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10 settembre 2018

Fare della conoscenza un bene comune: il campo dell’innovazione e dell’impresa sociale

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L’innovazione sociale ha acquisito una crescente popolarità tra policymaker ed esperti di scienze sociali, benché rimanga un concetto ancora controverso. Forse proprio per questa ragione la comunità degli innovatori sociali risulta tutt’oggi piuttosto frammentata (Nicholls et al., 2015); una segmentazione delle posizioni che, unita all’ambivalenza di significati, può rappresentare in realtà un’opportunità per ricercatori e practitioner se considerata uno stimolo alla condivisione, allo scambio e alla critica.

Un percorso costruttivo nella misura in cui contribuisce a ricomporre un nuovo scenario di sviluppo in un contesto economico, sociale e biologico dominato da una paradigma di accumulazione bio-economica che identifica la vita con il capitalismo, generando un’insicurezza generalizzata e un’incertezza al di fuori della sfera del lavoro senza alcuna mediazione sociale e/o istituzionale (López Petit, 2009; Turrini, Chicchi, 2013). In questo “realismo capitalista” (Fisher, 2009) le soluzioni alternative sul piano culturale, ambientale e sociale vengono fagocitate per ridare fiato a un modello ormai “esausto” a livello di impatto e di produzione di senso.

Tuttavia, l’organizzazione e la gestione della ricerca in Europa non sempre sembrano in grado di creare spazi alternativi a causa dell’aggressiva e costosa competizione per le risorse, ma anche dei limiti derivanti da modelli di gestione incentrati su consorzi temporanei destinati a sfaldarsi a fine progetto, oltre alle ben conosciute difficoltà a gestire le diverse fasi della ricerca operando anche al di fuori della comunità scientifica.

Nonostante ciò negli ultimi anni alcune pubblicazioni e progetti europei hanno tentato di invertire la tendenza. Un documento pubblicato di recente dalla Commissione Europea e intitolato “Social Innovation as a Trigger for Transformation” (Moulaert et al., 2017) ha approfondito l’impatto di questo “quasi-concetto” nel ridefinire gli apporti degli attori coinvolti (formali e informali, pubblici e privati, nonprofit e for profit) e le loro relazioni rispetto ad azioni e strategie riconosciute come di “interesse comune”.

Il sottotitolo dello stesso documento – “the role of research” – focalizza in particolare il contributo conoscitivo generato da una pluralità di indagini che guarda alla social innovation non solo come “oggetto di ricerca”, ma come contesto nel quale ridefinire approcci e metodologie d’analisi, modalità di raccolta ed elaborazione dati, strategie di trasferimento e disseminazione. Tutto questo grazie al coinvolgimento diretto di ricercatori e practitioner all’interno di comunità intenzionalmente costruite per favorire processi di innovazione aperta grazie a logiche di co-costruzione e forme di potere orizzontali. Insomma, una ricerca che accompagni processi sociali piuttosto che osservarli da una pretesa posizione di oggettività.

Ricercare sul campo nell’era dell’innovazione sociale

Il report di Moulaert e colleghi capitalizza una serie di apprendimenti scaturiti da progetti di ricerca rilevanti in termini di stakeholder coinvolti e temi trattati, ossia la creazione di comunità di innovatori sociali ad elevato contenuto di conoscenza. Si tratta nello specifico dei progetti WILCO (Welfare innovations at the local level In favour of cohesion), TEPSIE (The theoretical, empirical and policy foundations for building social innovation in Europe), e più di recente SIC (Social Innovation Community), preceduto da SIE (Social Innovation Europe).

Oltre agli obiettivi scientifici e ai deliverables, questi progetti – cofinanziati nell’ambito del Settimo Programma-Quadro – hanno contribuito in varia misura anche al processo di policy making della ricerca europea, assumendo in tal senso l’orientamento tipico dell’innovazione sociale volto a cambiare “le regole del gioco”.

Il consorzio che ha gestito WILCO, ad esempio, si è affiancato alla Direzione Generale “Ricerca e Innovazione” della Commissione Europea per portare avanti un primo tentativo di generare una riflessione collettiva sui temi chiave dell’innovazione sociale, oltre che tematiche correlate e dispositivi metodologici; il progetto ha coinvolto oltre 60 esperti di innovazione sociale provenienti da tutta Europa, oltre a due ricercatori canadesi – Jane Jenson e Denis Harrison – che hanno condotto un’analisi trasversale su 16 progetti finanziati dall’Unione Europea in tema di social innovation.

Il progetto TEPSIE, invece, ha proposto un portale di ricerca sull’innovazione sociale che rappresenta il primo tentativo di creare una community online dedicata a ricercatori e finalizzata allo scambio di documenti, approfondimenti e riflessioni sul tema.

I progetti SIE e SIC si sono focalizzati sugli aspetti sociali della creazione di una comunità di ricercatori e di altri stakeholder in grado di capitalizzare i risultati dei precedenti progetti di ricerca. Contestualmente a SIE, è stato lanciato un “esperimento” rivolto ai ricercatori, basato sul presupposto che, per facilitare il consolidamento di una comunità di ricerca emergente sarebbe stato necessario uno sforzo collaborativo per creare un programma di ricerca congiunto rappresentativo delle più rilevanti reti di stakeholder. Il risultato è stato co-SIRA (co-created Social Innovation Research Agenda) (Brandsen et al., 2016), un programma collaborativo di ricerca sull’innovazione sociale che offre uno strumento concreto sia per allineare le diverse visioni sia per esplorare nuovi percorsi, oltre che un mezzo per rilanciare il dibattito con i policymaker sulle future attività di supporto e coordinamento alla ricerca.

Il network accademico EMES è stato coinvolto in queste iniziative con diversi ruoli, oltre ad apportare il suo contributo “core”, ovvero la creazione di conoscenza in merito al ruolo dell’impresa sociale, dell’economia sociale e solidale, del terzo settore nello sviluppo socio-economico, dimostrando, anche in questo caso, come l’adozione (e non solo lo studio) di un approccio all’innovazione sociale solleciti anche la missione e l’assetto delle reti di ricerca.

Allo stesso tempo, queste iniziative hanno creato e incentivato partnership tra la comunità di ricerca (inclusi ricercatori esperti ed emergenti, ma anche dottorandi) e stakeholder europei e nazionali provenienti da diversi settori (nello specifico policymaker, professionisti e organizzazioni internazionali). Tuttavia il potenziale creato all’interno di queste partnership e la conoscenza accumulata corrono il rischio di andare dispersi se non attivamente supportati e stimolati da strategie e politiche di medio periodo.

La conoscenza sull’impresa sociale e l’impresa sociale per la conoscenza

Molti attori condividono ormai una definizione basilare delle tre caratteristiche principali che definiscono l’impresa sociale: una missione sociale a favore dell’interesse generale della società, un’attività economica sostenibile e una modalità di governance partecipativa.

Si tratta di una definizione “mission-oriented” perché richiama processi di trasformazione sociale che contribuiscono al benessere di un ampio gruppo sociale o della società nel suo complesso e la sua formulazione si può considerare ad elevata intensità di conoscenza in quanto scaturisce da progetti di ricerca che hanno mappato e riportato a sintesi diverse fenomenologie di esercizio sociale dell’attività d’impresa.

In una prima fase – che si colloca a ridosso del primo processo emersivo dell’impresa sociale – la sintesi è consistita nel riconoscimento di un modello giuridico organizzativo (cooperazione sociale) e nella delimitazione di settori di attività (servizi di welfare e inserimento lavorativo). Successivamente la ricerca si è orientata verso linee guida che hanno definito una qualifica adattabile a una pluralità di modelli, di ambiti di attività, spazi di policy e culture di riferimento.

Un risultato che arricchisce la conoscenza non solo sull’impresa sociale, ma più in generale sui processi di istituzionalizzazione di esperienze emergenti. Nel caso dell’Europa, infatti, il principale impulso alla creazione dell’impresa sociale è venuto dai cittadini a seguito di un riconoscimento dal basso dei bisogni condivisi e di un’identificazione delle possibili soluzioni (Commissione Europea, 2016).

Le imprese sociali costituitesi per iniziativa di movimenti collettivi dei cittadini rappresentano infatti uno dei modi con cui è possibile raggiungere l’emancipazione economica e, come tali, sono state create per affrontare sfide recenti come la rigenerazione urbana e la partecipazione civica, o altre di portata più vasta come la crisi dei rifugiati.

In questo senso, nello studio dell’impresa sociale lo spostamento del focus è particolarmente evidente: mentre una decina di anni fa si puntava a testare il potenziale imprenditoriale di queste organizzazioni, oltre a comprendere come gestirle in modo efficiente, ora sembra che l’obiettivo sia capire come possano dare voce ai cittadini e alle loro aspirazioni di trasformazione della società, generate dall’interesse sociale e dal principio del bene comune.

Le imprese sociali costituiscono una delle “infrastrutture chiave” dell’economia sociale e solidale, in grado di ripensare i principi economici in termini di autogestione democratica e cittadinanza attiva, e di spezzare la subordinazione del cittadino alle logiche di mercato (Eschweiler, Nogales, 2018). Le imprese sociali, dunque, come luoghi istituzionali dove poter articolare strategie di trasformazione sociale in collaborazione (spesso conflittuale e sempre complessa) con movimenti sociali, amministrazioni pubbliche e altri attori sociali.

Lo sviluppo aziendale e la trasformazione sociale non devono comunque essere letti come un trade off, cioè uno a scapito dell’altro, bensì due fattori che si rafforzano a vicenda. Senza strategie di crescita coerenti con la sua missione sociale, l’impresa sociale è destinata – come è già in parte successo – ad essere assorbita nella logica mainstream del mercato e dello Stato. La variabile che meglio sintetizza questo elemento di tensione organizzativa e in senso lato culturale è la finanza. Da una parte quella mainstream orientata ad operare attraverso investimenti caratterizzati da obiettivi intenzionali di “impatto sociale” trasformativo e non solo a sostegno del (social) business as usual.

Dall’altra le risorse finanziarie che aggregano capitali dal basso attraverso piattaforme territoriali e digitali. In sintesi, comunque la si consideri e valuti, la finanza è un potente driver di trasformazione dell’impresa sociale: sostiene la sua propensione all’innovazione trasformativa, sollecita i modelli di crescita e gli assetti di governance e, non da ultimo, contribuisce a dilatare il perimetro stesso dell’impresa sociale attraverso modelli che declinano in modi diversi, al limite quasi opposti, la dimensione “capital intensive” di questo modello d’impresa.

Definire l’agenda: un approccio multi-stakeholder e dialogico per ridefinire la conoscenza come bene comune

L’affermarsi di una “società della conoscenza” ha generato un contesto nel quale lavoro e riproduzione sociale si esprimono sempre più in forma simbiotica attraverso intelligenze collettive che spesso agiscono in spazi informali attraverso meccanismi di cooperazione sociale che si collocano al di fuori del contesto di proprietà privata tipico della società capitalista (Fumagalli et al., 2018).

Come già successo in altri ambiti, l’impresa sociale può agire, da una parte, abilitando la capacità di governo delle comunità che operano in questi spazi alternativi e dall’altra integrando la conoscenza come fattore economico all’interno di catene di produzione del valore che rispondono a obiettivi di interesse collettivo. Il rapporto con nuove aree di conoscenza che portano uno sguardo critico (ecofeminismo o “new commons”) e la questione dell’epistemologia diventano centrali per poter creare questo nuovo sguardo.

Forse ai lettori possono venire in mente alcuni esempi locali, ma è probabile che le imprese sociali che si occupano di ricerca per la trasformazione della società in chiave di equità soffrano di una invisibilità endemica perché si collocano negli interstizi dei processi di community building che avvengono all’interno di modelli aziendali tradizionali o anche di burocrazie pubbliche.

D’altro canto le sempre più numerose esperienze di rigenerazione sociale di luoghi di interesse collettivo definiscono un ambito di analisi e di azione che riguarda anche l’evoluzione dei processi di co-produzione della conoscenza genuinamente condivisa (Sacchetti et al., 2017).

Ad esempio, possono essere osservati processi dialogici e relazionali dai quali scaturiscono meccanismi di coordinamento cooperativo all’interno di comunità caratterizzati da un’accentuata diversità interna. Possono inoltre essere meglio compresi i ruoli di community management attraverso azioni su base culturale intraprese da organizzazioni e professionisti.

Infine possono essere individuate nuove forme di risorse intangibili che possono costituire il patrimonio intorno al quale si costruiscono nuove imprese sociali in grado di operare come piattaforme, abilitando altre iniziative e attività non necessariamente sociali in senso formale ma certamente coerenti rispetto a nuovi modelli di economia sociale, dotandoli quindi di una conoscenza e cultura proprie.

In conclusione vi sono due importanti sfide che la ricerca nel campo dell’impresa sociale e dell’innovazione sociale è chiamata ad affrontare. La prima riguarda l’effettiva partecipazione degli stakeholder e la seconda l’effettivo ingaggio della politica, contribuendo così a riconfigurare la ricerca come un più ampio e composito ecosistema che si inserisce tanto nella società nel suo complesso quanto all’interno della comunità accademica.

In questo modo è possibile creare le condizioni per rispondere a domande classiche come: “qual è il vero impatto della ricerca finanziata dall’Unione Europea nell’ambito dell’impresa sociale, del terzo settore e dell’innovazione sociale delle policy?”. Ma un recente paper è andato oltre, chiedendosi provocatoriamente “ha ancora senso restituire i risultati di ricerca attraverso raccomandazioni senza ottenere un riscontro dai destinatari?” (Eschweiler, Nogales, 2018).

In realtà, la strategia di ricerca sembra focalizzarsi sul livello organizzativo, sulla diffusione e la scalabilità (Moulaert et al., 2017), ma si stanno progressivamente affermando anche policy brief relativi a vari progetti, che enfatizzano la funzione democratica e partecipativa delle iniziative a cui partecipa la società civile e le relative raccomandazioni per rafforzarle.

In sintesi una possibile alternativa, come suggerito in precedenza, potrebbe consistere nella creazione di nuovi spazi dove la co-creazione e i processi che la accompagnano – anziché limitarsi a definirle ed osservarle – costituiscono il fulcro di tutte le azioni di ricerca. Considerata la mancanza di reti di ricerca con un raggio d’azione internazionale sui vari temi che gravitano intorno all’innovazione sociale, vale la pena mettere in pratica l’idea di una piattaforma multi-stakeholder aperta in cui si rende evidente una semplice ma efficace sequenza di obiettivi, metodologie e processi secondo meccanismi di co-creazione.

In questo modo, sarà possibile promuovere la convergenza tra processi dal basso e la capacità di assorbimento in termini organizzativi, senza i quali la società civile corre il rischio di essere marginalizzata lasciando così inutilizzate importanti risorse cognitive, tecnologiche ed economico-finanziarie che potrebbero essere mobilitate per rispondere alle sfide poste dai cambiamenti epocali della nostra società.

Bibliografia

Brandsen T., Ecchia G., Eschweiler J., Hulgård L., Nogales, R. (2016), Co-creating a Social Innovation Research Agenda for Europe, Social Innovation Europe / EMES Network.

Commissione Europea (2016), Social Enterprises and their Eco-systems: Developments in Europe, European Commission, Brussels.

Eschweiler J., Nogales R. (2018), “Exploring multi-stakeholder dialogue: The role of research translators in connecting social enterprise research, policy and practice”, paper presentato alla XIII International Society for Third Sector Conference, Amsterdam.

Fisher M. (2009), Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books (tr. Fisher M. (2018), Realismo capitalista, Nero Editions, Roma).

Fumagalli A., Giovannelli G., Morini C. (2018) (a cura di), La rivolta della cooperazione. Sperimentazioni sociali e autonomia possibile, Mimesis, Roma.

López Petit S. (2009), La movilización global. Breve tratado para atacar la realidad, Traficantes de Sueños, Madrid.
Moulaert F., Mehmood A., Mac Callum D., Leubolt B. (2017) (eds.), Social Innovation as a Trigger for Transformations. The Role of Research, European Commission, Bruxelles.

Nicholls A., Simon J., Gabriel M., Whelan C. (2015) (eds.), New Frontiers in Social Innovation Research, Palgrave, London.

Sacchetti S., Christoforou A., Mosca M. (2017) (eds.), Social Regeneration and Local Development. Cooperation, Social Economy and Public Participation, Routledge, London.

Turrini M., Chicchi F. (2013) “Precarious subjectivities are not for sale: the loss of the measurability of labour for performing arts workers”, Global Discourse, 3(3-4), pp. 507-521.


Immagine di copertina: ph. Jon Tysond a Unsplash

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