svilupperà nella serata.

Siamo davvero di fronte ad una società che si riconosce nel modello di ordine del teorico della destra sociale? Ci stiamo scontrando realmente con un’epistemologia del nemico, in cui i discorsi e i saperi vengono vissuti come estranei e ostili? La notte della crisi della nave Aquarius, lo spazio mediatico di twitter era invaso da discorsi che raccontavano due realtà inconciliabili, due visioni degli eventi opposte, che non potevano riconoscere l’altro come differenza discorsiva ma solo come menzogna.

Stasera vorremmo partire da lì. Dalle produzioni di saperi, di discorsi e di cultura necessari per riportare il conflitto nel suo significato originario di confronto trasformativo. Cercheremo di capire come i movimenti controculturali hanno gestito il conflitto, se ci sono ancora spazi trasformativi da cui partire, se il movimento femminista può essere un traino culturale-politico per tramutare la violenza in un conflitto propositivo e in che modo l’educazione e le nuove generazioni possono o non possono cambiare le cose.

Proveremo a farlo con Marco Philopat, Christian Raimo, Giorgia Serughetti, partendo dalle questioni concrete che attraversano Mare Culturale Urbano, lo spazio che ci ospita. Uno spazio che ha provato a generare conflitto, trasformazione e cambiamento partendo dal confine della città. Non basterà una sera per sciogliere le molteplici questioni, ma da qualche parte si deve iniziare.


Immagine di copertina: ph. Steve Carrera da Unsplash

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Potrebbero interessarti anche questi articoli

conflitto

Le donne non sono (più) un Noi. La differenza si fa conflitto

9 luglio 2018
futuro

Esiste un futuro per un sistema chiuso?

23 maggio 2018

Apocalisse con figure? Uno scrittore al servizio dell’intelligenza artificiale

22 maggio 2018