Perché ognuno di noi ha un diritto fondamentale ad abitare, nessuno escluso

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Quella che stiamo vivendo è una crisi globale, ma molto domestica. La casa è divenuta uno spazio critico come mai prima, e l’abitare è diventato un terreno territorio attraversato da faglie profondissime. Alcune delle quali non si rimargineranno.

Contenzioni

La crisi ha svelato le dimensioni delle popolazioni confinate ed amministrate. Uno dei suoi primi acuti è stato una rivolta carceraria, più di recente la scoperta della tragedia degli ospiti delle RSA ne è diventata la pagina forse più drammatica per i suoi immani costi morali. In entrambi questi casi, e tale cambio di sguardo può apparire sconcertante, si è trattato di crisi dell’abitare e di crisi dell’abitare che riguardano popolazioni che in modi e secondo razionalità diverse conteniamo, confiniamo, sottraiamo allo sguardo.

La crisi si è abbattuta anche sui centri di identificazione ed espulsione, come sui centri di accoglienza, e in entrambi i casi ne sappiamo poco. Sigillate, isolate, protette tutte queste istituzioni si sono rivelate per ciò che (anche) sono: modalità ordinarie per distogliere il nostro sguardo e per rassicurare le maggioranze sull’abitabilità delle nostre città. Città libere da criminali, da anziani fragilissimi, migranti dei quali neghiamo la personalità e, senza particolari ambasce, la libertà: soprattutto la città della festa perenne non è compatibile con queste presenze che possono essere magari ricordate, ma meglio che rimangano assenti. La crisi ha svelato e drammatizzato questa condizione congenita di invisibilizzazione tanto che oggi ci troviamo di fronte alla situazione impensabile di persone – anziani nativi, generalmente considerati parte del nostro consesso civile – che sono andate via senza che nessuno potesse nemmeno guardarli negli occhi (è successo migliaia di volte in queste sei settimane: dobbiamo ancora rendercene conto, finita la crisi sarà urgente assumerne piena consapevolezza).

La crisi ha svelato le dimensioni delle popolazioni confinate ed amministrate

Nelle carceri, agli inizi della quarantena persone sono morte 14 persone “perlopiù per abuso di droghe”, come è stato detto dai media, nel corso di una rivolta che era essenzialmente abitativa e che aveva a che fare con il sovraffollamento, il maggiore rischio di contagio, l’ulteriore isolamento ed il rischio concreto dell’impoverimento. Sappiamo poi che ci sono i senza casa, che si sono ritrovati improvvisamente gli unici abitanti dello spazio pubblico e che hanno perso piccole opportunità di reddito generate dalla folla e anche concretamente la possibilità di avere accesso a un bagno (una fonte di domesticità, instabile e condizionale, ma comunque una fonte di domesticità). E che magari si sono ritrovati in ricoveri sovraffolati, con un elevato rischio di contagio. In California, alcune settimane fa, hanno allestito un parcheggio per homeless, proprio un parcheggio con le strisce di vernice ovviamente a debita distanza per assicurare per l’appunto il distanziamento sociale.

Espulsioni

Altrove, la crisi ha squassato la dimensione domestica in modi più fini. Per chi vive redditi saltuari ed informali e che magari è sul territorio “illegalmente” – come si usa dice – anche perchè è stato di recente “illegalizzato” la crisi ha significato il dover “stare a casa” senza un reddito. E lo stare a casa può essere anche il letto a ore, condiviso in condizioni di sovraffollamento con altre persone (nel mio quartiere, in tempo di pace, ho visto stanzucce con 4 a letti a castello, per un totale di 8 posti) nella tua stessa condizione che però ora non possono uscire: quindi ora si tratta di letti a ore con tutti quelli che li occupano presenti 24 ore su 24.

Il rischio è l’accelerazione dell’epidemia – e chi ti cura poi, se sei “illegalizzato” e magari per la quarantena non puoi nemmeno recarti in qualche ambulatorio per invisibili? – ed il crescere parossistico del malessere esistenziale (e della fame) determinato dall’impossibilità del reddito. In altri casi, laddove l’occupazione – formale o informale, non importa – coincide sostanzialmente con il produrre la dimensione domestica di qualcun altro per qualcuno ancora più fragile di te – un anziano, un’anziana – per la quale sei come si dice una “badante” la crisi può portarti all’isolamento completo: non puoi vedere gli altri perché metti a rischio la persona che curi, o anche all’espulsione se la tua presenza è considerata una fonte di rischio (siamo tutti persone-rischio, in questa crisi). Questo ragionamento vale anche per lo sterminato proletariato della cura degli spazi domestici: la crisi ha trasformato tanti spazi domestici prima attraversati quotidianamente da una massa incredibile di lavoro – baby sitter, badanti, colf, dog sitter – in fortezze.

Talvolta la fortezza si erige con la lavoratrice ed il lavoratore al suo interno, separato dalla sua famiglia, altre volte si trasforma in espulsione

Talvolta la fortezza si erige con la lavoratrice ed il lavoratore al suo interno, separato dalla sua famiglia, altre volte si trasforma in espulsione, e non sempre si è accompagnata alla riduzione del reddito, ma è certo che a milioni di persone sul pianeta sono capitate invece entrambe le cose: perdere il lavoro magari invisibile, e rimanere senza reddito nella propria casa (spesso sovraffollata). Tutte queste condizioni rispondono a un criterio preciso, quello della precarietà – che in questa crisi si fa invisibilizzazione e poi espulsione – che ha a che fare con la dipendenza. La crisi comprime ulteriormente il piccolo spazio di azione di questi soggetti e li costringe a peggiorare il loro abitare. Se il tuo è un lavoro-casa – un lavoro che produce domesticità – una crisi che attraversa le case sarà la peggiore delle crisi possibili.

Fughe

Di fronte alla fuga dalla Stazione Centrale di Milano, che poi fuga non è stata (circostanza peraltro chiara a chiunque conosca l’orario ferroviario), abbiamo potuto osservare le masse di abitanti eternamente temporanei nell’atto di mostrare la precarietà – e forse fondamentale estraneità – del loro legame con la città.

La città d’elezione, quella dove si va per vivere davvero, quella che non si può lasciare perché ha rappresentato un’amplificazione decisiva e non revocabile della propria esistenza, della propria traiettoria, del proprio essere-progetto. Eppure l’irrompere della crisi ha fatto capire a molti che lasciare questa città è molto più facile di quanto pensassero, senza particolari dubbi né remore (qualcuno se l’è anche un pò presa in quelle ore: “ma come dicevate a Milano qui a Milano lì e poi ve ne andate così, senza pensarci due volte?).

Molte di queste persone – non tutte, ma molte sì – lasciano dietro di sé case nelle quali non vuoi attraversare una crisi. Case faticose, temporanee, fatte di un abitare continuamente rabberciato e negoziato, convivenze che assumono talvolta e programmaticamente il tono di una domesticità familiare, un riflesso condizionato molto facile a revocarsi: da un lavoro all’altro, da una convivenza all’altra, poi magari dopo tanti “pranzi della domenica” simulati manco ci si chiama più. Un giornalista mi ha raccontato delle case per studenti evacuate all’arrivo della crisi con i proprietari che non sanno che farsene delle suppellettili rimaste – me lo figuro, quell’armadio ikea con sopra le valigie – che addirittura usano la circostanza nella tenzone contrattuale.

E lasciano case costose, semplicemente troppo costose per sopravvivere neanche un mese alla interruzione del reddito o all’interruzione del motivo per il quale si è accettata questa costrizione (frequentare un corso, sottoporsi ad uno stage, darsi ad una “esperienza”). Sono case-porto, e case-ricatto che quando ci entri ti ricordano ad ogni passo quanto ti stanno costando. E che forse, quando le lasci una notte di Marzo, le lasci anche iastemando nel dialetto del tuo paese. nelle nostre città c’è una parte di patrimonio abitativo che non è esattamente abitativo, è qualcos’altro: è un patrimonio dall’andamento instabile e congiunturale quanto i flussi di reddito che ne permettono l’uso e quanto le rendite che generano.

Questa crisi svela il peso di questa città congiunturale ed anche la precarietà non solo delle condizioni di chi vi abita – e talvolta di la fa “abitare” per estrarne rendita – ma anche la tenuità di fedeltà che la retorica aveva amplificato (sviluppare fedeltà a un luogo è molto di più dell’aderire a un discorso di marketing,anzi è proprio una cosa diversa).

Esplosioni

E poi c’è chi resta, chi non parte. O meglio chi parte per tornare a casa e non uscirne. La quarantena è in fondo un enorme moto di “ritorno a casa”, chi fuori dalla città – i temporanei – chi dentro la città – quelli che ci vivono davvero, quelli che la considerano il posto dove estinguere il tempo di questa catastrofe. Qui si è confinati a casa ma è la casa ad esplodere, letteralmente, aprendosi ad un insieme di relazioni spaziali senza precedenti nella vicenda umana.

Il lavoro e l’insegnamento a distanza hanno invaso la dimensione privata, espandendola alla vista degli altri e spingendo chi ne è coinvolto a rinegoziare anche emotivamente il proprio rapporto con l’abitazione e con i significati che ognuno di noi le attribuisce. E si badi bene che molti fra noi hanno sentimenti d’odio e repulsione per lo spazio che abitano, e talvolta anche per chi vi abita (“la fate un pò facile voi che dite che non è un problema stare a casa”, in molti hanno detto). Non tutti gli studenti della didattica on-line accendono la webcam, ed alcuni non vogliono perchè probabilmente non si riflettono nello spazio che abitano o forse perchè vi si riflettono talmente tanto da non volerlo condividere (come perfettamente legittimo, mi pare).

La casa coinvolta non è più una, ma sono tutte le case che si connettono

E poi quando a un certo punto la accendono ti trovi in un posto in cui davvero senti di non dover essere, vedi queste camere o queste cucine che non trovi equo poter veder. Abbiamo visto le cene on-line, le riunioni di famiglia on-line da un quartiere all’altro. Io per due settimane ho cucinato con mia madre, dandoci entrambi le spalle posti di fronte alle rispettive cucine (conservo una foto, molto bella). Un mio amico parlando del suo compagno mi ha detto: “Lui è rimasto a Sud, non ci vediamo da un mese”. Intendeva Porta Ticinese e lui sta a Loreto, continueranno a non vedersi pensando che vi sia un oceano e immaginando Piazza del Duomo come la Fossa delle Marianne. Un sito di incontri collettivi per amicizie organizzate, Come Home, ha proseguito la sua attività convocando degli incontri on-line: di queste situazione organizzate per la produzione di relazioni sociali fra membri dei gruppi di mobili se ne moltiplicano continuamente a Milano ed ora, al cuore della crisi, si sono semplicemente trasferite on-line.

La casa coinvolta non è più una, ma sono tutte le case che si connettono: case, in questo caso, rigorosamente di sconosciuti. In una sera un partecipante può vedere fino a dieci soggiorni, balconi o più probabilmente monolocali, tutti rigorosamente di sconosciuti. Eppure tutti noi possiamo osservare un certo rallentamento della spinta iniziale: molti si confessano che la cena on-line li annoia e che quando non possono sottrarsi sperano finisca da un momento all’altro. Ho l’impressione sia andata come per i balconi e che anche per le cene e gli aperitivi on-line si sia già in pieno riflusso.

Rilocalizzaizoni

Dei balconi e delle terrazze si è detto, L’Espresso ha fatto un intero numero con sconfinati tetti di Monteverde, della Balduina, dell’Appio Latino. In tutti i paesi che ne hanno in abbondanza la prima fase li ha visti trasformarsi in essenziali supporti infrastrutturali del plebiscito nazionale. Esauritasi rapidamente questa fase sono diventati all’inverso spazi di affermazione individuale, spazi vitali da occupare con un certo senso imperiale. Durante la fase del plebiscito nazionale ho scambiato qualche parola con la mia dirimpettaia, esauritasi quella fase non ho più parlato con nessuno: siamo tutti sui nostri balconi ma non ci guardiamo mai. Anzi ci stiamo perchè sappiamo che non ci guardiamo, il balcone è tornato quello di sempre solo che ci stiamo di più.

Poi c’è la dimensione che è più divertente osservare, quella dell’autorganizzazione del gruppo di individui ad una scala ridotta, quella del privato collettivo nella quale osservi davvero l’organizzazione sociale in presenza nel suo farsi. A Roma hanno meravigliose terrazze condominiali – doni dell’edilizia speculativa, in gran parte – a Milano molto meno. Dei giardini neanche si discute, per pudore. Quando un vicino di Matteo Renzi ha fotografato i suoi due figli sostenendo (erroneamente, e chi sa perché poi) vi fossero dei loro amici l’ex Presidente del Consiglio si è precipitato a chiarire che “avendo la fortuna di avere un giardino” era lì con la sua famiglia.

Guardarci negli occhi e dirci che ciascuna e ciascuno di noi ha un diritto – non negoziabile – ad abitare

Consapevole, appunto, che se anche sulla stessa barca non siamo di certo nella stessa casa: e che una casa con giardino costituisce oggi una condizione di inimmaginabile vantaggio, che ci fa riflettere peraltro quanto gli spazi pubblici rappresentano storicamente anche il risarcimento per masse sconfinate confinate in alloggi costretti. Prima si sono abitati i pianerottoli, con i ceti medi riflessivi presi nel tentato dei modesti aperitivi a distanza di sicurezza mettendo in scena quell’arte della distinzione nella contenzione e nella frugalità che è uno degli ingredienti più caratteristici di tali gruppi sociali urbani.

Poi, con l’arrivo della primavera ai tempi del cambiamento climatico (ovvero un’estate fresca), i cortili hanno acquisito crescente importanza. Nella ripresa della vita sociale per cerchie ristrette fondate sulla sofisticata attività di sorveglianza epidemiologica di noi stessi, il cortile è venuto a rappresentare una dimensione possibile di una vita decente.

Gruppi di genitori con i loro figli hanno preso ad abitarli, con prudenza e qualche timore di delazioni, a intrattenersi in qualche limitata, abbozzata, allusa attività sportiva. L’altro giorno salendo le scale ho incontrato un mio vicino con suo figlio: il bambino indossava una divisa di karatè, si erano allenati fino ad allora in cortile poco distante dai sacchi gialli della differenziata. Poi ci sono gli spazi che nessuno ha mai capito cosa siano, ed il cui statuto incerto si rivela una risorsa strategica inaspettata.

Poco distante da casa mia, accanto a un condominio e non lontano da un supermercato, c’è uno bizzarro scampolo di prato con un albero, totalmente recintato e completamente visibile dalla strada: che sia uno spazio privato? Negli ultimi giorni persone ho visto persone svolgervi le seguenti attività: piantare dei semi, scambiarsi una palla, fare ginnastica, muoversi senza alcuna apparente razionalità se non il muoversi.

Non è spazio pubblico, il DPCM non si applica, sebben tutto avvenga in una condizione di totale esposizione a chi è partecipe della lunghissima fila di accesso al supermercato che si trova lì accanto. Nonostante questi segnali, ancora non è chiaro quale regime prevarrà nelle fasi successive di questa crisi: sarà quello “della città dei 15 minuti” riconvertita da progetto sostenibile a progetto di sorveglianza epidemiologica? Ovvero una città nella quale per molti mesi condurremo vite isolate alla scala urbane ma integrate a livello locale. Oppure prevarrà quello dell’integrazione familiare? Ovvero una città nella quale ci si sposti alla scala urbana ma esclusivamente per rimanere rigorosamente confinati in una cerchia ristretta di relazioni familiari (i famosi congiunti)

Dislocazioni

Poi c’è la condizione di chi si trova sulla prima linea della crisi e deve rinunciare alla sua domesticità, separarti dalla tua famiglia e stare in una condizione di sospensione per settimane. Una situazione non dissimile da quella dei malati della quale il personale medico condivide evidentemente tutto, anche questo: nella crisi quella ospedaliera è una condizione ancora più totalizzante, al di là dei ruoli che vi si svolgono.

Una delle dimensioni più impressionanti della mobilitazione pubblica nella crisi è la corsa ad approntare nuove situazioni abitative temporanee: non che, come evidente, lo si sia fatto abbastanza. Ma dà l’idea di cosa potrebbe essere una società nella quale non esista più uno spazio domestico stabile, ma una varietà di soluzioni abitative da consumare secondo un principio di contingenza, magari nel contesto di crisi successive il cui impatto varia continuamente la tua condizione secondo un modello di “carriera abitativa” dell’epidemia.

I malati in via di guarigione che devono liberare letti, il personale sanitario che non può stare con le proprie famiglie, il personale volontario proveniente da altre città che deve essere alloggiato: a Milano ci sono alcuni alberghi, ancora non al completo, che ospitano alcuni di questi profili e come sappiamo la tragedia delle RSA è dipesa anche dal fatto che non si era pensato a dove assicurare l’isolamento dei malati in uscita dagli ospedali. La metafora della guerra è ingannevole, manipolativa, eppure questo spostare e collocare corpi in ricoveri collettivi organizzati per funzione, per stadio, per livello di esposizione ha qualcosa di militare che non possiamo negare.

Questa mobilità è l’inverso della mobilità della città di prima fatta di persone che venivano da fuori e che andavano alloggiate secondo i loro “desideri” e “preferenze”, ora la città turistica si è svuotata ed esiste una mobilità e temporaneità abitativa coatta organizzata attorno a questi profili. E’ una nuova forma dell’economia della “foresteria sanitaria”, con ruoli e funzioni quasi ribaltati. All’inizio anche Airbnb, preso da una crisi di una violenza letteralmente inimmaginabile, ha cercato di ricollocarsi sul mercato dell’ospitalità epidemica ma a quanto pare non ha funzionato e la città turistica rimane allo stato completamente vuota.

A Milano il comune ha riconvertito un edificio per ospitare i migranti che fanno i fattorini. Alcuni di loro ora vivono in questo ricovero accomunati dalla loro condizione di popolazione “speciale”: lavoratori ad altissimo rischio e a bassissimo salario che il nostro sistema sociale ha reputato sostanzialmente sacrificabili. Ricevono assistenza dal comune e dai soliti attivisti e “abitano” una nuova condizione che li configura come un gruppo sociale totale: condividono il lavoro e condividono lo spazio abitativo. Fa riflettere che la crisi epidemica abbia portato anche questo, sebbene ad una scala piccolissima e magari non rilevante: la conversione della gig economy in falansterio ottocentesco, peraltro amministrato da un’istituzione pubblica.

Guardarsi negli occhi e riconoscersi il diritto umano ad abitare

Con questa crisi abbiamo riscoperto la potenza dell’abitare, e la sua anche violenta politicità. L’abbiamo riscoperta ma di certo non ne parliamo: siamo stati così persuasi che si tratti di un fatto privato che fatichiamo a parlarne perfino quando il mondo si sta riducendo allo spazio che abitiamo.

E invece stiamo tutti da qualche parte e in qualche modo, e questo qualche parte e qualche modo viene a ricomprendere in questo tempo di crisi una totalità tendenziale del nostro essere sociale. Questa politicità dell’abitare l’attuale crisi ce la sbatte in faccia. Ci sbatte in faccia la precarietà, la contenzione, l’invisibilità, la claustrofobia, la subordinazione a legami non scelti, l’invisibilizzazione.

Una delle speranza che coltivo per il dopo è che ci si possa guardare negli occhi e dirci che ciascuna e ciascuno di noi ha un diritto – non negoziabile – ad abitare. Ho il sogno che ce lo si possa riconoscere come diritto reciproco, certo universale, ma che concretamente ci impegna l’una e l’uno verso l’una e verso l’uno. Perché senza una casa degna non si può stare. Specie in un mondo che facilmente, e con una rapidità sconcertante, può ridursi completamente allo spazio che abiti.

Note