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19 Maggio 2016

Il contemporaneo come innovazione per un futuro non simulato.

Il contemporaneo simulato

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L’urgenza del contemporaneo è quella di indagare il sommerso, la zona adopelagica dell’oceano in cui si muovono le inerzie invisibili di connessione del tutto. La società umana genera ordini di relazioni molto complesse, che dal piano dell’immaginario sfociano nel concreto e viceversa. Jean Baudrillard è tra i più grandi indagatori di queste inerzie, colui che più di altri intuisce il sostanziale, gli snodi decisivi della contemporaneità. Da lui proviene il concetto di simulazione, una forma di società iperreale nella quale, allo stato avanzato del capitale e della produzione che travalicano della riproduzione, in tutti i campi la realtà perde le sue finalità e diviene il risultato di modelli generativi, che funzionano secondo codici in perenne aggiornamento e modulazioni di differenze. Il concetto di simulazione è esaustivo e onnicomprensivo, sebbene i suoi confini siamo sfumati: la simulazione genera la realtà e la realtà la simulazione. Fuori dal concetto di simulazione, non ha più senso alcuna analisi del presente, perché appartiene a un ordine di senso, inferiore e sorpassato.

Ma com’è possibile perpetuare la forza generativa del codice senza interruzioni?

È possibile, naturalmente, grazie ai media. Il concetto di simulazione è già insito e percepito in Debord, sin dal punto 1 de La società dello spettacolo, anche se Debord decripta solo parzialmente il discorso sull’ordine dei simulacri. Debord scrive:

Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione, si presenta come un’immensa simulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.

Oppure, al punto 3:

Lo spettacolo si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come una parte della società, e come strumento di unificazione. In quanto parte della società esso è espressamente il settore che concentra ogni sguardo e ogni coscienza. Per il fatto stesso che questo settore è separato, è il luogo dell’inganno dello sguardo o il regno della falsa coscienza; e l’unificazione che esso compie non è altro che un linguaggio ufficiale della separazione generalizzata.

O ancora al punto 4:

Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini.

E naturalmente, al punto 9:

Nel mondo realmente rovesciato il vero non è che un modello del falso.
Nei media, in altre parole, è collocata la sempiterna rappresentazione dei modelli generativi, che altrimenti non troverebbero altra collocazione.

L’avvento dei social network in quest’ottica conduce a uno stadio di avanzamento del meccanismo di simulazione, rendendolo bidirezionale e ancora più efficace. Ancora una volta la tecnologia si fa medium, e nel nome della proliferazione indiscriminata che trova anch’essa una collocazione fisica, lo sterminio del valore diventa un modello generativo esso stesso. Interpretando la tecnologia dei social secondo un codice, tutti gli individui, volenti o nolenti, diventano potenzialmente sottocodici dei modelli principali: tale casistica è già stata da me affrontata più in dettaglio in questo scritto pochi giorni dopo l’attentato di Parigi e del conseguente dibattito mediatico che ne seguì, e che funzionò, non poteva essere altrimenti, come esempio di simulazione perfetta.

Simbolicamente, la ratificazione del passaggio al terzo ordine di simulacri è l’abolizione del sistema monetario aureo il 15 agosto del 1971. Se un tempo era il linguaggio il minimo comune denominatore sei rapporti di senso, col tempo il suo ruolo è passato al denaro. 15 agosto 1971 dunque. Fine degli accordi di Bretton Woods. Fine della convertibilità del dollaro in oro.
Coinvolgendo nel discorso questo evento, sempre ne Lo scambio simbolico e la morte, Baudrillard, scrive:

Emancipazione del segno: svincolato da quell’esigenza ‘arcaica’ che aveva di designare qualcosa, esso diventa infine libero per un gioco strutturale, o combinatorio, secondo una indifferenza e una indeterminazione totale, che succede alla precedente regola di equivalenza determinata. Medesima operazione al livello della forza-lavoro e del processo produttivo: l’annientamento di qualsiasi finalità dei contenuti di produzione permette a questa di funzionare come un codice, e al segno monetario, per esempio, di evadere in una speculazione indefinita, al di fuori di qualsiasi riferimento a un reale di produzione o persino a un tallone aureo. La fluttuazione delle monete e dei segni, la fluttuazione dei ‘bisogni’ e delle finalità della produzione, la fluttuazione dello stesso lavoro – la commutabilità di tutti questi termini che si accompagna a una speculazione e a un’inflazione senza limiti (si è veramente nella “libertà totale”: disaffezione, disobbligazione, disincanto generale: è ancora una magia, una specie di obbligazione magica che teneva il segno incatenato al reale; il capitale ha liberato i segni da questa ‘ingenuità’ per abbandonarli alla circolazione pura).

È dunque ancora il capitale l’unico segno pesante che resiste? L’unico principio di realtà ancora attivo?

Sì, a patto di considerarlo un modo di dominazione:

Se invece il capitale è un “modo di dominazione”, allora vi siamo sempre dentro, perché questa legge strutturale del valore è la forma di dominazione sociale più pura, illeggibile, come il plusvalore, senza referenze ormai in una classe dominante o in un rapporto di forze, senza violenza, interamente riassorbita senza una traccia di sangue nei segni che ci circondano, ovunque operativa nel codice in cui il capitale tiene infine il suo discorso più puro, al di là dei dialetti industriali, mercantili, finanziari, al di là dei dialetti di classe, che teneva nella sua fase ‘produttiva’. Violenza simbolica ovunque inscritta nei segni, e persino nei segni della rivoluzione. La rivoluzione strutturale del valore annienta le basi della “Rivoluzione”. La perdita dei referenziali colpisce mortalmente anzitutto i referenziali rivoluzionari, che non trovano più in nessuna sostanza sociale di produzione, in nessuna verità della forza-lavoro la certezza d’un rovesciamento. Perché il lavoro non è più una “forza”, è diventato “segno” tra i segni. Si produce e si consuma come tutto il resto. Si scambia con il non-lavoro, il tempo libero, secondo un’equivalenza totale, è commutabile con tutti gli altri settori della vita quotidiana. Né più né meno ‘alienato’, non è più il luogo d’una ‘prassi’ storica particolare che genera particolari rapporti sociali. Non è più, come la maggior parte delle pratiche, che un insieme di operazioni segnaletiche.

In altre parole, nulla è più anarchico del capitale.

Sul piano individuale, dei rapporti quotidiani, avviene così che il censo, ovvero il denaro, funge da unico principio di realtà, o per meglio dire è l’unico strumento che permette ancora di accedere al principio di realtà. Il censo funge da differenziale gerarchico e classificatorio. Il censo è l’obiettivo segreto di chi si nasconde dietro i modelli. Il censo, ovvero il denaro, è l’unica forza a innescare processi concreti e non soltanto aleatori. Il censo, ovvero il denaro, è l’unico principio liberatorio dalla dittatura dei modelli, in quanto generatore di possibilità fuori dalla simulazione e dentro la simulazioni.

Il capitale si accontenta di estendere la sua legge con una sola mossa, occupando inesorabilmente tutto lo spazio della vita, senza occuparsi di priorità. E ha messo la gente al lavoro, e l’ha messa anche alla cultura, l’ha messa ai bisogni, l’ha messa al linguaggio e agli idiomi funzionali, all’informazione e alla comunicazione, l’ha messa al diritto, alla libertà, alla sessualità, l’ha messa all’istinto di conservazione e l’ha messa all’istinto di morte: l’ha ammaestrata ovunque contemporaneamente secondo miti opposti e indifferenti. E la sua sola legge: l’indifferenza. Gerarchizzare delle istanze? Gioco troppo pericoloso, che rischia di ritorcerglisi contro. No: livellare, neutralizzare, incasellare, indifferenziare, ecco cosa sa fare, ecco come procede secondo la sua legge. Ma anche dissimulare questo processo fondamentale, sotto la maschera ‘determinante’ dell’economia politica.

Essere contemporanei, è leggere il mondo a partire da questa unità di misura così fondamentale.

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