La scoperta della NoCity, il lato oscuro e spaventoso della smart city

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    A leggere l’ultimo lavoro di Antonio Martone, NoCity, uscito i giorni scorsi 1(Castelvecchi, pagg.143) l’immagine che inevitabilmente ci insegue è quella di Matrix. La cita una sola volta, nel suo libro, mentre riflette sui tempi e sugli ambienti post-democratici che stiamo coltivando: «Viviamo in un periodo di transizione nel quale sarebbe ancora possibile, in qualche misura, assumere consapevolezza della nostra condizione».

    La saga delle sorelle Wachowsky, peraltro, usciva sul crinale di fine secolo, mentre il neoliberismo, autocelebrandosi, doveva affrontare una crisi da crescita, trovando un gomito di resistenza, globale e visionario, come mai prima, da Seattle a Genova. Stese a forza le nervature, nei vent’anni successivi sarebbe stato solo un trionfo per la nuova economia globale.

    La ECity, come la chiama Martone, filosofo politico all’Università di Salerno, è la potenza sgargiante che ha fagocitato le nostre vite, diventando noi stessi protagonisti e prede della sua voracità. Eppure, nel crescere, dice Martone, la ECity proietta inevitabilmente un’ombra, un lato oscuro, un mondo di perdenti e di sommersi e pezzi di ambiente naturale inquinato e inutilizzabile: è la NoCity, che «non è affatto l’opposto della ECity ma il suo rovescio interno», avverte il professore. «C’è voluta una pandemia per metterla in controluce». Quello che ci offre il pamphlet di Martone, non è una via d’uscita o una chiamata al riscatto, ma una chiave filosofica, affinché possiamo provare a decifrare il senso della realtà e dei suoi mutamenti. 

    Cos’è allora la NoCity?

    «In realtà dico subito che non è facile parlarne. La NoCity è lo scarto che produce il sistema per funzionare, un materiale immondo, un residuo inutilizzabile: per definirlo, andiamo per approssimazione, perché resta in ombra. Posso provarci con un presupposto filosofico: immaginare un orizzonte che muove dalla dissoluzione della sistematica hegeliana, che tendeva a vedere l’essere nella sua manifestazione razionale. Oggi siamo di fronte, sempre dal punto di vista filosofico, proprio a quella dissoluzione: ciò che vediamo intorno a noi sono pezzi di Fenomenologia dello spirito di Hegel, frammenti caoticamente agitati nell’aria».

    E cosa ci appare, dunque? come si traducono questi frammenti?

    «Il rapporto fra ECity, ossia la città smart e sgargiante, e la NoCity, e cioè la città dei sommersi, è allo stesso tempo di continuità e di discontinuità. A volte sono comunicanti: ad esempio, è ovvio che fra i più importanti clienti del narcotraffico di Secondigliano vi siano anche cittadini della Napoli bene, ossia quell’ambiente ricco e patinato al di sopra di ogni sospetto. E così succede ovunque.

    Per comprenderlo, possiamo ricorrere a George Bataille. Con la nozione di Part maudite, affermava che l’intero dell’uomo non può mai darsi all’interno di una visione di economia di razionalità dell’utile, perché c’è sempre un “eccesso” inevitabile. Lui si riferiva soprattutto alle eccedenze “erotiche”, esattamente ciò che impediva che l’esistenza umana potesse essere intesa come una mera “economia ristretta”. 

    Ma qui, con la NoCity, entriamo in un demanio esistenziale, oltre che storico-politico, decisamente diverso: quel di-più non è più espressione del soggetto. Di conseguenza, dobbiamo ammettere che oggi si assiste a uno slittamento ulteriore rispetto alla critica che Bataille portava a Hegel, e tale passaggio è estremamente drammatico: la NoCity indica una devastazione sul piano sia esistenziale sia economico sia, infine, ambientale. Al culmine del neoliberismo, abbiamo scoperto che il negativo può essere un negativo definitivo. È la ECity che produce tutto questo».

    C’è una lunga letteratura sulla società degli oppressi e la società degli scarti: eppure quella letteratura ci ha sempre visto una qualche possibilità di riscatto, mentre nel suo libro racconta che qui si produce un mondo di residui inservibili e scarti definitivi.

    «In Bataille, la dépense è una dimensione che si vive come pura perdita della soggettività, ma è una perdita che realizza paradossalmente (e direi tragicamente) il soggetto, lo fa esprimere. In Pasolini, per esempio, già questo non avviene: di fronte a sé, il poeta italiano vede distruggere un’intera cultura, in quel caso contadina. Uno sradicamento funzionale a quella che lui chiamava la civiltà post-industriale, e che per noi è il post-moderno. Pasolini aveva intuito, senza poterlo sapere, di che cosa sarebbe stata capace la “rivoluzione” neoliberista successiva. Certo, lui contrapponeva alle derive post-industriali una assai problematica visione dell’arcaico. Ci resta però la sua intuizione visionaria».

    La NoCity, nel suo libro, è la distruzione ambientale sistematica, i migranti come catastrofe umana, un mondo che è espunto, una gigantesca periferia sociale e illegale.

    «La NoCity si situa in un punto di indistinzione ma, di sicuro, non c’è ECity senza NoCity e viceversa. Sembrerebbe sia in atto un autentico processo di disarticolazione delle premesse su cui era fondato l’ordine moderno. Una disarticolazione che, anche grazie alle tecniche, non da ultime quelle che ispirano la comunicazione mediatica, produce una vera e propria “disumanizzazione”. C’è un mundus ordinato, pulito, controllato in ogni anfratto e c’è un “immondo” che non ha un posto preciso: mero caos non riportabile all’interno di alcun criterio, che sia istituzionale, politico e/o di mediazione tra rappresentati e rappresentanti. Dal punto di vista politico, si registra una sorta di azzeramento di tutti i presupposti del Moderno per come l’abbiamo conosciuto, cioè il rapporto tra il piano pubblico e quello privato, tra potere costituente e potere costituito: tutto è concentrato su un unico piano e le mediazioni, se non impossibili, sono sempre più difficili».

    È una polverizzazione che risponde anche alla necessità di strutture istituzionali fantasmatiche, per permettere al neoliberismo di dispiegarsi?

    «Il capitale ha vinto su un presupposto ideologico: quello della libertà. Si è poggiato sull’ideologia della libertà, che non è la libertà, e ha inseguito i teorici dell’imprenditoria individuale e dello Stato minimo. Eppure, mai come oggi possiamo capirlo: un mercato pienamente dispiegato non ha creato concorrenza fra agenti liberi, ma ha sviluppato monopoli e oligopoli. Ha dato libero spazio, cioè, ad una volontà di potenza generalizzata non più mediabile secondo i criteri dell’ordine tradizionale. Infine, il lavoro post-industriale (o immateriale) ha messo a valore (di mercato) ogni aspetto della nostra vita anche più intima».

    Eppure, la pandemia ha fatto intravedere i contorni della NoCity e, d’altra parte, ha riportato gli Stati ad avere un ruolo da protagonisti. L’onda neoliberista sembra contrarsi e mutare.

    «Il capitale, dopo la fase neoliberista, comprende che forse è arrivato il momento di riorganizzarsi attorno a degli attori statuali per gestire politiche che solo apparentemente sono neo-welfaristiche. Ora forse sta emergendo un nuovo bisogno dell’intervento dello Stato, che possa conferire una legittimità anche giuridica a nuove forme di spartizione del potere e delle risorse. La forbice delle disuguaglianze si è aperta in dimensioni tali che non si erano mai viste e che nessuno può più negare. Ho l’impressione che i grandi monopoli, soprattutto dell’economia digitale e della gig economy, siano consapevoli che la politica abbia la possibilità di proteggerli o di colpirli, anche solo con una semplice legge anti-trust».

    E che tipo di deriva potrebbe sopportare la ECity in questo contesto post-pandemico?

    «La forbice delle diseguaglianze si va divaricando, non solo economicamente, e ciò va di pari passo con un processo di frammentazione del sociale tale da determinare una sorta di sociale antisociale. Il lockdown e le politiche di gestione dell’emergenza sanitaria hanno amplificato l’isolamento di ciascuno di noi, mediati come siamo esclusivamente dalla tecnica e dal denaro: unici riduttori della complessità del nostro contemporaneo. Peraltro, va ricordato che la paura è sempre stata un’emozione naturale assai sfruttata dai poteri di ogni tempo. Basti ricordarsi di Hobbes. Inutile dire che i mezzi tecnologici di cui disponiamo oggi sono in grado, come mai prima, di utilizzare la paura per fini di controllo politico assai efficaci. Non è del tutto distopica la possibilità di concepire un mondo retto su base fobocratica». 

    Ma su cosa allora possiamo far leva?

    «Noi sappiamo che la relazione vivente è la sola capace di spostare il campo, perché si connette alla possibilità di accogliere e muovere le nostre differenze all’interno di un contesto condiviso. Se, invece, permaniamo all’interno di una realtà che non media affatto, e che subappalta tutto alla freddezza della tecnica, restiamo soltanto schegge immobili, riproduciamo cioè una NoCity che ci lascia in una condizione di esclusione e di periferizzazione. E la prima vittima di tutto questo è proprio il corpo. Dobbiamo affidarci a questo, ossia alla dimensione della corporeità intesa sotto il profilo della sede unica della nostra vita e della nostra memoria: il corpo costituisce un’eccedenza politica di incomprimibile umanità».

    In questo senso, colpisce il suo invito a entrare in un terreno che sembra molto scivoloso, riferendosi alle radici e alle identità. Ma ci invita anche a capovolgerle: non afferrarci al passato, ma usarlo per costruire il presente e guardare alle tradizioni per tradirle. Cosa significa?

    «Sono affezionato al pensiero di Maurice Merleau-Ponty. Il grande filosofo francese mette al centro il corpo e la corporeità. Ed è proprio nel corpo vivente che io trovo radici e identità: esistenziale, ontologica e politica. Mi piace, altresì, l’idea di poter utilizzare tale nozione come controspinta dialettica rispetto ad un apparato tecnocapitalistico che appiana, omologa e conforma a format e criteri pre-fissati. Il corpo è una potenza in atto. Andrebbe dunque rivalutato nella sua “potenza”, e questo molto diversamente da ciò che pratica il contemporaneo che, oggi più che mai, intende il corpo come un oggetto manipolabile. Pertanto, le radici possono essere rinvenute nello sforzo di autonarrarsi, nel movimento dei corpi, nello slancio di autocomprensione inter-relazionale che questo mondo apparentemente concede ma che, in realtà, nega. E lo nega perché sottopone tutti ad una ideologia consumistica che dovrebbe agglomerare sotto un’unica bandiera nemica delle identità e dei singoli. In un mondo omologato, ci è richiesto il coraggio di ritrovare noi stessi, l’unicità di cui è fatto ciascun uomo, e di immaginare le nostre singolarità all’interno di una sfera comune: la ECity costruisce solitudini, noi abbiamo l’esigenza di ritrovare nuove tensioni comunitarie». 

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