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9 Giugno 2016

Crowdfunding: la campagna di Radio Papesse

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Barbara Bloom mi ha fatto piangere. Letteralmente. Lo stesso magone di una tredicenne complessata. Eppure di anni ne avevo venticinque, era il 2006 e avevo avuto la presunzione – la stupidità direi – di intervistarla senza sapere bene cosa facesse, chi fosse e che storia avesse, Barbara Bloom. E lei m’ha castigata.

Ricordo quel bruciore agli occhi come fosse oggi e lo ricordo tutte le volte che preparo un’intervista, ancora oggi, dopo dieci anni di Radio Papesse e qualche centinaio di artisti incontrati. Non fare figuracce, non farlo, non farlo. E allora grazie Barbara Bloom perché quando abbiamo iniziato l’ormai decennale avventura di Radio Papesse, Carola Haupt, Cristiano Magi ed io, eravamo giovani, non eravamo artisti, tantomeno curatori, eravamo ibridi culturali difficili da etichettare.

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Facevamo radio ma online, lavoravamo in un museo per far ascoltare ciò che di solito si può solo guardare. Ci piaceva e ci ostinavamo a trasmettere sound art che ai più somigliava a rumori intestinali. Non avremmo potuto fare altrimenti che imparare presto la serietà delle cose fatte bene. Anche perché di pacche sulle spalle ne avevamo già prese a sufficienza.

Oggi, a dieci anni di distanza ci piace pensare che Radio Papesse non sia più soltanto un progetto. Il tempo ci dà ragione? Lasciamo ai posteri la sentenza ma restare in piedi – resilienti o resistenti dipende – nonostante tagli di budget, grandi scottature, momenti di sbandamento, politiche culturali non sempre auspicabili, non è da tutti. Concediamocelo.

Siamo certi ci diano ragione gli oltre mille file disponibili per l’ascolto sotto Licenza Creative Commons – l’adottammo convinti che un’iniziativa nata nel pubblico dovesse dare frutti che rimanessero per il pubblico – gli oltre 500 lavori sonori e produzione radiofoniche pubblicate [da Ann Hepperman, da Philip Miller a James Webb, da Joaquin Cofreces a Alan Dunn, da Alessandro Bosetti a Anna Raimondo], le oltre 250 interviste ai protagonisti dell’arte contemporanea [da Alfredo Jaar a Omer Fast, da Etel Adnan a Kader Attia, da Ragnar Kiartansson a Dani Gal, da Michelangelo Pistoletto a Vittorio Corsini, da Rossella Biscotti a Marzia Migliora…], le decine di approfondimenti, speciali e audioguide [su Gordon Matta Clark, Francesca Woodman, Josef Albers tra le altre] i dieci anni di ricerca musicale sperimentale, indipendente, i dieci anni di cultura dell’ascolto, di collaborazioni con artisti e istituzioni [Galleria Civica di Modena, Galleria dell’Accademia di Firenze, Fondazione Merz, Liverpool Biennale, Pollinaria, AMACI, Manifesta, FKL…] di residenze, progetti comunitari, di radio nei musei e all’aperto.

I nostri dieci anni di radio come spazio per la creazione artistica, come linguaggio e come relazione con le comunità e i luoghi che abbiamo attraversato. Una dimensione, quest’ultima, che abbiamo abbracciato nel 2011, quando il trasferimento a Villa Romana – una residenza e soprattutto uno spazio aperto di vera riflessione e produzione del contemporaneo a Firenze – ha segnato un passaggio fondamentale nella storia di Radio Papesse: dallo spazio virtuale della webradio, da quello iper protetto dei musei e gallerie, abbiamo alzato la testa oltre lo schermo e abbiamo scoperto un mondo da toccare e ascoltare. Lo abbiamo fatto con artisti e sound producer generosi che hanno accolto il nostro invito a raccontare paesaggi, geografie umane, politiche ed emozionali.

Non avremmo scoperto Larderello senza Mikhail Karikis; non avremmo riscoperto il suono dell’Arno, senza Giulio Aldinucci. Non avremmo conosciuto Santa Croce sull’Arno e le sue complessità senza Laura Malacart; non avremmo mai ascoltato davvero come cambia la città di Firenze, senza Davide Tidoni e Viv Corringham. Non avremmo dato nulla al clichè del vino se Allen Weiss non ci avesse traghettato nella lingua dei sensi. Non ci saremmo mai divertite con La Radio a Pedali se non fossimo state con Alessio Ballerini. Non avremmo mai scoperto gli angoli segreti di Torino senza Graham Hudson e Progetto Diogene.

crowdfunding

Ma non avremmo costruito l’archivio di Radio Papesse senza la comunità di artisti, curatori, accademici, ricercatori, musicisti e producer che nel corso del tempo hanno prestato orecchio alle nostre domande, hanno risposto e condiviso progetti, miraggi e sentire comuni.

Quello che è iniziato come un’avventura, oggi è un catalogo di voci e suoni aperto a tutti, è il bello della conoscenza condivisa ma è giunto il momento per un rinnovamento, per riportare la casa di radio papesse, il nostro sito e l’archivio, ad essere un luogo più accessibile, fresco, uno spazio dove sia bello perdersi ma anche dove seguire percorsi di ricerca personalizzabili e tematici.

Verso un futuro radioso e sonorosissimo, per chiunque voglia ricostruire con noi radiopapesse.org, siamo su kickstarter.

Perchè Kickstarter? La domanda è piuttosto, che fare quando dopo aver scartabellato tutti i bandi possibili [quelli a cui di solito Radio Papesse partecipa con progetti specifici di produzione e committenza, quelli che non richiedano spalle enormi e bilanci a quattro zeri, quelli che non abbiano una scandenza annuale, quelli che non vanno bene perchè la tua residenza è altrove, quelli che leggi ma cestini perchè non sempre puoi piegare le tue attività in cornici e agende culturali che non ti appartengono…] non rimane altro?

Lanciare una campagna di crowdfunding non è divertente, diventi prigioniero di un dashboard, ed è altrettanto dispendiosa – a tempo ed energie – di qualsiasi altra forma più tradizionale di finanziamento. Ma laddove la strada delle istituzioni finisce, inizia la tua comunità di amici e colleghi che, con il cappello del questuante in mano, metti alla prova, per capire, quanto valgono il tuo lavoro e i tuoi legami sociali, in un gioco di reciprocità, che una volta dà e molte volte rende. Perchè come ha detto una volta Jenny Holzer: good deeds are eventually rewarded.


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