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17 Marzo 2020

Alla ricerca delle parole perdute, per una filosofia al tempo del Coronavirus

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C’è un’altra paziente colpita del coronavirus. Non è morta, ma è certamente ammalata. È la filosofia. Ne sentite la voce, voi che non siete nella bolla dei filosofi? Non troppo, direi. A volte, verrebbe da dire per fortuna.

Non parlo di quella filosofia che, perché si considera rigorosa, tace del mondo; ma di quella che al mondo vuole parlare. Quando però a fine febbraio ha parlato per bocca di Agamben, con borbottii da complottista di secondo rango (L’invenzione di un’epidemia) ha mostrato tutta la sua debolezza e il suo distacco dal mondo. Distacco da intendersi nell’accezione più negativa del termine, come incapacità di stare nel proprio tempo e di leggerlo.

Al tempo stesso, i filosofi non sono stati per ora capaci di offrire una parola per aiutare a gestire il tempo dell’apprensione e della quarantena: distacco dal peso delle abitudini, dai pegni materiali contratti, verso la riscoperta di un tempo diverso e di un diverso rapporto con sé e con gli altri. Quello che stanno provando a fare i poeti – Nove marzo duemilaventi di Mariangela Gualtieri ne è la prova – quello che stanno provando a fare gli artisti. Neppure hanno illuminato le scelte e le insidie bioetiche che si celano nella più grande crisi sanitaria contemporanea, come se discutere di chi merita di vivere e chi di morire non fosse affare filosofico.

I filosofi non sono stati per ora capaci di offrire una parola per aiutare a gestire il tempo dell’apprensione e della quarantena

Se ci si pensa bene, quello che è ancora più sconvolgente, o significativo se lo si guarda da altro lato, è che buona parte della filosofia contemporanea, specie continentale, specie italiana, specie mainstream, ha da decenni eletto a proprio campo di indagine la «biopolitica», la «nuda vita» e gli «stati di eccezione», come paradigmi con cui leggere il mondo.

E proprio nel momento in cui il rapporto tra condizione biologica e politica diviene cruciale, e si entra nello stato d’eccezione permanente, non si fanno sentire, o non riescono a farsi sentire. Può darsi che accadrà nei prossimi giorni quando, una volta che saremo tutti acclimatati a questa vita nella bolla, ci sarà maggiore domanda di senso.

Per ora però le loro formule rimbombano quasi solo in un dibattito interno e suonano attuali eppure già stantie: “dispositivi biopolitici-repressivi” che informano la “democrazia immunitaria-totalitaria”, declinandosi attraverso “pratiche governamentali neo-liberiste”, “succubi di un regime scientifico-discorsivo”, e via così.

Suonano stantie forse perché sono state utilizzate pressoché per qualsiasi evento degli ultimi venti anni; forse perché gergali o forse perché quelle formule si traducono in alcuni inevitabili postulati – in primis la diffidenza verso gli esperti e scienziati (ovviamente idolatri della “tecnica tecnicizzata”) e l’idea che lo stato di emergenza sia una percezione indotta – che nel momento della crisi, che è quello del disvelamento, fanno rabbia.

Il dibattito sul testo di Agamben è proseguito in questi ultimi giorni, in particolare con uno scambio al vetriolo tra Flores D’Arcais e il filosofo romano. E ancora ieri per Agamben quello che «ha paralizzato il paese» è l’ondata di panico, mica il virus: “panico che si cerca con ogni mezzo di diffondere in Italia in occasione della cosiddetta epidemia del corona virus” (Contagio, 11 marzo).

È difficile avere efficacia euristica quando si travisano sin dalle fondamenta le questioni (e forse quello che l’epidemia fa apparire con chiarezza non è solo il fatto che abbiamo sacrificato qualsiasi valore alla difesa della “nuda vita”, ma anche il fatto che taluni siano usi costruire giganti interpretativi su dei piedi di sabbia). Ne risulta indebolito la stessa sacrosanta denuncia del rischio di deriva totalitaria che accompagna l’inedita limitazione delle nostre vite di queste settimane, e soprattutto il massiccio controllo dei movimenti degli individui tramite la tecnologia che presumibilmente si avrà nei prossimi mesi.

Quanto bisogno c’è, pure, di fare buona divulgazione filosofica, spiegando le antinomie della libertà, i capri espiatori e i cigni neri, l’equilibrio in movimento tra individuo e comunità

Ancor meno sembra infatti esserci capacità di pensare al dopo: lo ha fatto l’ormai sempre più macchiettistico Zizek, paragonando il coronavirus alla “tecnica dell’esplosione del cuore con cinque dita” di Uma Thurman: la mossa finale e perfetta per far implodere il capitalismo. Non sappiamo se il capitalismo reggerà all’apocalisse che si prepara, e certamente l’ordine mondiale cambierà notevolmente, ma in ogni caso, più che uno sforzo di pensare la crisi, siamo semplicemente davanti a un suggestivo estetismo postmoderno.

Nel frattempo, chi vuol capire attende paziente i modelli e i suggerimenti dei matematici e dei virologi, diffidando da chi mostra inquietante incapacità di leggere dati su ascisse e ordinate, un po’ tardo a capire una curva logistica. Modelli e suggerimenti che certo non bastano, non sono l’ultimo approdo del pensiero, ma da cui non si può prescindere. E che bisogna saper leggere, spiegare e interpretare: non ci sarebbe neanche da stare a dirlo, eppure per la nostra cultura umanistica continua a essere arduo. Però solo così la filosofia è capace di affrontare problemi aperti, che vadano oltre le singole discipline (che non vuol dire, appunto, essere esperti di niente per poter parlare di tutto).

Eppure quanta richiesta c’è di filosofia. Quanto bisogno c’è, pure, di fare buona divulgazione filosofica, spiegando le antinomie della libertà, i capri espiatori e i cigni neri, l’equilibrio in movimento tra individuo e comunità, i nostri bias cognitivi e i rifiuti selettivi che operiamo sul mondo. Il che non vuol dire gettare completamente a mare il “paradigma biopolitico”.

Non può negarsi che la nostra società si è abituata a nascondere la morte, anestetizzare il dolore, allontanare anche tutti quei rituali culturali e sociali che ad essi erano collegati. Né si nega che sia drammatica e inedita la sospensione di molte delle sfere valoriali davanti all’avanzare, o al solo far capolino, della malattia. Ancor meno può essere preso alla leggera lo stato d’eccezione in cui siamo piombati (ma può pure ben dirsi che è proprio l’eccezionalità che tutti riscontriamo in queste settimane a dimostrare che non abbiamo vissuto fino ad adesso in «un perenne stato di emergenza e paura»).

Non basta però essere maestri di sospetto. Pensare la crisi, pensare l’eccezione non vuol dire solo fotografarla. In questo caso vuol davvero dire pensare al di là, pensare nell’apocalisse: senza misticismi o pose sciamaniche. Facciamo uno sforzo, cerchiamo le parole.

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