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13 giugno 2018

Le contraddizioni del lavoro sociale secondo Kazuo Ishiguro

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Come raccontare il senso e le contraddizioni del lavoro sociale oggi, inteso come lavoro di relazione e di cura nel contesto di una società del capitalismo avanzato, che vive una così schizofrenica relazione con la dimensione della cura?

Per limitarsi ad alcune sue declinazioni: cura come fattore produttivo di capitale umano da mettere a valore in maniera sempre più sottile e pervasiva; cura come sfera privata disinteressata, sottratta a ogni regolamentazione e rendicontazione pubblica; cura come costo, ramo secco da tagliare in una società votata alla competizione senza limiti; cura come settore iper-precario del mercato del lavoro; cura come nuova frontiera dell’investimento e dell’accumulazione di ricchezza attraverso sofisticati strumenti finanziari. Come rendere conto della contraddizione tra l’unicità di ogni particolare vita umana e i processi di selezione basati sulla classe sociale, sulla razza e sul genere all’opera nella società – processi che tendono a rendere indifferenziati, interscambiabili e irrilevanti i percorsi di chiunque sia nato nella parte sbagliata della città e del Paese? Come rendere vivo e urgente il nesso tra questa disumanizzazione riservata ad alcuni e la conseguente disumanizzazione di tutti noi?

lavoro sociale

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Ancora più nel profondo: come chi lavora nella relazione con queste persone e queste classi sociali può rendere questa contraddizione vitale e dinamica (non scrivo generativa per orrore della letteratura correlata)? Come instaurare e coltivare nel cuore delle istituzioni che sanciscono questo processo di disumanizzazione relazioni che lo sovvertano?

Assistenti e donatori

Il romanzo –Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006, titolo originale Never let me go) – narra le vicende di un gruppo di ragazzi, e in particolare di tre di loro, attraverso la voce e i racconti a posteriori di una delle tre, l’unica sopravvissuta, che inizia a scrivere alla vigilia di un passaggio epocale della sua vita. Dopo quasi dodici anni vissuti viaggiando in lungo e in largo per l’Inghilterra come assistente (carer), Kathy H., la trentunenne narratrice, si appresta a diventare, come già prima i suoi più cari amici, donatrice (donor). La sua carriera è stata un successo, tanto da poter continuare il mestiere a lungo come poche altre donne e uomini della sua condizione, ma ora è venuto il tempo di attraversare il confine. La sua condizione è quella di svariate centinaia di creature della sua generazione che vengono cresciute in collegi sparsi per il Paese con il solo scopo di fornire, una volta adulti, organi da donare per la cura di altre donne e uomini. Corpi cresciuti e curati per essere gradualmente svuotati, donazione dopo donazione, a favore di coetanei privilegiati, ammalati ma decisi a non morire della loro malattia, lasciando questa sorte ai protagonisti del romanzo, invece, sanissimi. La vita di questi giovani, finito il periodo in collegio con la fine dell’adolescenza, è segnata: un periodo di tempo variabile come assistenti dei loro pari più avanti nel ciclo della vita e della morte e poi l’ingresso nel mondo dei donatori. Studente, assistente, donatore: sono questi tre ruoli a scandire la vita dei protagonisti del romanzo. Individui cresciuti nell’orizzonte e nell’obbligo della donazione.

Donors, loro

La parola suonerà famigliare a chi lavora nel campo delle politiche sociali e, ancora di più, della cooperazione allo sviluppo e a chi se ne occupa a vario titolo. I donors, donatori, popolano questi mondi da decenni e da qualche anno la loro presenza è sempre più pervasiva. Individui e istituzioni che – nel contesto di risorse sempre più limitate e insufficienti da parte delle istituzioni pubbliche – mettono a disposizione le cospicue fortune accumulate nel corso del tempo (indagare sul come ci porterebbe troppo lontano) per finanziare servizi di cura rivolti ai poveri e gli impoveriti del nord e del sud del mondo. Ma anche, più di recente: “nuove strategie dei donors”. I nostri benefattori si chiedono se, in buona sostanza, non farebbero meglio a chiederci indietro i soldi che ci danno, magari con dei tassi di interesse ridotti, piuttosto che regalarceli. Si chiama “filantropia di impatto” e si propone come uno dei motori dell’innovazione sociale che avanza. Così tutti dobbiamo cercare di mostrarci capaci e responsabili nei confronti dei nuovi donors, rendicontare le nostre attività con report scintillanti e numeri convincenti, mostrarci maturi imprenditori e non bambini che aspettano il regalo del nonno ricco. Poche le voci che si levano a ricordare che queste nuove strategie sono vecchie quanto il capitalismo e anche di più e che la filantropia, come il dono studiato dagli antropologi cent’anni fa, è un campo pieno di ambivalenze e contraddizioni. Contraddizioni che si articolano sul piano socio- economico e su quello relazionale. Perchè si dona? Cosa ottiene il donatore in cambio? In che posizione si trova chi riceve?

Quale è il sottotesto di questo scambio? Quale rapporto di forza e di obbligazione prefigura per il futuro?

Donors, noi

Ma ancora non basta. Perchè, come nel libro, siamo tutti chiamati a diventare donors. Siamo continuamente invitati a donare. Dalle mobilitazioni per le più diverse catastrofi cosiddette naturali alle campagne sociali promosse da tv e imprese: alla cassa del supermercato come alle macchinette per fare i biglietti nelle stazioni ferroviarie. Talvolta viene stuzzicata la nostra generosità, talaltra il nostro senso di colpa, mettendo così in luce l’intreccio tra il dono e un altro pilastro delle retoriche quotidiane, ovvero il debito: il dono instaura un rapporto di debito-credito destinato a non esaurirsi mai. Per esempio, nell’approccio cosiddetto “generativo” al welfare, si sostiene che, in cambio del sussidio, il cittadino in carico ai servizi sociali debba donare del tempo per “restituire” alla comunità quanto ricevuto. Ugualmente, nel campo del lavoro sociale, non sono poche le cooperative e le imprese sociali che, se da un lato fanno a gara per dimostrare una capacità e un cinismo imprenditoriali che non hanno nulla da invidiare a quella del settore for-profit, dall’altra chiedono in modo esplicito prestazioni non pagate ai propri dipendenti, ore donate.

A sancire la centralità del dono nelle nostre società, si registra poi la diffusione di enti e fondazioni che, sotto la denominazione di intermediari filantropici, si adoperano per facilitare la nostra attività donativa, monitorando il numero di anziani soli i cui lasciti potrebbero essere intercettati dal settore Non-Profit e mettendo in contatto donatori e organizzazioni in cerca di fondi.

Per completare il quadro, la nostra attitudine a donare viene da qualche anno misurata e incoraggiata attraverso strumenti di rilevazione e valutazione. Indici della generosità, analisi dei trend, comparazioni internazionali: siamo un popolo abbastanza generoso? Come potremmo diventarlo di più? Come una nuova legge potrebbe “scatenare il potenziale” per la donazione presente nel Paese? Troviamo qui le implicite teorie dell’altruismo come egosimo e dell’immediato vantaggio, anche scale, che la donazione porta con sé (si veda per esempio Vita del dicembre 2017: Italy Giving Report. Donare conviene sempre di più. La riforma del Terzo Settore mette in campo nuove agevolazioni. Intanto sono stati superati i 5 MLD di donazioni individuali).

Dunque la prima suggestione che viene dalla lettura del libro deriva dalla ricollocazione in uno scenario distopico di due parole, cura e dono, così ambigue eppure così univocamente invocate nella nostra quotidianità.

Rovesciamenti

Nel romanzo tuttavia il rapporto tra donatore e assistente si rovescia. Il donatore non è il finanziatore, che permette e determina – a monte – la strutturazione e l’organizzazione del lavoro di cura, ma è il paziente sofferente che riceve – a valle – tale lavoro di cura.

Gli assistenti parlano dei propri donatori riferendosi alle persone di cui si prendono cura. In quel propri c’è una grande ambiguità. Da un lato questo esprime il meccanismo di assegnazione reciproca che lega donatore e assistente – quante volte capita di sentire un educatore parlare dei “suoi” ragazzi e, dalla prospettiva opposta le persone variamente in carico a strutture educative parlare del “loro” educatore – ma dall’altra suggerisce anche il fatto che l’assistente riceve qualcosa dal donatore. Il donatore è tale perché dona i propri organi a un terzo soggetto, il cittadino “normale” che resta invisibile nella narrazione e sul quale torneremo più avanti, ma dona qualcosa anche all’assistente, a colui che gli dà, gli offre, le sue cure.

Più nello specifico, in uno schema che ricorda quello delle Mille e una notte, l’assistente ottiene, assistenza dopo assistenza, donazione altrui dopo donazione altrui e perfino morte altrui dopo morte altrui, una dilazione del proprio ingresso nell’universo dei donatori. Più cura, più rimanda il momento in cui dovrà superare il con ne e iniziare a donare. Questo rovesciamento permette di vedere meglio due cose. Innanzitutto ci ricorda che una condizione essenziale del lavoro di cura è l’identificazione di qualcun’altro che vive in uno stato di bisogno. L’esistenza del paziente, del malato, del “bisognoso” trasformato in utente o cliente dei servizi, è la condizione necessaria per l’esistenza dell’assistente, lavoratore della cura. Solo a quel punto l’assistente può “donare” il suo aiuto. Ma, di nuovo, a quale prezzo nella relazione? Con quali rapporti di forza e obbligazioni reciproche? Se queste domande, e alcune provvisorie risposte, fanno parte del bagaglio di formazione del lavoratore sociale, e se alcuni dispositivi come la formazione continua e la supervisione, dovrebbero garantire la vigilanza e l’attenzione in questa direzione, la pratica quotidiana mostra una notevole superficialità e la diffusa sterilizzazione di questi dispositivi a vantaggio di modi di pensare e di agire basati sul presunto “buon senso” dell’operatore.

Curare per non morire

Questo ci porta nel cuore della concreta pratica odierna del lavoro sociale e a un secondo aspetto del rovesciamento di ruoli, ovvero al fatto che sempre più spesso le condizioni di fragilità sociale di cui gli operatori si prendono carico assomigliano a quelle che loro stessi vivono. La precarizzazione del lavoro sociale su cui il Terzo Settore ha costruito una parte importante della propria fortuna e del proprio prestigio ha condotto a una situazione in cui si può dire che il lavoratore sociale, per le sue condizioni di lavoro, per la sempre più fragile soglia tra lavoro retribuito e “volontariato obbligatorio”, per il logoramento che il peggioramento dei servizi opera sui propri operatori, assomiglia sempre di più alle persone di cui si prende cura. In questo senso ricorda la condizione di Shahrazad e degli assistenti del romanzo di Ishiguro, ovvero la condizione di chi cura per non morire, di chi deve necessariamente, con intelligenza e astuzia, perpetuare il bisogno e il desiderio dell’altro – bisogno e desiderio che l’altro nutre nei suoi confronti – per sopravvivere. La distinzione rigida dei ruoli, l’oggettivazione dell’altro secondo categorie assistenziali e/o patologiche, rappresenta dunque l’ultima garanzia contro la degradazione della mia condizione. Finchè lui è paziente e io assistente, sarò dispensato dalla definitiva caduta nella condizione di paziente. Sta forse qua una radice del degradarsi del lavoro sociale a lavoro meramente assistenziale in cui le gerarchie tra chi riceve e chi offre la prestazione di cura vengono accuratamente nascoste soltanto per essere riconfermate. Nel contesto di servizi pubblici e privati che lavorano in condizione di risorse gravemente insufficienti si registra una regressione culturale e professionale che produce relazioni paternalistiche tra operatore e utente e che, dietro il velo della carità e dell’umanitarismo, riproduce e conferma continuamente la divisione dei ruoli tra i due. Una divisione tanto più necessaria perché rappresenta l’ultimo baluardo alla definitiva degradazione del lavoro sociale. Come nel romanzo, l’identità di carer è l’ultimo argine prima della caduta nel ruolo di donor, il donatore che è anche il destinatario delle cure.

L’istituzione e l’invisibile

Eppure questo tradimento delle promesse emancipative del lavoro sociale appare, giorno dopo giorno, perfettamente naturale. Di più: tutte le ambiguità richiamate sopra sono generalmente invisibili alle persone coinvolte in queste relazioni. I ruoli sono distribuiti all’inizio del gioco e giocati da ciascun giocatore con il massimo della naturalezza. Si tratta tuttavia di una naturalezza che deve essere continuamente costruita e ricostruita attraverso prassi, relazioni e valori che scandiscono la vita sociale. I protagonisti del romanzo vivono per gran parte della loro vita ad Hailsham, un collegio il cui ricordo e il cui prestigio li accompagnerà senza sosta nella loro breve vita adulta. Si tratta di un insediamento nel verde della campagna inglese dove un gruppo di assistenti si prende cura della loro crescita ed educazione. Il lettore si trova immerso nel racconto di un’istituzione totale, priva di un esterno accessibile ai suoi ospiti, governata da leggi esplicite ed implicite che ne assicurano l’ordinato sviluppo. Si tratta tra l’altro di un collegio d’avanguardia, che dà ai suoi ospiti un grande prestigio e li differenzia per il resto della vita dai loro omologhi cresciuti negli squallidi e degradanti collegi per futuri donatori sparsi per il Paese. I ragazzi ospiti di Hailsham sono istruiti a pratiche di vita sana, frequentano corsi di pittura e poesia, leggono i grandi classici della letteratura, praticano sport e sono istruiti senza pudori sul sesso. I loro quadri migliori sono prelevati regolarmente per essere esposti in città, secondo una prassi misteriosa per i ragazzi. Il loro capitale umano è curato pazientemente ma inflessibilmente dall’istituzione. Sono le prassi, le relazioni e i valori in cui i protagonisti sono immersi fin dall’infanzia a naturalizzare la loro condizione di futuri donatori e sono gli assistenti le figure chiave di questa naturalizzazione.

Se i giovani di Hailsham assomigliano a quelle popolazioni in eccesso di poveri e oppressi che popolano le nostre società e a cui una fetta sempre più ampia di popolazione rischia di finire assimiliata, gli assistenti sono gli educatori che si prendono cura di loro e li educano nelle diverse istituzioni preposte. Quale relazione educativa e di cura è possibile, tuttavia, quando il ruolo e il destino degli “utenti” sono immutabili? Che relazione è quella che esclude la possibilità di un cambiamento radicale del quadro in cui le parti sono immerse, dei loro ruoli, dei confini tra loro? Perchè mai educare giovani il cui unico scopo e destino è morire per migliorare la vita altrui?

Che educazione può mai essere? Si chiederanno i protagonisti verso la fine del libro: perché ci facevano dipingere e perché i nostri dipinti migliori venivano selezionati e portati in città, se tutto quello che ci aspettava poi era il breve destino di assistenti e donatori?

Che farsene di un’anima?

Ognuna delle tre parti del libro si chiude con una partenza, un distacco, un abbandono che richiama il senso del titolo: non lasciarmi. Ineluttabile scorrere del tempo verso un destino segnato, ma anche nostalgia struggente e ricordi indelebili di un tempo più spensierato e speranza di un impossibile riscatto dal proprio destino. Ambiguo legame tra dono e abbandono.

Tentativo di preservare, attraverso la relazione e attraverso la memoria, una soggettività da parte dei ragazzi dal futuro segnato.

Il primo abbandono permette di guardare meglio alla relazione educativa e di cura, ai conflitti e alle tensioni che la attraversano e alle sue potenzialità. Ad andarsene è Miss Lucy, una delle monitrici più care ai protagonisti, la più lacerata dalle contraddizioni del proprio ruolo. È l’assistente che non riesce ad accettare la naturalizzazione promossa dall’istituzione e che continua a cercare una possibile relazione di rispetto con i ragazzi. Cosa vuol dire una relazione di rispetto in un’istituzione totale? Vuol dire rifiutare il presupposto della fissità dei ruoli e restare fedeli a un’idea di umanità come relazione trasformatrice, e dunque non può che voler dire rovesciare i presupposti dell’istituzione e aprire a nuovi spazi di possibilità.

Miss Lucy non è un’eroina che si batte contro l’istituzione, è una figura persino un po’ patetica per le improvvise crisi e le inopportune e goffe uscite con cui turba il tran tran dell’istituzione e della vita che in essa conducono i ragazzi. Eppure è viva quanto basta per riconoscerne e alimentarne l’infinita ricerca di senso. È lei infine a dire loro in modo esplicito il destino che li aspetta e a rompere quell’ambiguità tra “sapere e non sapere” che aveva segnato la vita dei ragazzi fino a quel momento. Quel che rivela apre una nuova fase di consapevolezza, sofferta e ancora parziale. Ancora più in profondo, esprime la necessità e la possibilità di una relazione sincera tra assistenti e ragazzi. In tutta la sua imperfezione è l’azione più umana che un adulto compie nella relazione con i ragazzi nell’intero romanzo.

Cosa può significare, oggi, nelle relazioni educative, la ricerca di sincerità? Su quale sottile crinale si gioca il rapporto tra “dire e non dire” ai giovani con cui siamo in una relazione educativa cosa si aspetta da loro il mondo di fuori? Come metterli in guardia dalle scivolose pressioni che li attendono, che già li ingannano, per farli diventare donatori rassegnati? Come contribuire ad attrezzarli per una possibile resistenza?

Nell’ultima parte del romanzo invece, i ragazzi si scambiano ed elaborano una grande fantasia di salvezza, o almeno di ritardo, rispetto al loro destino segnato. Mettendo assieme tanti piccoli particolari, quelle “cose dette e non dette” all’interno del collegio, arrivano a pensare che i loro quadri migliori venissero raccolti dalla temibile Madame per poter in futuro individuare alcune particolari coppie di ragazzi cui accordare una dilazione del tempo entro cui iniziare la tra la di assistenti e donatori, in nome della particolare delicatezza d’animo che dai quadri emergeva. Per verificare questa ipotesi i protagonisti sfidano Madame e il suo entourage e li obbligano a spiegare.

Ma il confronto con i dirigenti di Hailsham non porta salvezza, e nemmeno dilazione, solamente una conferma della loro benevola riduzione a og- getti. A fronte della fantasia che esprime e tiene vive le più estreme speranze vitali dei ragazzi, i superiori di Miss Lucy offrono ai protagonisti una risposta che rivela tutta la terribile benevolenza con cui l’oppressione viene così spesso esercitata. “Prendevamo i vostri dipinti migliori, quelli che potevano meglio esprimere la vostra anima, semplicemente per mostrare alla gente in città che voi, anche voi, avevate un’anima. Non si trattava di analizzarla o di farla crescere, ma semplicemente di mostrare che esisteva”.

Qui, di nuovo, nella sua crudezza, un parallelo con l’odierno mondo del “sociale”. Nel proliferare di improbabili e campati per aria “laboratori espressivi”, “percorsi artistici” ma anche di reportistica sociale e gadgetistica da fundraising in cui gli utenti dei servizi, di tutte le età, sono esibiti dalle associazioni e dalle cooperative che se ne occupano, non risuona forse la stessa compiaciuta negazione di umanità? Accanto a esperienze di grande impegno e profondità, si tratta di pratiche che spesso fanno oramai parte del gergo dei progetti in serie con cui il terzo settore si sostiene e che solleticano le buone intenzioni dei donatori, pubblici e privati. Si riducono così spesso ad accessori di relazioni educative stanche e sterili. Come se tutto quel che si potesse rivendicare fosse l’esistenza di un’anima anche nel corpo degli oppressi e non più la lotta per il riscatto della loro anima e del loro corpo e dei nostri assieme ai loro. Due prospettive inconciliabili sulla relazione educativa emergono dalle figure di Miss Lucy e di Madame, prospettive che si differenziano per l’opposto desiderio di cambiamento: cambiamento del quadro in cui monitori e studenti si muovono attraverso parole di verità per la prima, adattamento degli studenti al proprio destino attraverso il “dire e non dire” dei monitori per la seconda. La scelta e la frattura tra queste prospettive resta più che mai attuale oggi, nel tempo in cui il sociale dovrebbe abbandonare le proprie “eredità ideologiche” e sposare i presunti principi di efficienza, efficacia e trasparenza stabiliti dal mercato.

Cura come liberazione

Da un’altra prospettiva, sviluppata da diverse pensatrici femministe, è possibile pensare a un’etica della cura che spinge a generalizzare lo stato di “paziente”, di colui che soffre, all’umanità intera, assistenti compresi, e a cercare un nuovo senso allo stare insieme in società. Vulnerabilità e debolezza come elementi universali, che permettono di riconoscersi in una comune condizione e spingono a una relazione di reciproca attenzione e cura (per un’introduzione al tema rimando tra i tanti testi possibili all’intervista alla filosofa politica americana Nancy Fraser Capitalism’s crisis of care pubblicata dalla rivista “Dissent” nell’autunno 2016 e il testo di Cristina Morini, Riproduzione sociale, pubblicato nel 2013 nei “Quaderni di San Precario”). Non più individui isolati e in competizione, ma persone connesse una all’altra e dunque coinvolte in rapporti di cura e di dono reciproci. Questa prospettiva illumina una possibilità e apre a nuove contraddizioni e chiama tuttavia, per non essere facilmente riassorbita come ennesima retorica del quadro schizofrenico del capitalismo contemporaneo, a non accontentarsi di piccole isole felici o di isolate relazioni trasformatrici. Piuttosto richiede di sfidare pratiche e istituzioni esistenti e di osare costruirne di nuove, più aperte ed umane. Non una semplice “buona pratica” di libertà, ma un sempre incompiuto cammino di liberazione.


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Immagine di copertina: ph. Toa Heftiba da Unsplash

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