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Cos’è il design-as(-a)-bricolage, la cultura del progetto attraverso le teorie della complessità

Di fronte al cigno nero, ci sono domande che suonano decisamente poco necessarie, se non sinistre. Eppure, crediamo sia necessario continuare a porcele. Quindi, cos’è il design? La cultura del progetto ha avuto tante discontinuità nella storia della risposta a questa domanda. Non abbiamo la presunzione – né la capacità – di operarne un’altra. Vorremmo solo guardare le cose da un po’ più in alto e osservare il design dalla prospettiva delle cosiddette teorie della complessità (e da interrogativi ormai essi stessi resilienti, a proposito di design e mondo reale, come avrebbe detto Papanek) e vedere che forma appare. Da qualche anno, la forma che osserviamo e pratichiamo ha preso il nome di design-as-(a-)bricolage. La parentesi la spieghiamo alla fine. Da subito cerchiamo di definirne le caratteristiche.

0. Un collage consapevole. Da cosa si riconosce il design-as(-a)-bricolage (d’ora in poi: DAAB)? Intanto dall’esigenza di definire con precisione la cornice di senso (quindi le soglie) di questa definizione. «Sentiamo la  necessità di procedere lentamente, di dire e ridire anzitutto che cosa non è», diceva Deleuze a proposito del “simbolico”, primo dei criteri con cui rispondeva alla domanda “Da cosa si riconosce lo strutturalismo?” (per la risposta completa, cfr. il capitolo dedicato in Semiotica in nuce. Vol. 1. I fondamenti e l’epistemologia strutturale, a cura di Paolo Fabbri e Gianfranco Marrone). Abbiamo provato a definire, nei paragrafi che seguono, alcune avvisaglie che ci possano far dire: sì, questo è DAAB. Il DAAB è uno sguardo sul mondo del design che si è aggregato negli anni attorno ad alcune riflessioni fatte in contesti progettuali, professionali, formativi, speculativi. Non vogliamo creare un’etichetta nuova, come detto, né tanto meno una nuova disciplina – anche perché, nei punti che illustreremo, non c’è niente di nuovo. In questo collage consapevole, vorremmo richiamare l’attenzione su alcuni aspetti metodologici e dare il nostro contributo a questioni che riteniamo rilevanti, da un punto di vista anzitutto politico.

1. L’approccio da Grandi Pirati. Una considerazione iniziale: prima di dire da cosa si riconosce il DAAB, bisognerebbe dire di cosa si tratta – e cosa non è. È un metodo? Una metodologia? Un approccio, o cos’altro? Ci vuole un po’ di ordine. La metodologia è lo studio del metodo, come dice la parola stessa, o, per avere maggiore chiarezza, «il complesso dei fondamenti teorici o filosofici sui quali un metodo è costruito». Il metodo è invece «il modo della ricerca», un insieme di procedure, norme e convenzioni: un procedimento per perseguire uno scopo. Così come la metodologia presuppone un metodo, il metodo presuppone procedure. Questo “come” della ricerca è spesso spiegato in relazione al suo “posizionamento” rispetto al metodo scientifico (alla metodologia scientifica, meglio). Resta fuori l’approccio – e forse è quello che fa al caso nostro. Ci torniamo tra poco.

Buckminster Fuller, nel 1969, pubblicò Operating Manual for Spaceship Earth, libro di divulgazione sulla complessità del rapporto umanità / Terra, impostato su una forte (alcuni direbbero: positivistica) narrazione della presenza umana nel mondo. Opinione di Fuller è che l’iper-specializzazione della contemporaneità (il libro è di grande attualità, nonostante sia di cinquant’anni fa) abbia portato a perdere la visione d’insieme del nostro ruolo operativo nel dirigere le vicende del pianeta. Questo è ancora più vero dal momento in cui è tendenza degli esseri umani esternalizzare, «separando da sé e incrementando l’abilità di ogni funzione specializzata, inventando gli strumenti non appena ne scoprono la necessità […]» (p. 123 della traduzione italiana, 2018). L’invito di Fuller è di «liberare il tempo in modo che sia investito per esplorazioni più efficaci», perché ciò «significa dare all’umanità una maggiore ricchezza» (ibidem, p. 103), laddove la ricchezza è intesa come «la nostra capacità organizzata di interagire efficacemente con l’ambiente in modo da sostenere la nostra salutare rigenerazione e in modo da ridurre le restrizioni fisiche e metafisiche per tutti i giorni a venire delle nostre vite» (ibidem., p. 97). Non ci dobbiamo continuare a specializzare, ma tornare a essere Grandi Pirati (coloro che per Fuller avevano una visione complessiva del mondo, vista dal mare e non dalla terra, prima dell’iper-specializzazione).

2. Svuotiamo i cassetti. Tutto questo conduce a una considerazione: abbiamo i cassetti pieni di strumenti e di diagrammi che ci spiegano le procedure per usarli. Crediamo si debbano rifiutare i metodi dove la sequenza corretta sembra più importante del risultato. Dobbiamo ripartire dalla forma mentis, risalire la corrente oltre l’irrigidimento portato da parte del design thinking standfordiano e recuperare la visione d’insieme: in poche parole, il design come approccio e visione olistica, “sinergetica”, avrebbe detto Fuller. Non ci serve un metodo, non ci serve una procedura, ma un ordine di priorità. Che il DAAB sia a-metodico? Sarebbe troppo presto e netto per dirlo. Di certo, se un metodo è fatto di procedure fossilizzate, non ci serve. Come dice Fuller, «tutti gli strumenti sono esternalizzazioni di funzioni originariamente integrate». Se proprio esistesse un protocollo DAAB, esso suggerirebbe di non perdere di vista lo sguardo d’integrazione e di presidiare alcune competenze, più che alcuni strumenti.

3. Learning from bricoleur. Da dove viene il nome design-as-a-bricolage? Il bricoleur, diceva Lévi-Strauss, è colui che usa gli strumenti che trova a disposizione intorno a sé e cerca di adattarli, secondo vari tentativi, ai suoi scopi. «Diversamente dall’ingegnere, che costruisce una macchina progettandone in anticipo ogni dettaglio e realizzando ad hoc ogni sua specifica componente, il bricoleur adopera ciò che si trova volta per volta sotto mano: prende vecchi pezzi e rottami e li rifunzionalizza, adattando costantemente il progetto alle caratteristiche dei materiali a disposizione». D’altra parte, «l’ingegnere tende sempre ad aprirsi un varco e a situarsi «al di là», mentre il bricoleur, per amore o per forza, resta «al di qua», il che equivale a dire in altri termini, che il primo opera mediante concetti, il secondo mediante segni». Il bricoleur deve adattarsi all’equipaggiamento di cui dispone.  Il bricoleur parte dalla riorganizzazione, fa economia prima di aprire a nuovi strumenti. Il bricoleur non compie il progetto ma parla tramite il progetto. Il progetto del bricoleur ha sempre qualche traccia del suo autore – e mantiene la visione d’insieme, il macro obiettivo oltre il compito specifico. E infine: «la caratteristica del pensiero mitico, come del bricolage sul piano pratico, è di elaborare insiemi strutturati, non direttamente per mezzo di altri sistemi strutturati, ma utilizzando residui e frammenti di eventi» (tutto da Il pensiero selvaggio, ed. Il Saggiatore 2015, pp. 30 – 36). Sul residuo, o Śeṣa nei Veda indù, torneremo.

4. La domanda di senso. Il DAAB, coerentemente con il bricolage di Lévi-Strauss, è un approccio che parte da un’attribuzione di senso, prima che da un protocollo. Presuppone che gran parte dell’impegno del/la designer sia da dedicare alla creazione di una narrazione di riferimento, alla formalizzazione di una domanda di senso (non un bisogno!). Poi, capìta la domanda (non solo legata a un bisogno dell’utenza, ma sempre e comunque da collegare a un obiettivo di maggior respiro, di lungo termine – un cambiamento da generare, un impatto sperato), in base alla cassetta degli attrezzi, si passa alla soluzione. Problem framing: 99%. Problem solving: 1%. La domanda di fondo, spesso, si annida dietro a un sistema di sintomi, si nasconde come le radici di un albero. Come nell’action learning usato dal Lean Approach, si tratta di distinguere un sintomo da una causa, comprendere il problema radicale dietro al suo manifestarsi nelle foglie. Spesso, si deve partire dal residuo, da una sensazione marginale, per comprendere cos’è successo. Qui, una questione importante. Il bricoleur ha bisogno di tantissimo allenamento per snidare i residui e comprendere la domanda di senso che sta dietro al progetto.

5. Saper osservare. Due esempi, dal Giappone. Il primo è manualistico. Sempre dalla Lean (per via di La macchina che ha cambiato il mondo, di James P. Womack, Daniel T. Jones e Daniel Roos), sappiamo dell’esistenza del cosiddetto “cerchio di Ohno”, cioè il capannello di operai che nella catena di montaggio toyotista si aggrega attorno a un problema da risolvere, riscontrato sulla catena stessa, in tempo reale.  La cultura di Ohno (nome dell’ingegnere che ha impostato l’approccio toyotista sulla capacità di riconoscere un problema dai primi sintomi) ci porta a dire che, per attribuire priorità alla definizione del problema rispetto alla soluzione, serve allenamento, pratica di osservazione e competenze trasversali, più che verticali. Alla stessa conclusione, più o meno, arriva Ezio Manzini, quando dice che nel mondo del design “collaborativo”, dove gli utenti partecipano al percorso di progettazione (cfr. Design, when everybody designs), il/la designer deve saper gestire e facilitare l’emersione della singolarità di un problema dietro ai tanti sintomi (le costanti) del problema stesso. Deve riconoscere il residuo che mostra una causa radicale. Così (siamo al secondo esempio), proviamo a rispondere a una domanda: dove si crea il ritardo dei treni? Ci possono essere molte risposte. La prima (su cui si affannano i progettisti della nostra Alta Velocità): nella lentezza del tragitto, spesso motivato dalla scarsità di infrastrutture. Tutto vero. Ma in Giappone hanno capito un’altra cosa. Se osserviamo una stazione dei treni, con occhio laico, ci accorgeremo che c’è una sostanziale differenza tra questo tipo di stazione e una fermata della metropolitana. Il tempo di sosta medio di un metró è molto più basso del tempo di sosta di una freccia. Perché? Il treno ha le scale, e per salire e scendere, con le valigie, produce più spreco di tempo di una pedana di ingresso allo stesso livello della banchina (come in metropolitana). In Giappone, i treni veloci non hanno scale e il loro ritardo, se proprio non si crea, almeno non si accumula alle fermate. Trovato il residuo, scavato il problema, hanno ingegnerizzato la soluzione (fin nel minimo dettaglio: sulla banchina troverete a terra il disegno dei piedi là dove è meglio che vi mettiate ad aspettare per salire sul, anzi, per entrare nel treno).

6. Immaginari simbolici. Sempre per Deleuze, il primo criterio per riconoscere lo strutturalismo è il simbolico. Il simbolico è un oggetto strutturale, un ordine di realtà più profondo del reale e dell’immaginario. Questo uso della parola immaginario è tecnico, nella storia della filosofia, nasce appunto per distinzione dal reale. Allo stesso tempo e per complicare le cose, il simbolico così inteso è molto vicino a ciò che nel senso comune si intende – spesso – proprio con immaginario. Abbiamo bisogno di popolare il nostro universo simbolico, in questo senso, di narrazioni profonde e di realizzazioni immaginifiche alternative al mondo dominante. Un esempio viene dai Provo olandesi e dal cosiddetto movimento delle bici bianche. A metà degli anni sessanta, Amsterdam non era l’isola felice del ciclista che oggi tutti conosciamo. L’automobile era uno status symbol di grande “ingombro” visivo. I Provo, militanti cugini dei situazionisti francesi, capirono la cosa e decisero di disseminare (nottetempo) la città di bici bianche, che potevano essere liberamente prese e usate dalle persone. La polizia non sapeva cosa fare: di fronte al simbolico, la realtà normativa non ha grandi strumenti. Non voglio dire che oggi Amsterdam è sinonimo di ciclo-civismo solo grazie ai Provo. Ma di certo quel candore e quell’immaginario prima inesistente ha creato e manifestato un problema radicale. Quel candore (delle bici bianche) è proprio dell’ordine del simbolico, non è a disposizione di un’abitudine, ma è immanente alle immagini del futuro. È una prova di immaginario. È simbolico, appunto. Chi fa DAAB deve immaginare le immagini del futuro e creare i residui di quelle immagini nel presente, affinché esse si possano organizzare in immaginario nel futuro.

7. Circolarità del punto di vista. Alice Rawsthorn, per avviare le argomentazioni del suo Design as an attitude, inizia dal celebre adagio di László Moholy-Nagy, pronunciata in seno alla scuola Bauhaus («il design non è una professione, ma un’attitudine»).

Della visione aurorale e un po’ mitica della scuola nata a Weimar prendiamo un paio di cose fondamentali: l’agire olistico al progetto, l’unità cervello-mani, elementi che Maldonado ha dimostrato venissero da John Dewey (padre del learning by doing), ma anche e soprattutto l’azione riflessiva, la capacità di auto-osservarsi come metodo in azione. Questa è una grande eredità dell’approccio del Bauhaus, che vorremmo difendere dentro il DAAB. Centrale per il DAAB è guardarsi dall’esterno, in termini di frame analysis, altrimenti è difficile compiere la presa di responsabilità di una dotazione di senso all’azione. Progettare, nel DAAB, significa anche saper improvvisare (è connaturato al bricolage), e chi aderisce al DAAB deve poter dire: una volta ho usato il questionario di Proust (che, ormai si sa, c’entra poco con Proust) per fare un servizio di vicinato; una volta ho organizzato una serie di cene per progettare una casa di cura; una volta ho tentato di esaurire un luogo (cioè ho osservato per settimane uno spazio che credevo noto e quotidiano, come se fosse liscio, come fece Perec nel suo Tentative d’épuisement d’un lieu parisien) per rigenerare una piazza. E però, anche, nel DAAB “de-ingegnerizzato” (gli algoritmi servono alle macchine) bisogna fare un passo in più: pensarsi come approccio in azione – e forse, in definitiva, provare a rispondere, guardandosi da fuori, a un’altra questione:  è possibile progettare il bricolage?

8. Suona male senza un seguito. Domanda: ma perché design as a bricolage e non design as bricolage? A cosa serve l’articolo “a”? A mantenere una suggestione (legame debole) ma anche a suggerire la necessaria via d’uscita dall’auto-referenzialità (legame forte). Proviamo a spiegare perché. Il legame debole è l’assonanza con gli spostamenti di mercato (e di progettazione) dovuti al concetto di product-as-a-service: quando cioè l’uso / la fruizione di un prodotto viene scisso dalla proprietà, cioè quando per usare un prodotto non serve possederlo, ma semplicemente usarlo, fruirne come se fosse un servizio. DAAB significa design come se fosse bricolage, e non design come bricolage. “Pensate al design come se fosse bricolage” – e non “il design è come bricolage”. Poi: il design come se fosse bricolage è un approccio, che si attiva per uno scopo, per un cambiamento sperato. Questo è il legame forte, che abbiamo provato ad attivare anche all’interno del Master Relational Design. Non esiste DAAB in senso assoluto, ma sempre a favore di qualcosa (come nel caso appena citato: Design-as-a-bricolage for Social Impact and Sustainability.

9. Design e manipolazione. In fondo al cassetto, svuotato, chi fa DAAB trova Pensieri lenti e pensieri veloci di Daniel Kahneman – e capisce che anche dietro all’economia comportamentale, così come dietro al nudging design odierno (tutto quel sistema di misure per accompagnare l’utente a fare la scelta giusta in un contesto), c’è una questione fondamentale di manipolazione. Progettando se stesso e organizzando il senso della propria scelta, chi usa l’approccio DAAB nota un annoso vizio di forma: l’emersione del bisogno è creazione di una domanda di mercato. Lo ha capito bene MSCHF, design firm che, semplicemente, pubblica un progetto nuovo ogni due settimane, vendendo cose che nessuno avrebbe mai comprato e che poi tutti comprano (per saperne di più, monitorate l’imprescindibile Link Molto Belli di Pietro Minto). Da prodotto-come-servizio a hype-come-servizio. Di questo dobbiamo ricordarci quando ci approcciamo a quella che, per i promotori del Buckminster Fuller Institute, sarà una decade cruciale nel design e nella Comprehensive Anticipatory Design Science. Un decennio dove l’alleanza tra design e scienza porterà di nuovo ad avere una visione d’insieme, a liberarci dalle briglie della iper-specializzazione, ma anche, aggiungiamo noi, ad affrontare i rischi di omologazione (e di esclusione) che il design come procedura porta con sé. Accettiamo la sfida. Se il presente è bricolage, bisogna tornare a maneggiarlo – e metterlo in discussione – per immaginare il futuro.