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12 Maggio 2016

Il contemporaneo sommerso

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L’intervallo di risonanza, l’istante che accompagna l’incedere del tempo percepito? Cosa accade di invisibile sotto il fenomenico proliferante? Nessuno indaga il sommerso, le correnti che dalle zone adopelagiche producono effetti fino alla superficie del mare. Se essere contemporanei, davvero contemporanei significa scegliere di non parlare se non attraverso l’antidoto poetico del linguaggio autentico, dell’arte, delle opere, è il sommerso, il non visibile l’obiettivo del linguaggio. Non perché indagarlo possa considerarsi fattivamente efficace. Ma perché è, attualmente, l’unica forma di alterità, l’unica forma di vitalità possibile.

“Le cose hanno trovato un modo di sottrarsi alla dialettica del senso, che le tediava: quello di proliferare all’infinito, di potenziarsi, di passar il limite della loro essenza in una crescita fino agli estremi, in un’oscenità che per esse sta ormai in luogo di finalità immanente, e di ragione insensata”.

Inizia così “Le strategie fatali”, opera tra le più magnetiche di Jean Baudrillard, nella quale la materia oscura da provare a rendere manifesta è l’energia, o per meglio dire l’inerzia che regola i rapporti tra uomo e immaginario, e di conseguenza tra uomo e meccanismo sociale.

L’intuizione di Baudrillard è senz’altro vera, e il risultato della proliferazione è un’impasse generalizzata.

Esiste una percezione generale condivisa tra chi non si è ancora del tutto autodestituito del proprio senso critico mortificandosi in prodotto del gioco generativo dei modelli, coadiuvata dalla sensazione di vivere in un mondo ormai immutabile attraverso l’azione, fermo, immodificabile nella sostanza, nel quale tutto è sostanzialmente indecidibile: e inoltre che in tutti i campi sia sempre più in voga lo schema di un rapporto sociale fondato sullo sterminio del valore.

Cosa si intende per sterminio del valore?

Significa che i rapporti sociali, e ancora più in generale, lo scambio tra tutte le informazioni che riguardano i più svariati campi di applicazione del potenziale umano (e che poi determinano i comportamenti individuali e collettivi, e infine, il funzionamento della società), appaiono di colpo non più regolati da una concettualizzazione lineare (quella tipica, secondo McLuhan, dell’universo visivo da Euclide al contemporaneo), né secondo logiche di senso rigide e riconoscibili in base a dei criteri condivisi, e né, ancora, appaiono riconducibili a un paniere di valori/ideali/ etici o morali riconosciuto dalla maggioranza, entro il quale gli scambi possano avvenire secondo rapporti di scambio, o almeno regolati da un principio di realtà che interconnetta significanti e significati.

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Anish Kapoor Sky Mirror, Red

In verità, il valore esiste ancora, ma solo a livello formale, solo come simulacro.

Così dovrebbe essere ma non è, si sente come refrain ovunque, come unica critica possibile al sistema.

Nelle valutazioni individuali sul mondo ha preso piede l’abitudine di fare i conti con tale perenne discrasia, che tuttavia, a causa della tendenza psicologica intrinseca dell’uomo a eludere le dissonanze cognitive nel nome di una pretesa coerenza nei sistemi di senso che si fronteggiano, è scambiata per un errore, per una deriva temporanea, o peggio per un qualunquistico degrado, piuttosto che essere percepita come l’indizio chiaro che esistono energie più sotterranee a regolare i meccanismi della società. Servirebbe una nuova teoria sociale dettagliata.

In effetti, l’ambiguità è una cifra tipica della realtà: e i meccanismi di funzionamento delle società avanzate ben si prestano a utilizzarla come ulteriore strumento di mimesi.

Il valore, infatti, esiste ancora come simulacro: sul piano individuale è percepito, si potrebbe dire, come un ricordo nostalgico, come un’utopia radicale per anime belle o integralisti, o come un diritto perduto. Sul piano collettivo invece, è sterminato come regolatore dei rapporti concreti, ma è perennemente rievocato come modello di simulazione.

E come si genera questa discrasia? Come è possibile che si perpetui indisturbata? Com’è possibile che la società funzioni come un intrico di modelli di simulazione, ovvero che siano i modelli, secondo i propri codici, a trionfare sui rapporti concreti e a tenerli in gabbia?

È necessario un excursus ermeneutico, un passo indietro riassuntivo.

Sempre Baudrillard, ne Lo scambio simbolico e la morte, opera del 1976, traccia una storia dei simulacri in base a come sono cambiati parallelamente alle mutazioni della legge del valore.

Accade che:

– La contraffazione è lo schema dominante dell’epoca classica dal Rinascimento alla rivoluzione industriale.

Questo ordine sostituisce quello medioevale, rigido e di casta. Avviene la destrutturazione dell’ordine feudale e l’affermazione dell’ordine borghese: in una società di caste non esiste moda e l’assegnazione è totale, non esiste la mobilità di classe e vi è una totale rispondenza simbolica tra significanti e significati; l’interruzione dello schema è considerato sacrilegio o magia nera. La stregoneria. Con l’affermazione dell’ordine borghese, muoiono i rapporti di reciprocità inviolabile tra persone, e con essi, i segni obbligati. I segni iniziano a proliferare rimandando a universi disincantati dei significati, che restano come denominatori comuni della realtà verso cui non si hanno più obblighi. I valori/segni di prestigio passano da una classe all’altra, e si entra nella contraffazione. Nasce il falso, il teatro s’impadronisce di tutta la vita sociale, lo stucco diventa la materia attraverso cui l’uomo opera la transustanziazione della natura, e la contraffazione diventa la nuova metafisica dell’uomo rinascimentale, che mira all’impresa prometeica di imitare la creazione attraverso una materia unica. Si prepara, nei secoli a venire, l’entrata nel secondo ordine di simulacri che coincide con la rivoluzione industriale. Infatti:

– La produzione è lo schema dominante dell’era industriale.

Con la sviluppo tecnologico, accade che il problema della singolarità o dell’autenticità degli oggetti e di conseguenza dei segni non si pone più. Contraffarre non serve: è sufficiente produrre in serie su larga scala. La stessa possibilità di due oggetti identici modifica i rapporti, segni e oggetti non hanno più senso se non nella dimensione del simulacro industriale. Walter Benjamin coglie per primo, in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, le implicazioni essenziali del principio di riproduzione. La tecnica diventa medium quando il lavoro morto (automatizzato) prevale su quello vivo: quando cioè, prevale sulla forza lavoro e quando termina la fase dell’accumulazione primitiva. Subentra qui un nuovo ordine di simulacri, quello dei modelli automatizzati secondo i propri codici, in imitazione dei processi di produzione automatizzati. Tutte le forme cambiano quando non sono più meccanicamente riprodotte, ma concepite a partire dalla loro stessa riproducibilità.

contemporaneo

Anish Kapoor C-CurvePhoto by Dave Morgan

Ciò conduce ai simulacri dii terzo ordine, dove:

– La simulazione è lo schema dominante dell’era attuale, retta dal codice.
Nei simulacri di terzo ordine, non serve più la contraffazione, e nemmeno la produzione in serie pura: ci sono solo modelli da cui procedono tutte le forme secondo modulazioni di differenze, determinate da codici e sottocodici.

Questa mutazione storica e sociale è leggibile a tutti i livelli. L’era della simulazione è così ovunque aperta dalla commutabilità dei termini un tempo contraddittori o dialetticamente opposti. Ovunque la medesima ‘genesi dei simulacri’: commutabilità del bello e del brutto nella moda, della sinistra e della destra in politica, del vero e del falso in tutti i messaggi dei media, dell’utile e dell’inutile al livello degli oggetti, della natura e della culturale tutti i livelli della significazione. Tutti i grandi criteri umanistici del valore, quelli di tutta una civiltà del giudizio morale, estetico, pratico, si cancellano nel nostro sistema d’immagini e di segni. Tutto diventa indecidibile: è l’effetto caratteristico della dominazione del codice, che ovunque riposa sul principio della neutralizzazione e dell’indifferenza.

Un esempio molto evidente ce lo serve su un piatto d’argento l’attualità.

Prendiamo per esempio il recente referendum. Se proviamo ad analizzare ciò che è accaduto intorno al referendum sulle trivellazioni a partire del principio di realtà, otteniamo le risposte tipiche: mancanza di senso a partire dallo stesso quesito, dire sì se non si vogliono, dire no se si vogliono, per non parlare degli infiniti distinguo (gli anni di contratto e le miglia distanza dalla costa, delle dichiarazioni dei rappresentanti politici, dell’ostilità informativa su un tema di particolare interesse ai più grossi organismi dell’establishment, mancanza di partecipazione culturale, politica, etica, proliferazione indiscriminata delle opinioni.

Tutto molto lontano dall’idea di funzionamento che abbiamo di uno strumento come il referendum secondo il modello di un qualsiasi libro di educazione civica, che tuttavia è quello cui siamo legati.

E infatti il modello resta. Sebbene chiaramente fallimentare alla prova dei fatti, resta. Resta come simulazione. È sul modello, e non sulla realtà che moduliamo le nostre azioni. Se invertiamo il processo di analisi, e partiamo dal modello, si ritrova magicamente una linearità, tutto sotto il segno della simulazione. Il referendum viene effettivamente fatto ma è una simulazione (qualunque sia il suo esito sono già pronte le contromosse perché si concretizzi la volontà dell’establishment, secondo i criteri del censo e del presidio fisico dei centri di poteri, unici principi di realtà realmente attivi e interconnessi) si scatena una simulazione di dibattito pubblico simulato, si discute in termini assolutamente semplificati, inefficaci, lontani dalla verità profonda della decisone da pendere, e sono simulazione persino gli esiti strumentalizzati. Il valore sostanziale del referendum è totalmente sterminato, e resiste solo come simulacro.

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Anish Kapoor – untitled 2009 | Stainless steel

Sarebbe molto interessante uno studio a scopo di catalogazione su codici e sottocodici settore per settore, ma non è questa la sede.

In generale, se analizziamo il sistema politico come modello, nella sua forma binaria, sinistra indistinguibile dalla destra in un principio di alternanza di governo, e a corredo alcune compagini estremiste (il modello deve scongiurare la messa in mostra della sua operatività perfetta), si può facilmente intuire il suo principio di simulazione. Le modulazioni di differenze sono per l’appunto i sottocodici, le figure schematiche che compongono il modello: l’ambientalista, il tycoon, l’innovatore, il rottamatore, il garantista, il giustizialista. I sottocodici sono cangianti, ma non cambia il meccanismo generativo: è il codice che ingabbia la realtà, mai la realtà che sovrasta il codice. Non esiste più deroga alla legge del simulacro, perché i modelli scartano a priori, appena possibile, come regola stessa del codice, i trasgressori.

Se analizziamo il dibattito pubblico sui media allo stesso modo, ovvero ammettendo la sterminazione del valore sostanziale e partendo dal principio di simulazione, si vede chiaramente come esso segua pedissequamente lo stesso principio binario. Tesi e antitesi sotto l’egida della proliferazione, sempre, affinché tutto sia indecidibile attraverso la moltiplicazione e la manipolazione delle informazioni. Ogni tema d’attualità viene declinato secondo il modello predefinito, secondo un codice ripetitivo che prevede solo, come sempre, piccole modulazioni di differenze. Il valore è sempre evocato come simulacro, meno che mai agisce come principio sostanziale.

Anche le istanze culturali, come cinema e letteratura non fanno eccezione, anzi; non esistono più riconoscimenti che valutano le opere a partire dal loro valore sostanziale, secondo una continuità con la storia della cultura, (il continuum, l’esistenza simultanea tra tradizione e contemporanei di T.S. Elliot); esistono solo modelli generativi “istituzionali”, che si possono facilmente indossare nella proliferazione indiscriminata, o sottocodici più strutturati che dipendono anche in questi casi da redditi di posizione (sottocodici dei premi letterari o della critica retti da ragioni commerciali o di casta) o dall’effettivo presidio fisico delle istituzioni culturali. In queste aree dove la posta in palio è l’immaginario o quel che ne resta, anzi, la simulazione, secondo la messa in scena volontaria o passiva dei modelli è particolarmente indiscriminata.

Ovunque, nei territori condivisi, sterminio del valore nel nome della forza generativa dei codici.

Sul piano reale, su quello dei rapporti concreti, invece accade l’esatto contrario: sembra che l’inerzia generale sia il frutto di una schizofrenica e indistinta proliferazione di senso a somma zero (un misto tra le caratteristiche tipiche del funzionamento degli universi “acustici” verso cui la società ritorna e i nuovi comportamenti tecnologici, ovvero uno stadio tribale-medioevale-elettronico).

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